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don giovanni scala 2Milano, 10 febbraio 2010. Ritorna nella sala del Piermarini “Don Giovanni” di W. A. Mozart nell’allestimento di Peter Mussbach che già approdò da Berlino nel 2006. Mozart, dopo il trionfale successo de “Le nozze di Figaro” ricevette la commissione di una nuova opera. Con Andrea da Ponte, complici di un nuovo sodalizio artistico, furono attratti prevalentemente dal testo di Giovanni Bertati, intitolato “Don Giovanni Tenorio ossia il Convitato di Pietra” già musicato da Gazzaniga.

 

L’argomento apparteneva ad una tradizione europea molto ramificata, anche se è difficile poter affermare con esattezza la paternità letteraria del soggetto, infatti, vi sono addirittura due presunte date di nascita: 1611-1612 epoca nella quale fu presumibilmente composta la commedia “Tan largo me lo fiáis” (prima versione del “Burlador de Sevilla) che però fu pubblicata solo qualche decennio più tardi con falsa attribuzione a Pedro Calderón de la Barca; 1619 quando all’incirca sarebbe stato elaborato “Burlado de Se villa y Convidado de pietra” ovvero la versione definitiva dell’opera precedente e capostipite di tutti i Don Giovanni. La genialità compositiva di Mozart rende questo personaggio al di sopra di tutti quelli da lui affrontati per sfaccettatura musicale ed intrepida padronanza del suo essere. L’eccesso d’espressione generale enfatizza ogni situazione, dove i personaggi sono tutti protagonisti in quell’avversità contro il demoniaco seduttore il quale nell’ultima prova non si pente, e così vince moralmente la sua battaglia con l’ignoto: sarà dannato, ma l’eco delle sue imprese resterà intatta, senza ombra di vigliaccheria. Lo spettacolo di Mussbach, che fu oggetto di contestazione nel 2006, passa oggi quasi inosservato, sia per le scene spoglie sia e i banali costumi. Premetto che personalmente non mi dispiacque, anche se non ritengo sia un allestimento memorabile, oggi però, la ripresa a cura di Lorenza Cantini altera o meglio diversifica molte cose rispetto all’originale di mia memoria. Ecco pertanto un Leporello saltimbanchi quasi maschera carnevalesca, una donna Anna ieratica, un insignificante palpeggiamento Leporello-Don Giovanni di dubbia comprensione o almeno di insignificante lettura.don giovanni scala 1Ritengo inopportuno tali sconvolgimenti registici in base al criterio che una ripresa dovrebbe essere precisa all’impostazione primaria. In buca abbiamo trovato un’egregia bacchetta in campo sinfonico come quella di Louis Langrée, il quale già dall’overture faceva intuire che la drammaticità e la scansione orchestrale mozartiana non era il suo pane. Orchestra pulita, suoni precisi e misurati, ma era totalmente assente quel nervo istrionico e personale tale da rendere l’intero dramma incalzante, mordente, tragico, talvolta grottesco. Erwin Schrott, dopo il deludente Escamillo, riprende possesso di uno dei suoi migliori personaggi e lo fa con somma capacità, incredibile presenza scenica, disinvoltura espressiva, anche se la voce mi è parsa leggermente meno timbrata rispetto al suo standard. Ottimo il Leporello di Alex Esposito, escluso il continuo piroettare che non so se dovuto alla regista o a un suo gusto personale, sicuramente il migliore del cast per calda e rotonda voce e recitativi scolpiti. La voce di Juan F. Gatell, è povera di peso specifico, elegante ma linfatica, il suo Don Ottavio e scarno amorfo ed è inutile chiedere particolari acrobazie che non sarebbe in grado di sostenere. Mirko Palazzi disegna un Masetto giovanile e ruspante con buona vocalità, mentre Georg Zeppenfeld è un tonante e greve commendatore. Sul versante femminile la situazione non migliorava a cominciare dall’imbarazzante Carmela Remigio in palese difficoltà sia di tessitura sia d’accento per non parlare delle agilità (“Or sai chi l’onore” è stata immediatamente zittita). Emma Bell che era l’unica ad esprimere temperamento lo faceva nei limiti di una fastidiosa voce vibrata e di un incomprensibile pronuncia, mentre Veronica Cangemi si rifugiava nella compassata interpretazione di Zerlina soubrette svenevole e leziosa. Teatro esaurito, pochissimi applausi durante l’esecuzione, qualche zittio e dei “buh” dopo “Mi tradì…” ma al termine successo pieno per tutti con punte di entusiasmo per Schrott e soprattutto Esposito.

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FOTO MARCO BRESCIA

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