Concerti

Budapest Festival Orchestra – Teatro alla Scala, Milano

Se c’è una cosa che non manca in questi giorni a Milano, è l’opportunità di ascoltare grandi pianisti dal vivo. Poco più di una settimana fa, Martha Argerich ha incantato, come suo solito, la platea del Conservatorio. Il 22 marzo sarà la volta di Hélène Grimaud alla Scala, in attesa di Louis Lortie e Alexander Lonquich nelle prossime settimane al Teatro dal Verme, per citare solo alcuni dei nomi più prestigiosi a livello internazionale.

Igor Levit fa parte a pieno titolo di questa élite. Si è già esibito in un recital meno di venti giorni fa al Conservatorio nell’ambito della stagione della Società del quartetto, con un ricco programma ottocentesco (BeethovenSchumannChopin). Stavolta era sul palco della Scala insieme a Iván Fischer e alla Budapest Festival Orchestra, in una serata interamente (o quasi) dedicata a Prokof’ev.

Pianista, direttore e orchestra sono in tournée da più di un anno, con diversi programmi che includono tra l’altro tutti i concerti di Prokof’ev; la tappa milanese sarà seguita a stretto giro da una tappa berlinese, con i concerti 1 e 5 e la quinta sinfonia di Prokof’ev alla Philarmonie il 23 marzo, e lo stesso programma del concerto scaligero sempre alla Philarmonie il 24.

Da un punto di vista musicale è chiaro che il cuore della serata, coincidente con il pezzo centrale del programma, è il Secondo concerto per pianoforte e orchestra. La collaborazione fra Levit e Fischer, tuttavia, ha un presupposto politico su cui è necessaria qualche spiegazione. Su questo piano, l’Ouverture su temi ebraici, che apre la serata, è il pezzo guida.

Fischer e Levit sono accomunati dalle origini ebraiche e da prese di posizioni pubbliche contro l’antisemitismo in Europa. Fischer si è più volte pronunciato contro le politiche del governo di Viktor Orbán, seppure in tono meno aspro di altri artisti (ad esempio l’altro grande ungherese András Schiff) e senza lasciare il paese. Come compositore ha affrontato direttamente il tema dell’antisemitismo con l’opera The Red Heifer (La vitella rossa), nel 2013, e ha messo in musica poesie di vari autori di ascendenza ebraica, tra cui Umberto Saba.

Igor Levit
Igor Levit © feliXbroede

Levit, di origini russe ma tedesco di adozione, è ancora più netto nei suoi pronunciamenti politici. È molto attivo sui social e si è più volte scagliato contro il partito di estrema destra Alternative für Deutschland. Dopo gli attacchi di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 ha dichiarato di provare un senso di solitudine, anche nel mondo artistico, dove la solidarietà nei confronti delle vittime israeliane è rara. Detestato da destra (ha ricevuto anche minacce di morte), è stato criticato anche da alcuni esponenti di sinistra perché non avrebbe condannato con sufficiente energia le violazioni dei diritti umani compiute dal 2023 nella striscia di Gaza da Israele. L’accusa è discutibile: minore esposizione nella critica non significa giustificazione o indifferenza. Semplicemente, il tema dell’antisemitismo è quello cruciale per Levit, anche per ragioni autobiografiche.

Ecco quindi che una scelta apparentemente innocua come l’Ouverture su temi ebraici assume un significato quasi provocatorio. Il messaggio è rafforzato dalla scelta del bis pianistico che chiude la prima parte del concerto: uno dei Lieder ohne Worte di Mendelssohn (op. 30, n.3 in Mi maggiore). L’album in cui Levit esegue i Lieder ohne Worte, insieme a un preludio di Alkan (altro compositore molto legato alle sue origini ebraiche), è uscito alla fine del 2023 ed è esplicitamente presentato dal pianista come una risposta all’antisemitismo dilagante dopo gli attacchi del 7 ottobre. 

Le intenzioni degli artisti, tuttavia, non sono sempre sufficienti a produrre un’esperienza nel pubblico. In Germania Levit è un personaggio molto riconoscibile, come lo è Fischer in Ungheria. In Italia entrambi sono interpreti apprezzati, ma non intellettuali pubblici. In questo contesto, il messaggio passa in gran parte inosservato o si riduce a un invito alla buona volontà (su questo tornerò alla fine). Il compito del recensore in questo caso è anche quello di riportare alla luce la dimensione politica e polemica del programma. Lo si deve soprattutto a Levit, la cui carriera artistica è un costante invito a prendere posizione, anche e soprattutto quando questo ci espone all’impopolarità.

Ivan Fischer
Ivan Fischer

La vivace Ouverture su temi ebraici fu composta da Prokof’ev durante il suo viaggio negli Stati Uniti nel primo dopoguerra per un ensemble cameristico guidato dal grande clarinettista russo-americano Simeon Bellison, e in seguito trascritta per orchestra. Melodie e sonorità provengono dall’Europa orientale, un tempo patria di milioni di ebrei. La centralità del clarinetto, le armonie e il ritmo richiamano il klezmer, che all’epoca stava appena cominciando a diffondersi fuori del suo contesto di origine. Il primo clarinetto della Budapest Festival Orchestra, Ákos Áks esegue la sua parte solistica o quasi solistica con verve e grande perizia tecnica, utilizzando nelle varie iterazioni del tema principale un suono sporco, quasi jazzistico, adatto al klezmer, e tornando al suono pulito del clarinetto classico nelle altre sezioni.

Dall’Ouverture si passa a una composizione ben altrimenti complessa e ambiziosa come il Secondo concerto per pianoforte. Entra il solista, e l’atmosfera cambia istantaneamente, sul palco e in sala. Fin dalle prime battute del primo movimento, Levit trasmette una completa identificazione con lo strumento e con il brano. A volte sembra prolungare le frasi appena concluse con gesti espressivi delle mani o addirittura a tutto braccio, da direttore. Nelle lunghe sezioni del primo movimento in cui il pianoforte suona da solo (la transizione dal primo al secondo tema e la lunga cadenza che occupa il posto spettante nella forma sonata tradizionale allo sviluppo) la sua presenza scenica è magnetica come raramente accade anche nei recital. Da questa atmosfera intensa e raccolta si passa, due volte, al fortissimo orchestrale, ad accompagnare il virtuosismo del solista: l’altro polo della scrittura di Prokof’ev, in particolare in questo concerto. L’affiatamento fra direttore e solista è perfetto, e il suono del pianoforte si fonde alla fine del primo movimento con quello dell’orchestra.

Il secondo movimento è un breve scherzo, indicato in partitura come perpetuum mobile. La scrittura pianistica raggiunge picchi di grande difficoltà tecnica, trovando un Levit ineccepibile. Il terzo movimento è un allegro moderato, laddove ci si aspetterebbe l’adagio. È comunque uno dei momenti più raccolti del Concerto, pur non mancando di momenti atletici. Nel complesso finale, invece, prevalgono di nuovo la potenza e il virtuosismo.

Il Secondo concerto è per ovvie ragioni un cavallo di battaglia dei concorsi pianistici. Lo strumentista in grado di superarne le asperità ha la possibilità di esibire tutte le sue risorse espressive. Levit sceglie un approccio moderato. Anche nel fortissimo non perde l’eleganza, evitando di pestare. Il suono è sempre sfumato con un uso moderato ma costante del pedale.

La prima parte si chiude con il bellissimo bis mendelssohniano di Levit, che riporta a un’atmosfera intima e lirica e suscita applausi entusiastici e forse troppo frettolosi da parte del pubblico. 

La seconda parte del concerto è decisamente più rilassata, persino divertente. La scelta di Fischer è una selezione di brani dalla prima e dalla terza suite tratte da Cenerentola, il secondo balletto di Prokof’ev, composto durante la Seconda guerra mondiale. Il direttore si fa anche narratore, leggendo i testi introduttivi dei singoli pezzi con una pronuncia italiana un po’ artificiosa ma perfettamente comprensibile. Il pubblico reagisce con applausi e una certa ilarità, rinnovata a ogni nuova lettura. 

È qui, ancor più che nel concerto, che emerge l’affiatamento fra il direttore e l’orchestra, da lui fondata oltre quarant’anni fa. In un’intervista, Fischer ha paragonato il suo rapporto con la Budapest Festival Orchestra a un lungo percorso di cura psicanalitico, mentre le collaborazioni con altre orchestre come direttore ospite sarebbero l’equivalente di singole consultazioni con un esperto. Le caratteristiche salienti del Fischer direttore, come abbiamo potuto ammirarlo alla Scala, sono due: un gesto preciso e chiarissimo, e delle espressioni del volto che comunicano simpatia per i musicisti e il pubblico. Si crea così un’atmosfera di informalità e cordialità, a cui nella prima parte si unisce volentieri Levit: il pianista suona senza papillon e ha addirittura un gesto di approvazione verso i malcapitati che hanno applaudito alla fine dello scherzo, subito zittiti dalla sala indignata. 

Budapest Festival Orchestra
The Budapest Festival Orchestra © Akos Stiller

La Budapest Festival è un’orchestra anticonformista. Viene spesso elencata tra le migliori dieci al mondo. Non eguaglia per precisione e potenza sonora la Chicago Symphony Orchestra, che nelle sue frequenti visite alla Scala sotto la guida di Riccardo Muti ha tra l’altro eseguito varie sinfonie di Prokof’ev, ma ha un carattere per così dire conviviale, non industriale che la distingue da altre formazioni di pari livello. L’affiatamento fra gli orchestrali è visibile a occhio nudo, come lo è il divertimento con cui seguono Fischer nella Suite di Cenerentola. Il suono denso, caldo si impone soprattutto nel lirismo del bellissimo Amoroso. Andante dolcissimo con cui si chiude la Suite.

Anche la seconda parte del concerto ha un bis, molto particolare. Dopo diversi minuti di applausi, gli orchestrali si alzano in piedi tenendo in mano partiture su fogli singoli, e Fischer annuncia l’esecuzione vocale di un inno della tradizione ortodossa (cristiana), intitolato “Luce di pace”. Nell’introdurlo, il direttore auspica il ritorno nella pace “nella parte orientale dell’Europa”. Nulla invece sul Medio oriente. Certo, la guerra in Ucraina è molto vicina all’Ungheria, e il richiamo a questo conflitto è coerente con il programma tutto russo del concerto. Eppure non sarebbe costato nulla estendere l’appello alla tormentata regione fra il Libano, Gaza e l’Iran. Ad ogni modo, l’orchestra trasformata in coro (non è la prima volta), se la cava bene e non perde nemmeno un semitono.