Spettacoli

Rapsodia satanica / Cavalleria rusticana – Comunale Nouveau, Bologna

Un dittico insolito e di grande interesse quello proposto dal Comunale di Bologna, che dedica entrambi i pannelli a Pietro Mascagni, mostrandocene l’attività in due momenti cronologicamente distanti, il 1890 per Cavalleria rusticana e 1914 per Rapsodia satanica. Un’originale giustapposizione dove ad emergere sono soprattutto due differenti volti del compositore livornese. Se infatti in Cavalleria le passioni sono immediate e violente e il lirismo comunque luminoso e carnale, nella Rapsodia un raffinato rigore formale delinea un mondo psicologicamente complesso, umbratile e malinconico.
Il poema sinfonico composto per il film muto di Nino Oxilia rivela un Mascagni che descrive con grande finezza atmosfere e sentimenti, in perfetta aderenza alle immagini e in una minuziosa resa dei dettagli, cesellati da continui cambi di tempo e dalla varietà degli impasti di un organico poderoso.
La partitura perduta è stata ricostruita su quella autografa da Marcello Panni, mentre la pellicola nella sua versione a colori, o per meglio dire colorata, è stata restaurata dalla Cineteca di Bologna con il coordinamento di Gianluca Farinelli. L’occasione di poter vedere e ascoltare questa creazione, che anche se breve aspira comunque ad essere opera totale, è davvero preziosa e alquanto istruttiva. La vicenda riprende il mito di Faust e ci mostra un Mefisto che promette l’eterna giovinezza ad un’anziana e malinconica Alba d’Oltrevita (sic), che abita per giunta nel Castello dell’Illusione e che, sul viale del tramonto, finirà per diventare un Dorian Gray al femminile. Il dramma, suddiviso in due Parti precedute da un Prologo, è tratto dal poema di Fausto Maria Martini e viene visivamente narrato da quadri liberty e decadenti, con una Lyda Borrelli, diva del cinema muto, che esibisce un’espressività straordinaria, enfatica e innaturale, plasmando in tal senso una figura da dipinto preraffaellita e romanzo dannunziano.

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Rapsodia satanica (film)

La direzione dal vivo è di Carmine Pinto, alla testa di un’orchestra imponete, che crea un suono compatto e voluminoso, ora potente ora delicato e di notevole precisione. Il flusso procede in perfetta sincronizzazione con le immagini, con momenti concitati con ottoni e percussioni e pagine liriche di delicata cantabilità. E’ intrisa di mesta dolcezza tutta la festa in apertura, mentre le apparizioni di Mefisto spiccano per vigore e nervosismo. Leggeri e trasparenti gli episodi nel giardino e di grande tensione il dialogo notturno che precede il suicidio del povero spasimante. Colpisce infine la lunga sequenza con il languore della protagonista, dove un tappeto di archi, morbidi e nostalgici, prelude a quell’innamoramento che le sarà letale.

Per Cavalleria sul podio è invece Daniel Oren, che tra l’altro nel 2024 a Bologna ha già diretto Pagliacci. La sua lettura è energica e sanguigna, mantiene il racconto in costante tensione, facendo emergere le passioni nella loro forza e crudezza. Davvero rigorosissima e piena di incanto la differenziazione dei piani sonori e definiti con nitidezza i colori dell’orchestra. L’Intermezzo ci avvolge nello slancio degli archi e nella delicatezza cromatica, mentre il finale si staglia terribile con solenne tragicità.
Per parte sua, Saioa Hernández è una Santuzza accorata e mediterranea, con un’emissione rotonda e smaltata e un fraseggio puntuale e di grande trasparenza, espressivo ma non sempre scavato e talora non troppo coinvolgente. E’ tuttavia alquanto drammatica nel dialogo con Alfio e modula con straziante intensità “… sono scomunicata”.
La drammaticità è invece la cifra distintiva del Turiddu di Roberto Aronica, vigoroso in ogni passaggio ma di moderata grazia melodica. Nel brindisi è comunque molto luminoso così come nella Siciliana dell’inizio, la cui nitidezza ci arriva purtroppo da eccessivamente lontano.
Roman Burdenko, di recente ascoltato anche a Firenze, riconferma la sua padronanza del ruolo, con un canto sbalzato e incisivo, una romanza ritmica e trascinante e una tempra scura e aggressiva nel dialogo con Santuzza e nello scontro con Turiddu.
Ha una vocalità morbida e seducente la Lola di Nini Chikovani, anche se nello stornello i suoi vocalizzi riescono poco definiti.
Con una dizione puntuale e scolpita, Elena Zilio crea una Mamma Lucia dallo stile articolato e dall’intenzione spiccatamente drammatica.
Nel suo primo intervento è di grande omogeneità e compattezza il Coro diretto da Giovanni Farina. Molto suggestivo anche il Regina coeli, anche se con una modulazione dinamica non del tutto allineata a quella dell’Orchestra. Esuberante ma ben controllato durante l’arrivo di Alfio e nella scena del brindisi.

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Roberto Aronica e Saioa Hernández

La Sicilia, la Pasqua, le passioni smodate e cruente delle novelle di Verga determinano la tinta di Cavalleria e proprio sull’esplicitazione di questi elementi punta la regia di Emma Dante, prodotta nel 2017 e ripresa da Federico Gagliardi per questa edizione. La vicenda del piccolo borgo ha come cornice e come metastoria la Passione, che prende forma come una sacra rappresentazione durante i riti della Settimana Santa. Così negli ampi momenti di sola musica strumentale contempliamo le stazioni della Via Crucis, con il corpo bianco e nudo del Cristo sotto il peso del Legno, il Cireneo, la Veronica e il Centurione che schiocca la frusta proprio come Alfio. La storia è quindi in continuo dialogo con il mistero pasquale e al contempo con la terra di Sicilia, che contro un fondale nero viene evocata nel suo folclore più solare e vitalistico, con la danza giocosa dei cavallini personificati e la tavola colorata della festa in piazza. Vi è contrasto, ma così è la vita, contradditoria e stridente.
In un dramma in cui i profili psicologici sono appena abbozzati le case sono scale di facciata, staccate le une dalle altre, a dirci della separazione e dell’incomunicabilità dei protagonisti e dell’intero villaggio. Nell scenografie di Carmine Maringola, la processione si apre a creare lo spazio della chiesa, simile ad una Madonna della Misericordia, con il raffinato disegno delle luci di Cristian Zucaro e con i movimenti di Manuela Lo Sicco. Vanessa Sannino veste di nero il paese ma nei figuranti della Passione c’è invece colore, come nelle tele del Rinascimento. Molto suggestivo, anche se rumoroso, il moltiplicarsi delle croci durante l’Intermezzo, anche se chi scrive per tale brano predilige un ascolto senza immagini. Il Risorto lascia agli uomini il suo giogo, tant’è che nell’ultimo quadro Mamma Lucia ritorna al Venerdì Santo ed è affiancata dall’Addolorata della Deposizione. Un grande alone luminoso ritaglia l’oscurità della scena e forse in questa sospensione sarebbe stato meglio concludere, con la presenza dei soli personaggi del dramma, visto che il parallelo cristologico a questo punto era chiaro e già ampiamente esplicitato.

Uno spettacolo dunque di grande unità e di intense emozioni, a lungo applaudito in ogni sua parte, con speciali tributi per la Hernández e Oren.

Pietro Mascagni

RAPSODIA SATANICA
Direttore Carmine Pinto
Regia Nino Oxilia

CAVALLERIA RUSTICANA

Opera in un unico atto
Librettista Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci
Tratto dall’omonima novella di Giovanni Verga

Maestro concertatore e Direttore
Daniel Oren

Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna

Maestro del Coro
Giovanni Farina

Personaggi e interpreti
TURIDDU Roberto Aronica
ALFIO Roman Burdenko
SANTUZZA Saioa Hernández
LOLA Nino Chikovani
MAMMA LUCIA Elena Zilio
UNA VOCE Fogel Fanny Eszter

Regia Emma Dante

Team creativo

REGIA RIPRESA da Federico Gagliardi
SCENE Carmine Maringola
COSTUMI Vanessa Sannino
LUCI Cristian Zucaro
COREOGRAFIE Manuela Lo Sicco

Foto: Andrea Ranzi