La Cecchina – Teatro Petruzzelli, Bari
“E’ pur bella la Cecchina! Mi fa tutto giubilar” canta con gagliarda esuberanza il Marchese della Conchiglia, gran signore libertino e rapito tuttavia dalle grazie e dalla virtù dell’umile Cecchina. E davvero bella, anzi magnifica è la produzione con la quale il Teatro Petruzzelli inaugura la stagione 2026, una raffinata edizione di composta eleganza e mirabile organicità, che si pone perdipiù come prima tappa delle celebrazioni per i trecento anni dalla nascita di Niccolò Piccini, appunto nato a Bari il 16 gennaio 1728. Un percorso che prevede, dopo il dramma giocoso, la messa in scena di Zanobia come opera tragica e infine quella di Atys per il periodo francese, in un triennio preparatorio denso di iniziative volte a far riscoprire un musicista oggi poco noto e per nulla rappresentato, ma che in epoca romantica destò addirittura l’interesse di Giuseppe Verdi e che un secolo prima era stato esponente maturo e di spicco della scuola napoletana, nonché uno dei primi a trovarsi a mediare tra l’esperienza del melodramma italiano e quello della tragédie lirique. Quella della Fondazione barese, con la consulenza di Francesco Paolo Russo, è dunque operazione culturale di grande interesse e di notevole qualità, ancor più lodevole in un tempo -ahimè- che vede interessi distinti dal merito venire anteposti alla missione educativa del teatro, che è per eccellenza arte della e per la Città.

Del resto, proprio La Cecchina o la buona figliola, composta in età giovanile e rappresentata per la prima volta a Roma nel gennaio del 1760 e mai a Bari durante la vita del compositore, fu a livello europeo uno dei maggiori successi di tutto il secolo decimottavo. Ma c’è di più. L’opera, grazie all’azione dei Gesuiti, fu la prima assoluta ad essere messa in scena alla corte dell’imperatore cinese e riuscì perfino a varcare l’Atlantico e a raggiungere le colonie americane. Nell’Urbe si prese addirittura a “vestirsi alla Cecchina” e non mancò chi a lei intitolasse locande e dimore di campagna, tanto grande fu la moda innescata da Piccinni. Questi d’altra parte ebbe a comporre in un periodo di straordinario rinnovamento del linguaggio musicale, tra meraviglia barocca e Arcadia metastasiana, modello francese e riforma di Gluck, in un pressoché coevo palesarsi degli astri di Mozart-Da Ponte.
La regia di Daniele Luchetti, al quale, coadiuvato da Alessandra Premoli, è stato affidato il progetto dell’intero triennio, realizza quindi, con estrema pertinenza, una piccola odissea nel Settecento, immaginario e sognante più che storico e realistico, come dipinto da Chardin e Watteau, mondo di servi e padroni tra giardini stilizzati e fantasiosi boudoir. Ogni quadro si staglia nitido ed elegante, nelle scenografie di Alessandro Camera che evocano gli ambienti con elementi minimi ma eloquenti e con un sapientissimo impiego dei colori, sviluppando un discorso che non rinuncia a parlarci con ironia della nostra attualità e a mostrarci, in un’improbabile palestra e in un curioso stabilimento balneare, il narcisismo dell’apparenza e le nuove smanie per la villeggiatura delle nostre ferie in spiaggia. Aspetto che potenzia la comicità dell’opera, conferendole inoltre freschezza e fluidità; un’ilarità sempre garbata e leggera, intrisa di delicato erotismo e in grande aderenza al libretto, il cui autore fu niente di meno che un Carlo Goldoni ispirato da Samuel Richardson e dalla sua Pamela o la virtù ricompensata. Un romanzo, questo, che era stato un vero e proprio bestseller del tempo e che come La locandiera o la Moll Flanders di Defoe attestano la timida ascesa del mondo femminile e soprattutto l’affermarsi della pretesa mercantile che ciascuno sia “faber fortunae suae”. Un messaggio che risultava ancora troppo scandaloso al vetusto establishment italico e che spinse il fiuto di Goldoni a fare di Cecchina una giardiniera ignara del suo alto lignaggio, concludendo la storia con l’immancabile riconoscimento, autentico topos distintivo del teatro musicale da Scarlatti fino a Mozart.
Sebbene il finale di questa edizione sappia comunque indicarci come le distanze si vadano invero accorciando, le differenze di rango vengono marcatamente sottolineate dai costumi di Massimo Cantini Parrini, sgargianti e vaporosi, tra fogge rococò e classica compostezza, in una varietà cromatica che anche nell’artificio produce raffinate armonie. E di grande equilibrio è pure il disegno delle luci di Marco Filibeck, con sfondi tersi e monocromi, di olimpica serenità, e con suggestivi notturni che nelle ultime scene ci fanno pensare a Le nozze di Figaro.

Il lavoro di Luchetti, oltre che ad essere in stretta connessione con il testo, la cui drammaturgia viene talora rinforzata da una studiata gestualità e dalle coreografie di Florence Bas, imita il carattere e la trasparenza della partitura, ricreata da Stefano Montanari con puntualità ritmica e nitidezza melodica. Un racconto che il direttore dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli stende unitario e coeso, saldamento raccordato e senza cali di tensione, in una fluida e articolata organizzazione di passaggi da opera buffa e momenti aulici. I tempi sono sostenuti, con un attacco addirittura concitato, gli scambi sempre alquanto vivaci, mentre un ampio respiro viene dato alle arie e al duetto di taglio contemplativo. Ogni recitativo è caratterizzato con originalità, marcato talora da rallentamenti e giochi dinamici, e i pezzi d’insieme vengono concertati con smalto e rigore. Un suono limpido e definito che si mantiene in costante connessione con il palco, dove gli otto interpreti realizzano una coralità variegata e brillante, sotto il profilo vocale come sotto quello della recitazione.
Cecchina è Francesca Aspromonte, che con una linea di canto continua e flessuosa delinea una figura fresca e naturale, capace di esprimere grazia e sofferto languore. Di grande delicatezza nella cavatina, rende in una forma levigata e dolente “Una povera ragazza”, esprimendo validamente quell’intenzione patetica che fece definire questo ruolo come “lacrimevole”. Più animosa al secondo atto, traccia “Vieni, il mio seno” in uno modo dolce e legato, mentre nel duetto finale mostra una donna che si è fatta più sicura e maggiormente consapevole della sua dignità.
Fatuo ed enfatico, ma di nobili sentimenti, il Marchese di Krystian Adam, che plasma ogni melodia con ampiezza e vigore, pur con qualche passaggio di contenuto volume. Molto energico in “E’ pur bella la Cecchina”, fa spesso sorridere con la sua pomposità e al contempo riesce ad esprimere con verità tanto il capriccio quanto la sincera passione dell’innamorato, particolarmente evidenti in apertura del secondo atto e nel duetto conclusivo.
Ana Maria Labin è una Marchesa, altezzosa e di spiccata eloquenza, che sbalza con forza e agilità “Furie di donna irata”, salda e voluminosa negli acuti, ma di minore consistenza nel registro grave. Tornita e di grande cantabilità è poi la sua aria al terzo atto, interpretata con malinconica dolcezza.
Figura della vanità è anche il Cavaliere Armidoro di Francesca Benitez, che plasma la sua cavatina “Della sposa il bel sembiante” in una forma trasparente e vibrante, con ottima estensione e scandite agilità. Morbide ed omogenee le arie al secondo e al terzo atto, rese con lirismo in un’autentica contemplazione dell’affetto.
Vivace ed espressiva Michela Antenucci nel ruolo di Sandrina, con qualche forzatura negli interventi iniziali, ma che risolve brillantemente nella grazia della sua aria al terzo atto.
Ha un canto rotondo e ben diversificato nell’accento e nella dinamica la Paoluccia di Paola Gardina, che si impone con grinta in “Che superbia maledetta” e crea un duetto rigoroso e scoppiettante insieme all’Antenucci.
Christian Senn descrive l’astuzia e la solare passionalità del servo Mengotto, rendendo con incisività e precisione le sue arie brillanti.
Ha una dizione scandita e un fraseggio alquanto vario e articolato Pietro Spagnoli, il cui Tagliaferro si staglia con rilievo, buffissimo e scolpito nella grottesca “Star trompette, star tampurri”.
Molto applauditi tutti gli interpreti, con particolari tributi per Spagnoli e la Benitez, l’Aspromonte e il maestro Montanari, dopo che l’ultimo sorriso ce lo ha strappato un goffo Cupido sospeso sul palco, a ricordarci con ironia che, anche tra vanità e ipocrisie ancien régime, è comunque l’amore che muove il sole e le stelle.

LA CECCHINA, O SIA LA BUONA FIGLIOLA
Dramma giocoso in tre atti su libretto di Polisseno Fegejo (pseudonimo di Carlo Goldoni), tratto dal romanzo Pamela, or Virtue Rewarded di Samuel Richardson, del 1740
musica di Niccolò Piccinni
direttore Stefano Montanari
regia Daniele Luchetti
regista collaboratrice Alessandra Premoli
scene Alessandro camera
costumi Massimo cantini Parrini
disegno luci Marco Filibeck
coreografie Florence Bas
Orchestra del Teatro Petruzzelli
La Marchesa Lucinda Ana Maria Labin
Il cavaliere Armidoro Francesca Benitez
Il Marchese della Conchiglia Krystian Adam
Cecchina Francesca Aspromonte
Paoluccia Paola Gardina
Sandrina Michela Antenucci
Mengotto Christian Senn
Tagliaferro Pietro Spagnoli
Foto: Clarissa Lapolla
