Spettacoli

Simon Boccanegra – Teatro La Fenice, Venezia

La prima versione di Simon Boccanegra, andato in scena proprio al Teatro La Fenice il 12 marzo 1857, non ebbe successo. Verdi scrisse alla contessa Maffei: “Il Boccanegra ha fatto a Venezia un fiasco quasi altrettanto grande che quello della Traviata. Credevo d’aver fatto qualche cosa di possibile, ma pare che mi sia ingannato”. Quel “tavolo zoppo”, come lo definiva il compositore stesso, fu poi rimaneggiato nel grande capolavoro che tutti conosciamo oggi, e l’impegno di tutta la grande squadra artistica che ha messo in piedi il nuovo spettacolo in scena in questi giorni, tende proprio a sottolineare i nuovi caratteri messi a punto da Verdi e Boito nel 1881.

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Luca Micheletti dimostra di essere un grande uomo di teatro. In questa produzione sveste i panni del baritono per indossare quelli del regista, particolarmente attento al movimento. La scenografia di Leila Fteita è astratta, ma al contempo ricca di simboli e architetture evocative che Micheletti adopera per creare una fluidità continua, che potrebbe suggerire l’incessante emergere, sbucare, affiorare dei fantasmi di ognuno dei personaggi. È proprio questa emotività recondita, talvolta subdola e strisciante, che viene messa in mostra e guida il dramma fino al toccante finale. I costumi di Anna Biagiotti potrebbero suggerire un’epoca verdiana, ma secondo la visione di Micheletti ciò non è fondamentale: questo Simone non ha un tempo, poiché le ipocrisie, i conflitti interiori e il peso degli spettri del passato, non hanno una connotazione temporale, ma fanno parte dell’umana esistenza. Si potrebbe dire che il realismo del regista si ispiri al concetto che Verdi aveva del verismo negli anni della revisione dell’opera: “Lo spartito come si trova non è possibile. È troppo triste troppo desolante! Non bisogna toccare nulla del primo atto, né dell’ultimo, e nemmeno, salvo qualche battuta qua e là, del terzo. Ma bisogna rifare tutto il second’atto, e dargli rilievo, e varietà e maggior vita. Musicalmente si potrebbero conservare la cavatina della donna, il duetto col tenore e l’altro duetto tra padre e figlia, quantunque vi sieno le cabalette!! (Apriti o terra!) Io però non ho tanto orrore delle cabalette, e se domani nascesse un giovine che ne sapesse fare qualcuna del valore per es. del “Meco tu vieni o misera” oppure “Ah perché non posso odiarti” andrei a sentirla con tanto di cuore, e rinuncerei a tutti gli arzigogoli armonici, a tutte le leziosaggini delle nostre sapienti orchestrazioni. Ah, il progresso, la scienza, il verismo…! Ahi, ahi! Verista finché volete, ma… Shakespeare era un verista, ma non lo sapeva. Era un verista d’ispirazione; noi siamo veristi per progetto, per calcolo. Allora tanto fa: sistema per sistema, meglio ancora le cabalette. Il bello si è che, a furia del progresso, l’arte torna indietro. L’arte che manca di spontaneità, di naturalezza, di semplicità, non è più arte”. Ecco, allora Luca Micheletti dimostra di essere un artista del vero: dell’inconscio, dei fantasmi che inseguono l’umana esistenza.

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Luca Salsi

Luca Salsi e Francesco Meli nei rispettivi ruoli di Simon Boccanegra e Gabriele Adorno, confermano per l’ennesima volta di saper cesellare la scrittura verdiana non solo attraverso la luminosità e la brillantezza della voce, ma anche mediante gli accenti e le sfumature di un fraseggio rifinito. Entrambi gli artisti sostengono sempre di fare semplicemente ciò che è scritto, ma non è possibile ridurre a questo la loro interpretazione: è una questione di sensibilità artistica, che rende i loro personaggi ancora più veri.

Francesca Dotto e Alex Esposito debuttano nei ruoli di Maria Boccanegra e Jacopo Fiesco con estrema disinvoltura, mettendo in scena due caratteri ben definiti, sapendo destreggiarsi nelle dinamiche e nelle articolazioni delle parti. Francesca Dotto disegna una donna sicura nei propri intenti, forse l’unico personaggio integro del dramma, mai trasportata da emozioni contrastanti. Alex Esposito sa dosare i giusti colori nella resa dell’evoluzione psicologica del personaggio, oscuro nei tratti nobili e aristocratici, più elevato nei passaggi che sottolineano il suo rigore morale.

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Francesca Dotto, Francesco Meli, Alex Esposito

Il vero cattivo della vicenda è Paolo Albiani interpretato da un solidissimo Simone Alberghini, che sa convincere con sicuro smalto svettante. Particolarmente emblematica la scena in cui il seggio ducale gli scivola dalle mani per dissiparsi verso l’alto.

Ottimo il lavoro dell’Orchestra del Teatro La Fenice, guidata dall’esperta bacchetta Renato Palumbo; pure eccellente il Coro prearato da Alfonso Caiani.

Simon Boccanegra
Giuseppe Verdi

regia Luca Micheletti
scene Leila Fteita
drammaturgo e aiuto regista Benedetto Sicca
costumi Anna Biagiotti
light designer Giuseppe Di Iorio

Simon Boccanegra Luca Salsi
Maria Boccanegra Francesca Dotto
Jacopo Fiesco Alex Esposito
Gabriele Adorno Francesco Meli
Paolo Albiani Simone Alberghini
Pietro Alberto Comes
Un capitano dei balestrieri Safa Korkmaz
Un’ancella di Amelia Yeoreum Han

mimi Francesco Bortolozzo, Nicola Candreva, Elia Gazzato, Francesco Mandich, Roberto Moro, Davide Tonucci

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro concertatore e direttore Renato Palumbo
maestro del Coro Alfonso Caiani

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice