Norma

Norma di Vincenzo Bellini conclude la stagione 2021/2022 del Gran Teatre del Liceu di Barcellona.

“Quando una religione ha la pretesa di imporre la sua dottrina all’umanità intera, si degrada a tirannia e diventa una forma d’imperialismo.” Così scriveva il poeta Rabindranath Tagore, premio Nobel per la letteratura nel 1913, e questo è anche sostanzialmente il senso di questa Norma, produzione già vista a Londra (Royal Opera House Covent Garden, 2016) ed ora a Barcellona, con la regia di Àlex Ollé e le scene di Alfons Flores. Norma di fatto resta una sacerdotessa, non druidica bensì di una strana religione simile al cottolicesimo. La scena è totalmente costruita con architetture fatte di crocifissi di ferro che riverberano la luce fioca di scena (a cura di Marco Filibeck). Gli adepti della religione indossano le capirote, (costumi di Lluc Castells) copricapi tipici della Semana Santa spagnola, e, durante il “Casta diva”, fa la sua comparsa in scena anche il Botafumeiro, il grande incensiere usato a Santiago de Compostela. Tutto per parlarci di una religione opprimente, mai di luce ma di tenebre, quasi un “giogo” che Norma si toglie solo rientrando a casa durante il secondo atto. Qui si capisce come la religione, nella idea registica, sia equiparata ad un lavoro o a un business. Nel complesso, un messaggio duro e spiazzante, lontano dalle classiche tematiche di Norma; forse si va a perdere un po’ il focus sulla vicenda ma nel complesso la scena così imponente ed il tipo di messaggio veicolato ci hanno colpito e indotto alla riflessione. Particolare e atipico il finale, Norma viene freddata con un colpo di pistola dal padre, una scelta registica non propriamente condivisibile dal momento che il tragico destino dei due protagonisti, oltre a sigillare il rinnovato sentimento d’amore, assume anche un preciso significato di purificazione ed espiazione.

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Norma, Gran Teatre del Liceu, 2022

Di rilievo il livello musicale dello spettacolo.
Norma è uno dei quei ruoli “da far tremare i polsi” data la sua complessità, sia sotto il profilo musicale sia sotto l’aspetto interpretativo. Marina Rebeka, debuttante proprio in questa occasione al Gran Teatre del Liceu, esce a testa alta dall’ardua prova. La voce, dal timbro suadente e dal bel colore chiaro, appare ottimamente controllata a tutte le altezze così da risultare sicura e svettante in acuto, morbida nei centri e naturale nei gravi. L’ingresso in scena, con il temibile recitativo “Sediziose voci”, viene affrontato con il giusto cipiglio autoritario per poi sciogliersi subito dopo nella preghiera “Casta Diva”, le cui lunghe arcate melodiche di susseguono una dopo l’altra con canto spiegato e a fior di labbro. Nella scena successiva, dismessi i panni della sacerdotessa (almeno stando al libretto visto che in questo allestimento Norma mantiene l’abito talare anche nella seconda scena di primo atto), Rebeka mostra un canto dapprima sognante e languido (nella rievocazione del innamoramento per Pollione) che presto si trasforma in rabbia e tensione emotiva dinanzi allo scoperto tradimento del proconsole romano con la giovane Adalgisa (per la cronaca gli scarti verso l’acuto di “Oh, non tremare” schioccano come folgori). Nel secondo atto, poi, il soprano lettone sembra acquisire ancora maggiore sicurezza vocale ed interpretativa offrendo, di fatti, una prova maiuscola. “Dormono entrambi” è reso con allucinato terrore, mentre nel successivo duetto con Adalgisa ritroviamo le oasi liriche dell’incontro tra le due donne in primo atto. Poco più tardi, dinanzi al bronzo di Irminsul, si apre il lungo e articolato finale, inaugurato dalla Rebeka con una salita al Re (scorreran torrenti) che fa vibrare tutta la sala tanto è ampio e sonoro. Nell’incontro con Pollione riesce poi a mantenere la giusta tensione vocale da cui traspare un misto tra rabbia e dolore. E si giunge così al finale, una delle pagine più belle della storia del melodramma, dove la Rebeka riesce a toccare le corde dell’anima e a commuovere grazie ad un canto vibrante ed accorato. Una prestazione, la sua, di grande eleganza e raffinatezza, vocalmente e stilisticamente pertinente nel rendere i mille tormenti di uno dei personaggi più affascinanti tra quelli nati dal genio belliniano e non solo.

Accanto a lei brilla la Adalgisa di Varduhi Abrahamyan, mezzosoprano dotato di una vocalità rigogliosa e dal timbro screziato. Nella sua prova si coglie senza dubbio la frequentazione del repertorio rossiniano, soprattutto nel modo di porgere la frase e nell’affrontare il canto di agilità. La linea vocale si caratterizza, inoltre, per l’ampiezza del registro centrale e per la facile espansione di quello acuto (specialmente la prima regione acuta). Gradevole, inoltre, l’amalgama con il timbro della Rebeka nei duetti Norma-Adalgisa. Sotto il profilo interpretativo, questa Adalgisa è una donna elegante, divorata dal rimorso interiore che le impedisce di vivere serenamente (e di esibire apertamente) le proprie emozioni, specialmente quelle amorose.

Riccardo Massi presta a Pollione un mezzo che, ad onta di qualche occasionale velatura nei centri, vede il suo punto di forza in un registro acuto squillante e ben tornito. La linea musicale del tenore ben si adatta alla scrittura belliniana così come il colore vocale brunito e schiettamente lirico. Ben tratteggiato il personaggio grazie, tra l’altro, ad una presenza scenica baldanzosa e sprezzante.

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Marina Rebeka

Buono l’Oroveso di Nicolas Testé nel quale si ammirano soprattutto la limpidezza del colore vocale e la compattezza tra i registri. Sotto l’aspetto interpretativo offre una lettura particolarmente ieratica del personaggio (forse anche grazie alla divisa da generale indossata), salvo poi mutare improvvisamente nel finale quando, udite le suppliche della figlia, la strappa al suo destino e la uccide, come già detto, con un colpo d’arma da fuoco a freddo.

Note positive per la brava Núria Vilá e il vibrante Néstor Losán, rispettivamente Clotilde e Flavio.

Sul podio, il Maestro Domingo Hondoyan, offre una lettura stilisticamente pertinente della partitura belliniana (vengono aperti tutti i tagli di tradizione). Hondoyan interpreta la tragedia bellianiana con costante tensione narrativa, mantiene ritmi spediti, pur non mancando all’appuntamento con le meravigliose oasi liriche in essa contenute. Ben controllato l’equilibrio tra buca e palcoscenico al netto di qualche eccesso in sonorità telluriche, specialmente nei momenti di maggiore concitazione e nei finali.

Di rilievo la prestazione dell’Orquestra Simfònica del Gran Teatre del Liceu che, con compattezza ed omogeneità, realizza sonorità brillanti e si mostra a proprio agio nell’esecuzione di questa partitura.

Ottima la prova del Coro del Liceu, guidato con grande maestria da Pablo Assante. Da segnalare, in particolare, l’incisività degli interventi di secondo atto (“guerra! Guerra!” e il finale).

Tripudio di applausi al termine con accoglienze meritatamente trionfali specialmente per Marina Rebeka.

Norma
Tragedia lirica in due atti
Libretto di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini

Pollione Riccardo Massi
Oroveso Nicolas Testé
Norma Marina Rebeka
Adalgisa Varduhi Abrahamyan
Clotilde Núria Vilà
Flavio  Néstor Losán

Orquestra Simfònica del Gran Teatre del Liceu
Coro del Gran Teatre del Liceu
Direttore Domingo Hindoyan
Maestro del Coro Pablo Assante
Regia Àlex Ollé
Scene Alfons Flores
Costumi Lluc Castells
Luci Marco Filibeck

FOTO: DAVID RUANO