Don Checco

Al Regio Opera Festival una vera rarità: Don Checco di Nicola de Giosa. Recentemente riscoperto dopo molti anni di oblio con rappresentazioni al Festival della valle d’Itria, al Teatro San Carlo e a Bari il titolo approda al festival estivo del Teatro Regio di Torino con un nuovo allestimento. Don Checco fu opera di grande successo, fu persino uno dei titoli favoriti dal Re Ferdinando II di Borbone e riuscì ad entrare al Teatro San Carlo dal quale normalmente questo repertorio era escluso. Nacque quando ormai la fortuna dell’opera buffa era in deciso declino anche nella sua terra d’elezione, il napoletano, dalla penna del compositore barese Nicola de Giosa (1819 – 1885) solido e apprezzato professionista, dedito principalmente all’opera buffa e semiseria. Il nome di de Giosa suona ora sconosciuto ai più ma la sua attività musicale fu intensa: fu uno tra gli allievi preferiti di Gaetano Donizetti durante i suoi studi musicali avvenuti a Napoli (studi non terminati a causa di contrasti con Saverio Mercadante, nuovo direttore del conservatorio), fu anche direttore d’orchestra oltre che compositore, prediligendo anche qui il repertorio buffo o semiserio e con scarso apprezzamento verso Wagner. Il nuovo teatro d’opera della sua città natale sarebbe dovuto essergli intitolato se la famiglia Petruzzelli che lo aveva costruito non avesse insistito per imporre il proprio nome. Forse stupisce trovare nel 1850 (anno della prima rappresentazione di Don Checco al Teatro Nuovo di Napoli) la prima di un’opera in stile buffo quando si dice che fosse uscito ormai di moda con Don Pasquale del celebre maestro di composizione di de Giosa e con la cesura rossiniana, ma il genere continuò ad essere frequentato, anche se da compositori considerati minori e pensato per un pubblico dai gusti meno sofisticati, fino a quando non venne travolto dal successo dell’operetta.

Don Checco racconta le disavventure di uno spiantato debitore che trova rifugio, grazie anche ad un equivoco che lo fa ritenere nobile, nella locanda del burbero Bartolaccio attorno alla quale orbitano la sua graziosa figlia Fiorina, l’impacciato garzone Carletto da lei amato e di lei innamorato, ed il pittore “Roberto“, ovvero il Conte de’ Ridolfi sotto mentite spoglie, vero deus ex machina della situazione il quale ripiana i debiti di Don Checco (che si finge lui per ottenere vitto e alloggio da Bartolaccio mentre fugge dall’usciere che vuole imprigionarlo per i debiti verso lo stesso Conte) e donando una generosa dote ai due giovani innamorati fa sì che Bartolaccio non si opponga più alla loro unione. È infatti tra spassosi equivoci, scambi di persona ed esilaranti siparietti che si dipana, classicamente, la trama dell’opera, con deliziose arie e assiemi intervallati da dialoghi non accompagnati. Questi sono recitati principalmente in italiano, ma Don Checco recita e canta in Napoletano e le battute, qui rielaborate dal regista Mariano Bauduin, lasciano oggi come allora grande spazio all’estro dell’interprete e all’improvvisazione portando in essere completamente la vitalità del teatro e mantenendo viva un tradizione tutta italiana come quella della commedia dell’arte con i suoi caratteri ed i suoi tòpoi sempreverdi. Sullo stile compositivo di de Giosa si potrebbe facilmente e superficialmente dire che abbia preso esempio da Donizetti ma ad un ascolto più attento traspare chiaramente una tutta personale inventiva melodica ed una spiccata capacità drammaturgica. L’opera raccoglie splendidamente il testimone dai titoli precedenti e con amabile, schietta semplicità ed un bel pizzico di autocosciente parodizzazione ripropone gli elementi più apprezzati di questo repertorio.

Si inserisce perfettamente in questo humus culturale, quello della più nobile e verace tradizione teatrale (e cinematografica) napoletana, la regia di Mariano Bauduin, con affettuosi rimandi visuali, gesti e dialoghi all’universo teatrale dell’epoca. La scena (realizzata da Claudia Boasso) rappresenta un esterno, una via di Napoli, dove sono situate l’osteria di Bartolaccio e l’ingresso del Teatro San Carlino, storico teatro celebre per le farse e le parodie (anche operistiche e qui intelligentemente suggerite) nel quale recitò e di cui fu impresario tra gli altri Eduardo Scarpetta, capostipite della famosa dinastia attoriale Scarpetta-De Filippo. Don Mario Luzi, altro storico impresario del San Carlino, prende qui vita come personaggio recitante dell’opera e Don Checco è immediatamente assimilabile al Pulcinella di Antonio Petito, che ha calcato il palcoscenico del San Carlino, grazie al costume (come gli altri, splendidi, ideato da Laura Viglione). Altre aggiunte registiche, assolutamente riuscite e ben amalgamate poiché rendono ancora più viva la sensazione di spontaneità, sono una versione orchestrata da Bauduin stesso di “Palummella, zompa e vola” canzone popolare del XVIII° secolo e sul finale l’arrangiamento di una tarantella, ad epilogo dello spettacolo come suggestione delle Piedigrotte.

L’orchestra del Teatro Regio trova in Francesco Ommassini una guida precisa e briosa. Traspare nella lettura del direttore veneziano l’ironia adatta alla partitura ed alla lettura registica metateatrale presentata. L’attenzione ai tempi drammaturgici inoltre è capillare e ottima è anche la sinergia con il palcoscenico per una esecuzione brillante, fresca e vitale oltre che di grande perizia. Nel rôle-titre troviamo un vero specialista, Domenico Colaianni, infaticabile mattatore sul palcoscenico e buon interprete musicale. Indimenticabili l’aria di sortita “Uh…Ah! Ca lli diente abballano” o il duetto a colpi di sillabato che apre il secondo atto tra Don Checco e Bartolaccio. Note positive anche per il tonante Bartolaccio di Carmine Monaco, ottima la sua esecuzione dell’unica aria affidata al personaggio, nel primo atto, “Qui ti ho colta finalmente” ma ha modo di dimostrare le proprie doti anche nei molti momenti d’assieme dell’opera. Deliziosa la Fiorina di Michela Antenucci, birbantella o larmoyante al punto giusto all’occasione, il mezzo vocale è duttile ed il timbro piacevolmente luminoso oltre che sufficientemente corposo. Si disimpegna bene anche David Ferri Durà come Carletto e l’intesa tra i due interpreti risulta sempre efficace. Vladimir Sazdovski è un eccellente Signor Roberto/Conte de’ Ridolfi e Francesco Auriemma uno spassoso usciere Succhiello Scorticone. Sempre bravo anche Mario Brancaccio, nel ruolo creato ad hoc di Don Mario Luzio. Delizioso il piccolo Nicola Pascale, perfetto scugnizzo. Il successo tra il pubblico di questa colorata, divertente ventura nel teatro napoletano è evidente anche a scena aperta con le convinte risate del pubblico. Non mancano poi al termine delle ovazioni e gli applausi sono sonori e sentiti da parte del pubblico. Dopo questa nuova riuscita operazione di riscoperta il Regio Opera Festival si prende ora una pausa nel mese di agosto e tornerà a settembre con due promettenti appuntamenti dedicati al balletto, da non perdere!

A questo link la nostra conversazione con Francesco Ommassini sull’opera.

DON CHECCO
Opera buffa in due atti

Libretto di Almerindo Spadetta
Dialoghi rielaborati da Mariano Bauduin
Revisione musicale a cura di Lorenzo Fico
Musica di Nicola De Giosa

Don Checco Cerifoglio Domenico Colaianni
 Bartolaccio Carmine Monaco
Fiorina Michela Antenucci
Carletto David Ferri Durà
Il signor Roberto Vladimir Sazdovski
Succhiello Scorticone Francesco Auriemma
Don Mario Luzio (attore) Mario Brancaccio

Francesco Ommassini direttore d’orchestra
Mariano Bauduin regia
Claudia Boasso scene
Laura Viglione costumi
Lorenzo Maletto luci
Andrea Secchi maestro del coro

Orchestra e Coro Teatro Regio Torino
Nuovo allestimento Teatro Regio Torino

Foto di Fabio Melotti cortesia del Teatro Regio