Spettacoli

Wozzeck – Teatro del Maggio, Firenze

L’abisso è profondo, la forma rigorosa. Il soldato Wozzeck precipita nel disordine della follia e del delitto e l’artista Alban Berg ce lo racconta con l’ordine, ovvero con una musica che, anche se non ha più il suo centro gravitazionale nell’impianto della tonalità, viene meticolosamente organizzata nelle forme della tradizione. Le danze del Settecento, i movimenti della sinfonia classica, le invenzioni su un accordo o su un tema ci narrano il caos di una vita stritolata dal mondo, metafora di una società – quella dei primi decenni del Novecento- che dopo il baratro del primo conflitto mondiale stava avviandosi verso una nuova catastrofe (termine, quest’ultimo, che non casualmente e profeticamente dà il titolo al terzo ed ultimo atto dell’opera).
Con questo suo primo lavoro teatrale Berg denuncia un mondo feroce e in rovina ed inventa al contempo un nuovo modello di dramma musicale, esperimento e pietra miliare, che il Teatro del Maggio riporta in scena dopo la pausa estiva e la cui ultima rappresentazione fiorentina risale a ventotto anni fa con Zubin Metha sul podio e William Friedkin alla regia. La complessa partitura di Berg è ora affidata a Thomas Guggeis, che, con un gesto energico e di grande eloquenza, plasma un flusso sospeso ma unitario e pervaso di tensione, puntualmente definito nel ritmo e nei timbri e in una stretta connessione tra palco ed Orchestra. Gli accordi sono netti e marcati e le parti più drammatiche e corali vengono sottolineate in forte e fortissimo, secondo una lettura che ci appare principalmente orientata a mostrare la cruda violenza del dramma. Una scelta esecutiva appropriata e perseguita con grinta e coerenza, ma che in certuni passaggi rende il volume un poco eccessivo e che avrebbe potuto essere integrata da una dinamica maggiormente differenziata e da una più convinta evidenza della densità della scrittura.

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Anja Kampe, Ian Koziara, Wolfgang Koch

Lo sguardo di Deborah Warner, al suo debutto fiorentino, crea un Wozzeck che è ultimo tra gli ultimi e malato tra i malati, segnato da una goffaggine che pare il risvolto della cieca arroganza degli altri. In accordo alle simmetrie dell’opera, il discorso visivo ne riproduce con esattezza la scansione, trattando le scene come numeri chiusi, ciascuno caratterizzato da una propria ambientazione e separato dagli altri da sipari o cambi di luce. La drammaturgia nasce dunque dalla partitura e ne rispetta piuttosto fedelmente la struttura.
Il degrado che degrada ci appare subito nella latrina della caserma con tanti bellimbusti da palestra che rendono lampante la diversità di Wozzeck, che pulisce i gabinetti mentre fa la barba al Capitano. La città è grigia, un dormitorio non troppo dissimile dalla camerata militare e il laboratorio ricorda la latrina, mentre l’osteria con l’orchestrina sul palco apre una finestra sui cabaret espressionisti. Tutto è essenziale e stilizzato nelle scenografie di Hyemi Shin, mentre i costumi di Nicky Gillibrand, variegati, miseri e colorati, riproducono la confusione di una comunità che emerge da un fondale di tenebra e si muove in maniera convulsa secondo le coreografie di Kim Brandstrup. Anche il bosco ci appare degradato con alberi spelacchiati e sospesi perché privi di radici: una natura quindi che è anch’essa ferita ed alienata, così come ce la descrivono la musica e il libretto, ormai lontanissima dal fascino romantico. Un paesaggio che già prima dell’omicidio ci parla di sangue con la sua enorme luna rossa, immagine anch’essa desunta dal testo, e dove un orizzonte giallo riflette suggestivamente lo smarrito delirio del protagonista. Il sorgere di un sole nero suggella una caduta senza appello; eppure, secondo il modulato disegno di luci di Adam Silverman, il quadro finale è terso, apparentemente sereno, ma l’immobilità del figlio di Wozzeck, orfano e bullizzato dagli altri bambini, ci annuncia, pur senza cavalluccio e nel perpetuum mobile dell’ultima Invenzione, che la storia sta già per ripetersi.

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Wolfgang Koch e Anja Kampe

Il ruolo del protagonista è interpretato da Wolfgang Koch, che crea un Wozzeck inerme e maldestro, reso schiavo dal bisogno e assolutamente incapace di difendersi dalla negatività che lo circonda. Le frasi sono scandite con volume e limpidezza, pur con qualche opacità nelle note più alte, e ci descrivono, con crescente intensità, un disagio che genera allucinazione e violenza.
Anja Kampe delinea con vividezza i tanti e contraddittori sentimenti di Marie, che è compagna di Wozzeck e madre ma anche l’amante del Tamburmaggiore, oscillando continuamente tra angoscia ed euforia, gratitudine e disprezzo. Un’emissione duttile ed estesa viene saldamente declinata nello sprechgesang come nei declamati e si apre altresì a momenti di commovente lirismo, come la ninna nanna e la scena del rimorso.
Con una vocalità chiara e luminosa Ian Koziara plasma un Tamburmaggiore che è un narciso dai modi prepotenti, mentre Sam Furnes è un Andres dimesso con uno stile accorato ed alquanto espressivo.
Wolfgang Ablinger-Sperrhacke ha un canto ritmico e intessuto di falsetti con cui rende efficacemente l’indifferenza e l’ambiguità del Capitano. Ossessivo nel suo declamato Clive Bayley, che con una rotonda vocalità è il volto di una scienza perversa e opprimente. Marcata nel suo iniziale parlato, la Margaret di Helena Rasker è poi melliflua e tendente al cantabile nel dialogo con Wozzeck.
Stende un racconto articolato e brillante il Primo garzone di Barnaby Rea ed è dolente e incisivo il Secondo garzone di Alex Otterburn. Dafydd Jones rende il Pazzo un bambinone profetico e inquietante ed è incisivo il Soldato di Massimiliano Esposito, così come il piccolo Manfredi Attori, assente e stordito Figlio di Wozzeck e Marie.
Con puntuali interventi il Coro del Maggio, guidato da Lorenzo Fratini, tratteggia una folla reietta ma spietata, mentre le Voci bianche, istruite da Sara Matteucci, ci mostrano con una grazia sinistra la crudeltà dei bambini, anch’essi carnefici e vittime in quella deriva di emarginati.

Assai numeroso il pubblico in sala- cosa affatto scontata per un simile titolo – e fragorosi consensi per l’intero spettacolo, con particolari tributi per la Kampe e per Koch. Molto apprezzati anche Ablinger-Sperrhacke e Bayley e grandissimo entusiasmo per Guggeis e l’Orchestra.

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Wolfgang Koch

WOZZECK
di Alban Berg

Maestro concertatore e direttore Thomas Guggeis
Regia Deborah Warner

Maestro del Coro Lorenzo Fratini

Scene Hyemi Shin
Costumi Nicky Gillibrand
Luci Adam Silverman
Coreografia Kim Brandstrup

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Coro di voci bianche dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino

Maestra del Coro di voci bianche Sara Matteucci

Wozzeck Wolfgang Koch
Tambourmajor Ian Koziara
Andres Sam Furnes
Hauptmann Wolfgang Ablinger-Sperrhacke
Doktor Clive Bayley
1. Handwerksbursch Barnaby Rea
2. Handwerksbursch Alex Otterburn
Der Narr Dafydd Jones
Marie Anja Kampe
Margret Helena RaskerMariens Knabe Manfredi Attori
Ein Soldat Massimiliano Esposito

Foto: Michele Monasta- Maggio Musicale Fiorentino