Concerti

Simon Rattle, Stephen Hough – Teatro alla Scala

Simon Rattle e l’Orchestra Sinfonica della Radio Bavarese

Tutto esaurito alla Scala per uno dei concerti più attesi della stagione 2025/26 ormai prossima alla conclusione. Come in diverse altre occasioni recenti o imminenti, la scelta è quella di accoppiare un grande direttore a un grande strumentista. Il direttore, Simon Rattle, non ha bisogno di presentazioni. Il successore di Claudio Abbado alla guida dei Berliner Philarmoniker è fra i direttori più prestigiosi e amati degli ultimi decenni.

Su Stephen Hough vale invece la pena dire qualcosa in più. Hough non è tanto un pianista con molti interessi intellettuali, quanto un intellettuale poliedrico che fra le sue specialità ha quella di concertista di alto livello. Le altre sono la composizione, la saggistica di argomento musicale e letterario, la narrativa e addirittura l’esegesi biblica. Il contrasto con Rattle, oltre che stilistico, è anche fisico, di portamento. Da lontano, vedendosi la pettinatura meglio che i tratti somatici, sembrava che vicino a Rattle fosse seduto Christian Thielemann.

Il terzo protagonista della serata è l’ultima delle orchestre ospiti di quest’anno, la Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks (Orchestra sinfonica della radio bavarese), corrispettivo tedesco della nostra orchestra della Rai. Dalla sua fondazione nel 1949 la compagine, di livello altissimo, ha avuto solo questi direttori stabili: Eugen Jochum, Rafael Kubelik, Colin Davis, Lorin Maazel, Mariss Jansons, e dal 2023 Rattle. Il maestro, a sua volta, ha scelto fin dall’inizio della carriera di concentrarsi su pochi incarichi di lungo periodo, su tutti la City of Birmingham Symphony Orchestra, dal 1980 al 1998, e ovviamente i Berliner, dal 2002 al 2018. L’intesa fra direttore e orchestra si basa quindi sulla comune abitudine a lavorare approfonditamente per creare un suono e un profilo artistico, al riparo dalla tendenza dello star system contemporaneo alla velocità e al livellamento.

La rarità dell’occasione è confermata dalla data unica a Milano e dal fatto che il programma è stato eseguito solo una volta, a Monaco, la scorsa settimana, e non è per il momento prevista una tournée internazionale.

Come d’abitudine, il pianoforte trova posto nella prima parte della serata, mentre la seconda parte è tutta orchestrale. Il Terzo concerto per pianoforte di Rachmaninov, come ricorda Piero Rattalino nel bel saggio incluso nel programma di sala, è uno dei miti della letteratura pianistica, al pari degli Studi di Chopin e della Hammerklavier beethoveniana: un banco di prova affascinante e temuto delle capacità tecniche ma anche della sensibilità musicale dell’interprete. In questo caso, però, l’attenzione è equamente divisa tra il solista e il direttore. Il contrasto con la (splendida) esecuzione di Mikhail Pletnëv dello scorso anno al Teatro Dal Verme è molto netto: lì c’era un solista carismatico, che costituiva il principale elemento di attrazione per il pubblico.

L’esecuzione conferma questa impressione di equilibrio. Il suono del pianoforte è spesso inglobato nell’orchestra, in una lettura a tratti sinfonica del Concerto. Hough si destreggia bene nei passi solistici, ma il virtuosismo non è una caratteristica di questa lettura di Rachmaninov. Il suono dell’orchestra è straordinariamente duttile e trasparente. Emergono dettagli della partitura che anche un ascoltatore esperto potrebbe non aver mai notato, come accade con i grandi direttori.
La prima parte della serata si chiude come al solito con un bis solistico. Hough sceglie il Notturno op.16 n.4 di Paderewski, di cui dà una lettura lirica e sognante, ma nello stesso tempo sobria, senza eccedere nel sentimentalismo in cui a volte cadono gli esecutori di questo brano dal sapore chopiniano.

Stephen Hough

La seconda parte, interamente dedicata a Stravinskij, si apre con lo Chant funèbre, op.5, un’opera giovanile che fino a qualche anno fa si riteneva perduta, composta poco dopo la morte di Rimskij-Korsakov nel 1908. Siamo a soli due anni dall’Uccello di fuoco, ma il linguaggio cromatico, tardo-romantico non lascia ancora presagire l’originalità sconvolgente dei balletti dei primi anni 1910. Vale comunque la pena conoscere anche questa tappa della formazione del grande compositore russo, che nella serata scaligere prepara il terreno a uno dei massimi capolavori del Novecento musicale, il Sacre du printemps. Si intuisce fin dalle prime battute che il livello dell’esecuzione sarà eccelso. Rattle ha una lunga dimestichezza con la partitura, e il suo approccio è visibilmente diverso rispetto alla prima parte del concerto. Se in Rachmaninov aveva diretto con la partitura, concentrandosi con attenzione quasi didattica sulle sezioni dell’orchestra più in evidenza in ogni singolo momento del pezzo, nella Sagra dirige a memoria e con maggiore libertà, alternando momenti di pieno coinvolgimento nella musica a momenti di quasi passiva osservazione del lavoro dell’orchestra (sorprendente, ad esempio, il gesto minimo con cui indica gli accenti irregolari nelle famose prime battute di fortissimo dopo la fine dell’introduzione). La Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks conferma l’assoluta precisione mostrata nella prima parte, e vi aggiunge una potenza sonora eccezionale. La sala si riempie dell’energia barbarica della musica stravinskiana. Non credo sia possibile in questo momento ascoltare un’esecuzione migliore della Sagra della primavera. Alla Scala abbiamo assistito a un momento di grande musica, che il pubblico non dimenticherà facilmente (molti degli spettatori in sala potrebbero tornare fra un anno e quando a dirigere la Sagra sarà Kirill Petrenko, alla guida della Filarmonica della Scala, e fare il confronto).

Simon Rattle

Al termine, ovazioni per Rattle e per l’orchestra, in particolare il primo fagotto, l’altoatesino Marco Posthingel, protagonista nelle prime battute del Sacre.
Anche la seconda parte del concerto ha un bis: il pas de deux dell’Apollon musagète. Siamo improvvisamente proiettati nelle atmosfere eteree dello Stravinskij neoclassico. Il contrasto con ciò che ha preceduto è nettissimo. La stagione sinfonica strizza l’occhio a quella di balletto, che in questi giorni sta proponendo proprio Apollo e Sacre du printemps, nella stessa serata.

Programma

Sergej Rachmaninov

Concerto n. 3 in re min. op. 30 per pianoforte e orchestra

Igor’ Stravinskij

Canto funebre op. 5

Le sacre du printemps

Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks

Simon Rattle, direttore

Stephen Hough, pianoforte

Foto: Teatro alla Scala, Stephenhough.com