Spettacoli

Alzira – Festival Verdi 2026, Parma

Il Festival Verdi riporta in scena la rarissima Alzira. 

“Viaggi, cofanetti magici dalle promesse sognanti, non ci consegnerete più i vostri tesori intatti”. Queste note parole che, nel 1955, Claude Lévi-Strauss consegna al suo capolavoro Tristi Tropici, sono in un certo senso il punto di arrivo di un fenomeno che parte dal nostro passato. “Mondi lontani” è il tema che si propone di affrontare il Festival Verdi, giunto alla sua edizione numero ventisei.

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Alzira, Festival Verdi 2026

La prima ci proietta in quel “mondo lontano “che è il Perù del 1500, quello di Alzira, opera di rara rappresentazione nel repertorio verdiano. Il Perù, all’epoca della composizione dell’opera (1845), era evocato da scritti di viaggio, saggi e rare testimonianze. Possiamo citare Flora Tristan con il suo Pérégrinations d’une paria del 1838, ed il  resoconto di viaggio di William Smyth e Frederick Lowe del 1836. Forse il compositore delle Roncole si era imbattuto in uno di questi testi, o, più semplicemente, si limitò a lasciarsi affascinare da Alzira ovvero gli americani, tragedia di Voltaire del 1736. Proprio da questa fonte letteraria partì il librettista Salvatore Cammarano per un testo non sempre riuscitissimo che semplifica esageratamente il messaggio fideistico dell’originale. L’opera, definita “brutta” dallo stesso autore, ha sempre avuto una pessima fama, ma riserva, invero, tanti spunti di interesse, indizi e promesse di quello che sarà il grande Verdi che tutti amiamo.

Al Teatro Regio si segue l’edizione critica a cura di Stefano Castelvecchi, Jonathan Cheskin, edita da The University of Chicago Press e Casa Ricordi, Milano. Il regista Manuel Renga, sceglie di dare un forte senso simbolico al “fiore d’oro del Perù”, il girasole, che, erroneamente, i primi botanici europei, come Rembert Dodoens, consideravano autoctono. L’idea è quella di mischiare le epoche, di parlare, come diceva Lévi-Strauss, della corruzione di un mondo puro e raccontare il destino tragico di oppressi ed oppressori. Visivamente lo spettacolo è decisamente riuscito, elegante e non banale. Merito delle ottime scene di Aurelio Colombo e dei costumi che mescolano elementi tradizionali, seicenteschi e ottocenteschi. Ispiratissime e spettacolari sono anche  le luci di Emanuele Agliati, che ci propongono improvvisi squarci di colore che ben si sposano con le belle coreografie di Paola Lattanzi.

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Alzira, Festival Verdi 2026

Quello che ci ha convinto meno è forse una impostazione registica troppo sovraccarica: per tutto lo spettacolo si rincorrono simbologie e scene non sempre perfettamente intellegibili e facili da legare fra loro. Nel complesso, al netto appunto di qualche sovraccarico espressivo, resta una produzione, bella da vedere, ben curata e rifinita. Un particolare plauso va, poi, al Teatro Regio che ha, giustamente, proposto un titolo desueto e poco noto, una doverosa operazione che solo un Festival di alto livello può permettersi di fare. 

Sul piano musicale l’esecuzione può contare sull’esperienza e sulla preparazione del direttore statunitense James Conlon. La sua concertazione è brillante e al tempo stesso elegante e misurata: una lettura improntata a una tensione continua, in cui gli impetuosi slanci delle scene più drammatiche lasciano spazio alla delicata malinconia delle oasi sonore. Una prestazione di rilievo che testimonia, tra l’altro, l’ottima intesa con i complessi della Filarmonica Arturo Toscanini, distintasi per sonorità morbide e pastose. Pregevole risulta anche l’equilibrio tra buca e palcoscenico, dove si esibisce una compagnia di canto complessivamente ben amalgamata.

Alle prese con una parte a dir poco insidiosa, Marta Torbidoni sfrutta le peculiarità timbriche e sonore del proprio strumento per costruire un personaggio fiero e risoluto. Attenta a cogliere le diverse sfumature espressive di questa eroina verdiana, mantiene una linea di canto complessivamente ben sorvegliata. Al termine del primo atto viene annunciata un’indisposizione del soprano, che tuttavia ritorna in scena e conclude la recita con indiscussa professionalità ed impegno.

Antonio Poli, nei panni di Zamoro, mette la luminosità e la immediatezza del proprio mezzo al servizio di un canto appassionato e coinvolgente. La morbidezza dell’emissione gli consente di soppesare, con eguale convinzione, l’eroismo e l’abbandono della scrittura, dando vita a un personaggio vivo e palpitante.

Molto interessante risulta la prova del baritono spagnolo-americano Daniel Luis de Vicente: la cavata ampia e robusta, impreziosita da un timbro brunito e screziato, sostiene un canto vigoroso e facilmente proiettato, che ben testimonia il lato più abietto e possessivo del personaggio. Questa lettura interpretativa trova il giusto contraltare nel finale, nella scena della morte di Gusmano, qui resa con accenti scavati di struggente patetismo.

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Marta Torbidoni
 ed Erica Cortese

Notevole anche la prova di Alessio Cacciamani, la cui vocalità vellutata e naturalmente proiettata calza a pennello alla solennità e all’imperiosità di Alvaro.

Ben a fuoco l’Ovando di Federico Bonghi, così come adeguatamente incisivo l’Ataliba di Agostino Subacchi. Completano la locandina l’aggraziata Zuma di Erica Cortese e il mercuriale Otumbo di Long Ning.

Magistrale per compattezza il Coro del Teatro Regio di Parma, istruito da Martino Faggiani, impareggiabile nel cogliere, come sempre, la profondità del fraseggio verdiano.

Al termine della serata, festoso e partecipe successo per artisti, direttore e team visivo.

ALZIRA
Tragedia lirica in un prologo e due atti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Salvadore Cammarano
da Alzire ou les Américains di Voltaire

Alvaro Alessio Cacciamani
Gusmano Daniel Luis de Vicente
Ovando Federico Bonghi
Zamoro Antonio Poli
Ataliba Agostino Subacchi
Alzira Marta Torbidoni
Zuma Erica Cortese
Otumbo Long Ning

Filarmonica Arturo Toscanini
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore James Conlon
Maestro del coro Martino Faggiani

Regia Manuel Renga
Scene e costumi Aurelio Colombo
Luci Emanuele Agliati
Coreografie Paola Lattanzi

Foto: Roberto Ricci – Festival Verdi