Death in Venice – Teatro Grande, Brescia
Death in Venice inaugura la stagione del Teatro Grande di Brescia.
“Questa era Venezia, la bella lusinghiera e ambigua, la città metà fiaba e metà trappola, nella cui atmosfera corrotta l’arte un tempo si sviluppò rigogliosa, e che suggerì ai musicisti melodie che cullano in sonni voluttuosi.”
La catabasi del colto Aschenbach, alter ego dello stesso Thomas Mann, si consuma in una Venezia corrotta, putrescente, in bilico fra grande bellezza e continuo disfacimento. Der Tod in Venedig, assoluto capolavoro letterario del 1912, è la rappresentazione di una estrema psicomachia, di un’anima divisa fra apollineo e dionisiaco, fra ideali e voluttà. Un viaggio guidato da lontano dalla classicità: dalla discussione socratica immortalata nel Fedro.

Un racconto breve, quello di Mann, denso di significato, affascinante, conturbante ma difficile da cogliere in ogni sfumatura. Ci hanno provato, a distanza di pochi anni, Luchino Visconti e Benjamin Britten, entrambi con il loro specifico medium. Il primo con un meraviglioso lungometraggio del 1971, il secondo con l’opera, ultima della sua produzione, Death in Venice (Op. 88), su libretto di Myfanwy Piper, andata in scena, per la prima volta, il 16 giugno 1973.
La stagione del Teatro Grande di Brescia si apre proprio con questo titolo assai raro, frutto della collaborazione fra i teatri di OperaLombardia, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia e Fondazione Ravenna Manifestazioni/Teatro Alighieri. Un debutto assoluto per il teatro bresciano e aggiungiamo particolarmente sensato se pensiamo che la città è stata veneziana per più di trecento anni, dal 1426 al 1797.

La regista Rodula Gaitanou, sceglie di sfruttare grandi pannelli costantemente mossi dai video di Dick Straker. Il mondo evocato, anche grazie alle scene e costumi di Takis, è quello di una Venezia onirica, indefinita e fumosa, della mente dei protagonisti, una sorta di incubo lucido in cui i personaggi si muovono come fantasmi. Abbiamo apprezzato la capacità di evocare i tanti luoghi del libretto con cambi scena veloci e funzionali che con pochi elementi disegnano efficacemente ogni ambientazione. Bella anche l’idea di non sfruttare una iconografia tradizionale e turistica di Venezia ma riportarla solo a qualche architettura gotica e all’acqua, suo naturale e fondamentale elemento.
Particolare cura è posta sui movimenti del protagonista, lasciando così spazio per una grande prova interpretativa del bravissimo Toby Spence. I costumi richiamano alla moda dei primi del Novecento e riescono ad essere evocativi senza pedanteria didascalica. Perfette le luci funebri e appena accennate di Fiammetta Baldiserri. Ottime anche le coreografie di Mattia Agatiello. Ricordiamo che in questa opera il ruolo, fondamentale, di Tadzio, è affidato ad un ballerino, in questo caso il bravo Filippo Polli. Le coreografie pensate per il giovane polacco e per il suo gruppo di amici si sono rivelate riuscitissime anche grazie ai frequenti richiami alle statue della classicità greca.
Non è certamente da meno la qualità musicale dello spettacolo.
A partire dal podio, con la riuscita e ispirata concertazione del maestro Daniel Smith, che, attraverso una lettura attenta e meticolosa, riesce a indagare le molteplici sfumature dello spartito, assicurando al fraseggio una tensione narrativa continua ed incessante. In tal senso appare significativo il lavoro compiuto sulle dinamiche e sulle agogiche, ottimamente combinate in una visione unitaria, votata ad una drammaticità essenziale ed autentica. Perfetto il dialogo con i complessi della Orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano, impegnati, con risultati davvero pregevoli, in una continua alternanza tra pagine dalle sonorità vorticose ed orgiastiche ad altre più intime e rarefatte. Una lettura musicale di sicuro effetto, dove il contrasto tra apollineo e dionisiaco esplode travolgente ed incontrollabile.
La prova distintiva del podio trova nell’ottima compagnia di canto un contraltare ideale, a partire dal già citato protagonista, il bravissimo Toby Spence. A giudicare dalla naturalezza con cui viene risolta la scrittura, il tenore inglese sembra conoscere piuttosto bene l’impervio ruolo di Aschenbach. Efficaci del pari sono, quindi, il canto di conversazione e gli slanci più lirici, grazie alla morbidezza di una emissione piuttosto ben controllata. Su di un livello ancora superiore si colloca, poi, l’interprete, capace di permeare il fraseggio di una espressività immediata ed incisiva. La discesa verso l’abisso dell’ossessione erotica da parte di Achenbach per il giovane Tadzio, passa anche attraverso il carisma della presenza scenica, costantemente in bilico tra inquietudine e struggimento.
Dominic Sedgwick si cimenta nell’ardua impresa di dare vita ai sette personaggi che Britten concepisce per la corda di uno stesso baritono: Il viaggiatore, il bellimbusto attempato, il vecchio gondoliere, il direttore dell’albergo, il barbiere dell’albergo, il capo dei suonatori ambulanti, la voce di Dioniso. In ognuno di questi ruoli, l’artista eccelle tanto sotto l’aspetto vocale, dove si fa apprezzare per uno strumento vellutato e ben organizzato, quanto sotto quello interpretativo, dove a colpire sono le numerose rifrazioni di un fraseggio ricercato e invero variegato. Bravo!

In evidenza anche la prova di Danilo Pastore che, con la propria presenza scenica, diafana e longilinea, disegna un Apollo enigmatico ed ipnotico. Una prova che regala più di una soddisfazione anche sotto l’aspetto vocale, grazie alla rotondità dell’emissione.
Passando alle numerose parti di fianco, ricordiamo lo squillante e sonoro Xin Zhang, il facchino dell’albergo, e l’efficace e naturalmente espressivo Eugenio Maria Degiacomi, impegnato nel duplice ruolo di una guida e un impiegato inglese.
Serena Pulpito, convoglia la propria linea di canto musicale ed aggraziata, nella definizione del personaggio della venditrice di fragole e della signora danese.
Dario Battaglia, mostra la giusta sicurezza e solidità vestendo i panni del barcaiolo del Lido, il padre polacco, un cameriere di ristorante.
Chiara La Porta, con la buona proiezione del mezzo, assicura il giusto rilievo al personaggio della merlettaia e della madre russa.
Professionalità ed impegno guidano Ilaria Molinari, la bambinaia russa e una mendicante.
In primo piano, per pregnanza esecutiva e scenica, le prove di Fabio Sabadini, il vetraio e un suonatore ambulante, e di Federica Cassetti, la ragazza francese e una suonatrice.
Proseguiamo quindi nel riconoscere i meriti di una buona prova anche nel caso di Chiara Torosani, la giornalaia, la madre francese e Giorgio Tosi, il padre russo, un gondoliere.
Anche Renato Cadel e Marco Tomasoni risultano credibili ed autentici come un prete di San Marco e il padre tedesco, il primo, il cameriere della nave e il cameriere dell’albergo, il secondo.
Puntuali le prove di Davide Cucchetti, americano due e gondoliere uno, e di Jacopo Grenti, americano uno e gondoliere tre.
Completano la locandina le brave Letizia Egaddi e Osabella Di Pietro impegnate, rispettivamente, come la signora inglese e la madre tedesca.
In conclusione, ricordiamo la notevole prova del Coro di OperaLombardia che, sotto la guida di Diego Maccagnola, trova la giusta tinta per dare voce ai diversi interventi previsti in partitura.
Uno spettacolo assolutamente da vedere, un titolo non semplice da mettere in scena; un grande plauso va quindi ad una scelta coraggiosa e non scontata che riesce a rendere visibile l’ambiguità manniana senza semplificarla.
DEATH IN VENICE
Opera in due atti di Benjamin Britten
Libretto di Myfanwy Piper, dalla novella di Thomas Mann
Gustav von Aschenbach Toby Spence
Il viaggiatore, il bellimbusto attempato, il vecchio gondoliere,
il direttore dell’albergo, il barbiere dell’albergo,
il capo dei suonatori ambulanti, la voce di Dioniso Dominic Sedgwick
La voce di Apollo Danilo Pastore
Il facchino dell’albergo Xin Zhang
Una guida turistica, un impiegato inglese Eugenio Maria Degiacomi
La venditrice di fragole, la signora danese Serena Pulpito
Il barcaiolo del Lido, il padre polacco, un cameriere di ristorante Dario Battaglia
La merlettaia, la madre russa Chiara La Porta
La bambinaia russa, la mendicante Ilaria Molinari
Il vetraio, un suonatore ambulante Fabio Sabadini
La ragazza francese, una suonatrice ambulante Federica Cassetti
La giornalaia, la madre francese Chiara Torosani
Il padre russo, un gondoliere Giorgio Tosi
Un prete in San Marco, il padre tedesco Renato Cadel
Il cameriere della nave, il cameriere dell’albergo Marco Tomasoni
Un americano, un gondoliere Davide Cucchetti
Un americano, un gondoliere Jacopo Grenti
La signora inglese Letizia Egaddi
La madre tedesca Isabella Di Pietro
Tadzio (danzatore) Filippo Polli
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Coro di OperaLombardia
Direttore Daniel Smith
Maestro del coro Diego Maccagnola
Regia Rodula Gaitanou
Scene e costumi Takis
Coreografie Mattia Agatiello
Luci Fiammetta Baldiserri
Video Dick Straker
Foto: Umberto Favretto
