Spettacoli

The Telephone & Trouble in Tahiti – Teatro Goldoni, Venezia

A Venezia un inedito dittico. 

“Lo chiamano Sogno Americano perché devi essere addormentato per crederci” diceva, con ironia, George Carlin. Proprio sulle promesse infrante della nostra illusoria società è basato Trouble in Tahiti, opera del 1952 di cui Leonard Bernstein curò musica e libretto.

La Fenice di Venezia ha intelligentemente scelto di abbinare la breve opera ad un altro gioiello del Novecento ossia The Telephone, di Gian Carlo Menotti, che debuttò nel 1947. Anche in questo caso una ironica accusa contro le nostre isterie: la mania del telefono appunto, oggi più che  mai attuale. Due opere che dialogano perfettamente tra loro e che, in questo nuovo allestimento della Fondazione Teatro La Fenice, trovano una riuscitissima unità visiva  e narrativa.

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Elisa Balbo e Allen Boxer

Tutto ciò avviene grazie all’ottimo lavoro di Gianmaria Aliverta, che cura regia e costumi dello spettacolo. Ci troviamo in un luogo indefinito ed onirico, immersi in un grande cielo azzurro macchiato da nuvole bianche (scene Elena Zamparutti). Nel racconto pensato dal regista, The Telephone funge da antefatto a Trouble in Tahiti, la protagonista è una agente immobiliare ossessionata dal telefono, che finirà per trovare l’amore. 

Nella seconda parte il regista sottintende che i protagonisti siano gli stessi, disillusi però, e, come suggerisce Bernstein, sopraffatti dalla finzione del sogno americano. Aliverta, con piccole variazioni e forzature non troppo invadenti, riesce a trovare una buona via per raccontare, divertire e far riflettere. Una estetica zuccherosa, dalla luce accecante  (a cura di Marco Filibeck), nasconde i tanti problemi della vita contemporanea così ben enfatizzati dalle due partiture.

Ci sentiamo di fare un solo appunto, il regista sceglie di presentare il figlio della coppia, come defunto, un elemento a nostro avviso un po’ fuorviante rispetto a quanto scritto da Bernstein. La crisi della coppia pensata dall’autore è quella del singolo, della società e dell’uomo moderno nel suo complesso, la crisi dovuta al lutto non è minimamente contemplata nella partitura e non capiamo perché si sia voluta introdurre. Al netto di ciò lo spettacolo resta piacevole da vedere, ben costruito seppur con mezzi relativamente semplici e capace sempre di soddisfare le esigenze del libretto grazie a scene leggere ed agili. Allegri i costumi a tema cielo declinati in varie tinte accese, sempre gradevoli le coreografie di Nicola Trazzi, eseguite dai bravi Veronica Barchielli, Robert Abotsie Ediogu, Ginevra Grossi, Igor Pane e Matteo Passini.

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Allen Boxer

Sul podio dell’Orchestra del Teatro La Fenice troviamo Jacopo Brusa, al quale riconosciamo un’indiscussa abilità nel decifrare i codici espressivi della dialettica musicale novecentesca. La sua concertazione sa segnare con chiarezza la netta distinzione tra la fluidità e l’uniformità narrativa della prima parte e l’articolata varietà stilistica della seconda. Si tratta di una lettura analitica e stilisticamente soddisfacente, che deve tuttavia fare i conti con l’infelice collocazione della compagine strumentale (di fatto all’altezza del palcoscenico, data la mancanza nella sala del Teatro Goldoni di una vera e propria buca per l’orchestra) con conseguenti e inevitabili squilibri rispetto alle voci dei solisti.

Elisa Balbo si imposessa sin da subito del palco e cattura l’attenzione dello spettatore grazie a un carisma scenico indiscusso. Non si limita a interpretare il personaggio: lo vive, ne coglie le sfumature e ne restituisce tutta l’emotività. Alla frivolezza e alla spensieratezza di Lucy fanno da contraltare l’apatia e l’inquietudine di Dinah, rese con pari incisività sia vocale sia scenica. Un plauso, dunque, alla capacità del soprano di modellare l’emissione a fini espressivi, alleggerendola nei passaggi in cui debba prevalere l’ironia e scurendola laddove si imponga la malinconia e la tristezza di una vita disillusa.

Allen Boxer è un attore e interprete altrettanto efficace, a suo agio sulla scena grazie, tra l’altro, a una mimica facciale da professionista consumato. Sul piano esecutivo emerge una solida professionalità nell’aderire, con impegno, alle partiture dei due compositori.

Il jazz trio, formato da Julie Mossay, Christian Schleinzer e David Pogana, affianca l’irresistibile performance scenica con una corretta esecuzione vocale.

Qualche posto vuoto di troppo in sala, per uno spettacolo che merita assolutamente di essere visto, come confermano gli applausi calorosi del pubblico presente.

THE TELEPHONE
Opera buffa in un atto
Testo e musica di Gian Carlo Menotti

Lucy ELISA BALBO
Ben ALLEN BOXER

TROUBLE IN TAHITI
Opera in un atto e sette scene
Testo e musica di Leonard Bernstein

Dinah ELISA BALBO
Sam  ALLEN BOXER
Jazz trio JULIE MOSSAY, CHRISTIAN SCHLEINZER, DAVID POGANA

Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Jacopo Brusa
Regia e costumi Gianmaria Aliverta
Scene Elena Zamparutti
Light designer Marco Filibeck
Coreografo Nicola Trazzi

Foto: Gianpaolo Parodi