Lucia di Lammermoor – Teatro alla Scala, Milano
A tre anni di distanza torna, al Piermarini, il capolavoro di Gaetano Donizetti.
“Si lavora per sorprendere, altrimenti ci si ripete” così sosteneva il pittore Alberto Giacometti e purtoppo, questa “ripetizione” alla Scala dell’allestimento pensato da Yannis Kokkos e visto nel 2023 non ci ha convinto per nulla. Riportiamo quanto scritto tre anni fa: “Siamo negli anni venti del Novecento, in ambienti disegnati con una certa pulizia ed austerità: incombono, soprattutto all’inizio, grandi statue di cani da caccia e cervi braccati, ovvio rimando alla condizione psicologica di Lucia. Una scena che non esalta mai, ad essere onesti, ma si limita a raccontare con precisione e pulizia quanto previsto dal libretto, i cambi perlopiù a vista consentono l’incalzare dell’azione. Uno spettacolo che, forse, in parte risente del periodo in cui è stato pensato: sarebbe stato infatti lo spettacolo previsto per il sette dicembre 2020, bloccato dal covid e poi rimandato fino ad oggi. Rigorosi e appropriati i costumi novecenteschi pensati da Kokkos, adeguate allo spettacolo le luci di Vinicio Cheli, evocativi i video di Eric Duranteau capaci di ricreare le notti di plenilunio.”. Ad una seconda visione lo spettacolo si è dimostrato poco ispirato, anonimo, privo di trovate interessanti e nel complesso visivamente piatto e monocorde. Ci auguriamo che alla sua prossima apparizione scaligera Lucia trovi una nuova veste.

Decisamente migliore il versante musicale dello spettacolo, parzialmente rinnovato, rispetto al 2023.
A cominciare dal podio, sul quale torna, dopo la sua acclamata interpretazione de I Capuleti e i Montecchi di Bellini nel 2022, Speranza Scappucci. La sua è una lettura dai contorni piuttosto foschi ed oscuri, ove sonorità più asciutte e vigorose, ideali per rappresentare la violenta drammaticità di alcuni passaggi, contrastano con tempi distesi e rallentati, per meglio sottolineare i momenti più estatici della vicenda. Ne sortisce una narrazione complessivamente equilibrata e misurata, in evidente sintonia con i complessi dell’orchestra scaligera, dai quali Scappucci riesce ad ottenere quella duttilità necessaria per sbalzare, con eguale efficacia, la progressiva evoluzione del dramma. Grande attenzione è poi riposta al palcoscenico, verso cui la direttrice offre un prezioso e fondamentale supporto.
Nel cast, Rosa Feola, nel ruolo di Miss Lucia, sembra mostrare, forse più di ogni altro, perfetta aderenza alle intenzioni espresse dalla concertazione della Scappucci. Il soprano campano possiede una vocalità importante, di quelle che “corrono” facilmente nell’ampia sala del Piermarini. Le peculiarità timbriche dello strumento portano l’artista verso un canto più drammatico, meno virtuosistico (rispetto a quanto ci possa aver abituato certa tradizione), tutto giocato sui contrasti dinamici ed espressivi. Nell’ambito di una esecuzione pressoché integrale dello spartito, Feola affronta il cimento con determinazione e sigla una prova di sicuro effetto, modulando il suono con pregevole disinvoltura, convincendo per la rotondità del registro centrale, la pienezza di quello superiore e la pregevole facilità con cui raggiunge la regione sopracuta (specie nella ripresa di “Spargi d’amaro pianto”). Nel complesso una prestazione di sicuro interesse anche dal punto di vista interpretativo, grazie alla cura e al cesello del fraseggio, in uno con una efficace partecipazione scenica.

Al suo fianco, Piero Pretti, si conferma artista a tutto tondo, coniugando la compattezza di una linea squisitamente lirica e facilmente proiettata, con il pieno coinvolgimento emotivo dell’accento. Rispetto a qualche anno fa, e coerentemente alle attuali scelte di repertorio, la vocalità del tenore ha acquisito maggiore corpo, agevolando l’artista verso una espressività più matura e un ritratto più consapevole del personaggio. Pregevole l’affiatamento con la Lucia della Feola, come ben si può notare nel duetto di finale primo, contrappuntato con il giusto trasporto.
Nei panni di Enrico Ashton troviamo Boris Pinkhasovich, già interprete del ruolo nel 2023. Il baritono sfoggia una vocalità ampia e dal caratteristico colore chiaro. La solidità esecutiva si coniuga ad una certa austerità scenica e, insieme, concorrono alla riuscita definizione dell’aspetto più bieco e spietato del personaggio.
Partecipe della produzione originaria era anche Michele Pertusi che, in quanto a pertinenza stilistica, risulta forse oggi inarrivabile in questo repertorio. Si rimane colpiti, anche in questa occasione, dalla nobiltà dell’accento, dall’eleganza dell’emissione e dalla morbidezza del legato. Una pagina come “Cedi, deh cedi, non più sciagure” diviene così un autentico manuale di canto e di interpretazione donizettiana.
Torna in questa occasione anche Leonardo Cortellazzi che, con uno strumento sorretto dallo squillo di un’emissione rotonda e ben sostenuta sul fiato, regala un Arturo efficace ed incisivo.

Paolo Antognetti sfrutta la limpidezza della linea per dare vita ad un Normanno adeguatamente insinuante e doppiogiochista.
Corretta e ben a fuoco la Alisa di Hyeonsol Park, dalle fila dell’Accademia del Teatro alla Scala.
Magnifico, come oramai da consolidata tradizione, il coro scaligero, istruito alla perfezione da Alberto Malazzi.
Successo incandescente al termine per tutti gli interpreti.
LUCIA DI LAMMERMOOR
Dramma tragico in tre atti
Libretto di Salvadore Cammarano
Musica di Gaetano Donizetti
Versione Napoli 1835
Enrico Boris Pinkhasovich
Lucia Rosa Feola
Edgardo Piero Pretti
Arturo Leonardo Cortellazzi
Raimondo Michele Pertusi
Alisa Hyeonsol Park *
Normanno Paolo Antognetti
*Allieva dell’Accademia Teatro alla Scala
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttrice Speranza Scappucci
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia, scene e costumi Yannis Kokkos
Luci Vinicio Cheli
Video Eric Duranteau
Foto: Brescia Amisano
