Daniele Gatti, ciclo Beethoven IV – Teatro del Maggio, Firenze
“Il faut reculer pour mieux souter”, “Bisogna arretrare per meglio saltare”. E proprio questo verrebbe da pensare guardando l’Ottava nella prospettiva della Nona, come se Ludwig van Beethoven, mentre si accingeva all’ “ultima salita”, avesse sentito il bisogno di rivedere la forma sonata nella distanza dell’ironia. E come uno sconcertante passo indietro fu percepita la sinfonia dai suoi contemporanei, che erano stati testimoni degli eroici furori della Terza e della Quinta nonché della Pastorale e della grande danza della Settima; composizione, l’Ottava, che tuttavia era molto molto apprezzata da Schumann e Wagner. In realtà, questa ricapitolazione e congedo all’insegna del gioco è un grande esercizio di libertà: Beethoven sa infatti che la sua tecnica è scienza compositiva e che la sua arte ha spalancato il futuro e può quindi permettersi di creare liberamente scherzando con la tradizione. Un sere ludere che è di chi ha conquistato, nel confronto con il passato, una straordinaria libertà espressiva; libertà che in tedesco è Freiheit, a cui Schiller aveva inizialmente intitolato la sua ode, sostituendola poi con Freude, più politicamente corretta per la censura del tempo.
Felice dunque la scelta di Daniele Gatti che, nel concerto che chiude l’88° Maggio Musicale Fiorentino, esegue insieme le due sinfonie, mentre una consolidata consuetudine fa sì che la Nona sia quasi sempre l’unico pezzo in programma; una scelta che ci consente di vedere due aspetti dell’ultimo Beethoven, il cantore dell’umanità e l’artista dell’ironia, come anche emerge con altrettanta evidenza dagli ultimi quartetti (tra l’altro meritoriamente nel cartellone di questa edizione del Festival).

L’esecuzione della Sinfonia n. 8 in fa maggiore op. 93 si distingue infatti per forme levigate e un andamento giocoso da parodia, dove il respiro è di grande libertà, leggiero ed elegante. L’Allegro vivace e con brio ha un inizio maestoso, procede con magniloquenza ed ha una chiusura enigmatica finemente evidenziata da Gatti. Il secondo movimento, omaggio all’inventore del metronomo, presente al debutto della sinfonia, viene plasmato come un congegno meraviglioso, con puntualità ritmica e perfetta armonia tra gli strumenti. Il Minuetto viene reso in modi pomposi, a sottolinearne l’estraneità nel nuovo contesto di inizio secolo, e il finale corre energico e luminoso, straordinaria fucina di impasti e volumi.
La lettura della Sinfonia n. 9 in re minore op. 125 è per suo conto energica ed inquieta, secondo una visione in cui la forma si articola davvero “coralmente”, ovvero nel dialogo serrato ed equilibrato tra tutti i gruppi degli strumenti. Un suono esuberante che nasce però dalla misura della relazione, con tempi veloci che ben ci descrivono un’energia pervasiva e creatrice, ma che fanno registrare alcune imprecisioni da parte dell’Orchestra, soprattutto nei primi due movimenti.
Inquieto e magmatico è appunto l’attacco, indefinito nella sua instabilità armonica. Momenti di potente turgore si contraggono in un tremolio che riprende a crescere gradualmente, in un andamento di volumi oscillanti che evocano il caos e la lotta, nella costante tensione a far emergere il contributo di ogni strumento. Schietta ma solenne la chiusura, che crea una sospensione per far poi ripiombare il suono verso il basso, sentenza di caduta senza appello.
E’ intensamente vibrante lo Scherzo, delineato nella continua attenzione a far dialogare i legni con gli archi, senza mai schiacciare alcun timbro e nel definire ogni frase con chiarezza. Il gesto di Gatti è qui più vigoroso che altrove ma sempre volto ad equilibrare, interpretando questa festa bacchica, secondo le intenzioni di Beethoven, come il momento più autenticamente dionisiaco, ovvero segnato da una volontà di riordinamento cosmico, che tenta di porre rimedio alla cosmogenesi negativa del primo movimento.
L’Adagio è delicato e palpitante, omogeneo e trasparente, di ineffabile cantabilità, musica delle sfere in homine interiore. La fanfara degli ottoni lo vena tuttavia di drammaticità, eppure qui mantiene i tratti di una chiamata solare: nella quiete è sussulto di uno spirito indomito e profezia del futuro.
Quel che torna a tingersi del dramma in modi solenni è l’inizio del Finale, con la ricapitolazione dei tre movimenti precedenti, da cui scaturisce il tema della Freude, salendo dalle profondità della terra e dell’anima, affidato ai contrabbassi, nitidi e controllati, per poi propagarsi a tutti gli strumenti, in una successione di livelli sonori fino alla piena deflagrazione.

L’annuncio del nuovo è del basso Jongmin Park, potente e sbalzato, stentoreo nella sua nobile proclamazione. Sfolgorante e acutissimo il quartetto che segue con la limpidezza di Mariangela Sicilia, la densità vocale di Eleonora Filipponi e la chiara fluidità di Bernard Richter; quartetto che culmina nell’entrata puntuale del Coro, spartano e in un forte moderato, ma che esplode in vigore nella ripetizione e nello svettante “vor Gott”.
In questa seconda parte del movimento il Coro del Maggio diretto da Lorenzo Fratini offre una prova davvero superlativa, tanto per forza quanto compattezza, differenziando nella dinamica e nell’intenzione espressiva ogni passaggio, dal corale alla doppia fuga conclusiva. Di grande suggestione e trasparenza il momento lento e contemplativo, prima della coda, in cui i quattro solisti intonano “Alle Menschen werden Brüder”, “Tutti gli uomini saranno fratelli”. Energia e inquietudine sfociano dunque nel canto di un’umanità rinnovata, o piuttosto di un’umanità che aspira, nello slancio del canto, all’affratellamento universale.
Alla fine davvero travolgente l’entusiasmo del pubblico, in un concerto che si era aperto con l’appello per il suo paese ferito dal terremoto di una professoressa venezuelana dell’Orchestra. Concreta occasione per costruire quella Freude che è concordia e fratellanza e di cui la musica ci dà l’immagine perfetta.
LUDWIG VAN BEETHOVEN
Sinfonia n. 8 in fa maggiore, op. 93
Allegro vivace e con brio
Allegro scherzando
Tempo di Menuetto
Allegro vivace
Sinfonia n. 9 in re minore, op. 125 Corale
Allegro ma non troppo, un poco maestoso
Molto vivace. Presto
Adagio molto e cantabile. Andantino. Adagio
Finale: Presto. Recitativo. Allegro assai. Allegro assai vivace. Alla Marcia. Andante maestoso. Allegro energico, sempre ben marcato. Allegro ma non troppo. Poco adagio. Prestissimo.
Direttore Daniele Gatti
Mariangela Sicilia, soprano
Eleonora Filipponi, mezzosoprano
Bernard Richter, tenore
Jongmin Park, basso
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
Foto: Michele Monasta – Maggio Musicale Fiorentino
