Giulio Cesare in Egitto – Teatro del Maggio, Firenze
Il cartellone operistico dall’88° Maggio Musicale Fiorentino delinea un singolare percorso a ritroso nella storia del teatro musicale, in tre tappe che risalgono la corrente dell’evoluzione dell’opera, partendo dalla sperimentazione contemporanea di John Adams e passando per il rinnovamento della drammaturgia ottocentesca operato da Giuseppe Verdi. L’approdo di questa navigazione a rebours è l’opera händeliana, con un Giulio Cesare in Egitto che riesce bilanciare gli aspetti leggeri e brillanti con quelli tragici e severi, creando in questo una curiosa analogia con la struttura e le atmosfere di Un ballo in maschera. La regia di Davide Livermore, ideata nel 2024 per l’Opéra di Monte Carlo e ora ripresa per il più ampio palcoscenico del Maggio, rilegge il capolavoro di Georg Friedrich Händel in una chiave di sottile ironia, trasformando la vicenda in una crociera sul Nilo che si richiama esplicitamente al celebre giallo di Agatha Christie. Qui l’Assassinio è quello di Pompeo e la storia diviene una narcisistica epopea del potere, farsesca e divertente ma sempre raffinata, e soprattutto che mai tralascia di dare rilievo alle situazioni drammatiche e a quelle sognanti. Una lettura che, mostrandoci soprattutto la vanità di chi governa, fa forse perdere qualcosa alla figura del monarca illuminato e virtuoso che è mito politico del Settecento, nonché celebrazione del nuovo sovrano di Hannover in terra d’Inghilterra. E tuttavia, nello scontro tra Cesare e Tolomeo, non si manca di articolare una riflessione sulla moralità del potere e sulla natura meditativa del principe, facendo perdipiù circolare un beffardo Poirot intento a indagare i misteri di quella competizione politica.

Il racconto scorre fluido e avvincente, dove il battello, nelle scenografie di Giò Forma, riproduce le suggestioni della macchina barocca e dove le proiezioni di D-Wok ricreano comunque, secondo un gusto più moderno e razionalista, il teatro della meraviglia. La trasposizione conserva tra l’altro l’esotismo dell’opera, ambientata comunque in Egitto e con i costumi anni trenta di Mariana Fracasso spesso arricchiti da richiami egizi negli ori sfavillanti. Le luci di Antonio Castro rendono da parte loro la scena varia e cangiante, con passaggi assolutamente solari e frangenti notturni e raccolti. Ancelle e servitori si muovono con i personaggi secondo movimenti precisi e coordinati, in accordo con la musica e in osservanza del libretto, come nel caso del teatro nel teatro previsto per l’entrata al secondo atto di Cleopatra e nella successiva aria giocosa di Cesare. Di forte impatto il naufragio con la nave incagliata tra le dune, con il fondale che poi si tinge di rosso, e di grande efficacia le lente e sincronizzate chiusure di sipario.
A sostenere e orientare questa agile ma complessa narrazione visiva è la direzione di Gianluca Capuano, con una lettura che è sì ironica e brillante, ma che ci appare soprattutto volta complessivamente all’espressione puntuale degli affetti policromi e multiformi che caratterizzano questa partitura. I tempi veloci sono addirittura incalzanti e nervosi nelle parti narrative e agitate, in una minuziosa attenzione ai continui cambi di ritmo e nella creazione di un suono analitico e definito, eppure timbricamente ricco e screziato. Se molti recitativi sono realizzati con gustosi effetti comici, le arie contemplative vengono cesellate con tempi notevolmente distesi, realizzando in tal modo il pieno e libero dispiegarsi dell’affetto, grazie anche ad una sorvegliata dinamica e all’impiego di pause marcate che sospendono l’azione teatrale.

In grande sintonia con regia e direzione si dimostra l’intero cast degli interpreti.
Giulio Cesare è Raffaele Pe, che plasma un comandante che all’inizio è fatuo e nervoso, nelle smanie per l’affermazione della propria immagine, ma che, pur mantenendo aspetti leggeri, acquista progressivamente nobiltà e spessore drammatico. Se non è troppo brillante nelle arie iniziali, con vocalizzi poco definiti, “Se in fiorito ameno prato” viene delineata con ironica leggerezza e un fraseggio alquanto modulato, in un virtuoso e divertente dialogo con il violino di spalla Salvatore Quaranta. E’ invece di scolpita gravità il recitativo accompagnato “Alma del gran Pompeo” ed è assai toccante “Aure, deh, per pietà spirate”, tracciata con una straordinaria tenuta delle note e un’intensa espressività.
Cleopatra è Mariangela Sicilia, sensuale e drammatica, con un canto legato e avvolgente, di grande morbidezza e seduzione. Di notevole trasparenza “V’adoro pupille” e molto intensa “Se pietà di me non senti”, mentre “Piangerò la sorte mia” viene finemente cesellata con un saldo controllo e intense emozioni.

Molto drammatica la Cornelia di Fleur Barron, sicura negli impervi passaggi dal grave all’acuto del ruolo, ma poco emozionante nelle arie iniziali. Più coinvolgente in “Cessi omai di sospirar”, mentre effonde un dolore nobile e lacerante nel duetto con Sesto.
Quest’ultimo è interpretato da Nicolò Balducci, che esibisce una vocalità tersa e di notevole duttilità, declinata in un canto strutturato ed emozionante. Se la prima aria di furore ha un piglio schietto e nervoso, “Cara speme questo core” è struggente e contemplativa, di trasparente dolcezza. Fluida e vibrante anche “L’angue offeso mai riposa”, mentre ha la forma di un sublime lamento il duetto con la madre che chiude il primo atto.
Ha uno stile molto incisivo Filippo Mineccia, con un’emissione non troppo omogenea ma con acuti proiettati con forza. Il suo Tolomeo è nevrotico e irruento, definito in ogni dettaglio tanto nel canto quanto nella recitazione. Tra le sue arie spicca per levigatezza e sentimento “Belle dee di questo core”.
Ha una voce compatta e un articolato fraseggio l’Achilla di Valerio Morelli, che sbalza con vigore entrambe le sue arie per riuscire poi nel finale di scavata espressività.
Ha un contegno misurato e una vocalità dolce e rotonda il Nireno di Janetka Hoşco ed è nitido e solido il Curio di Davide Sodini.
Molto applauditi, anche a scena aperta, Pe, la Sicilia e Balducci. Entusiasmo per Capuano e fragorosi consensi per il team creativo.
GIULIO CESARE IN EGITTO
di Georg Friedrich Händel
Maestro concertatore e direttore Gianluca Capuano
Regia Davide Livermore
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Scene Giò Forma
Costumi Mariana Fracasso
Luci Antonio Castro
Video D-Wok
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Giulio Cesare Raffaele Pe
Cornelia Fleur Barron
Sesto Pompeo Nicolò Balducci
Cleopatra Mariangela Sicilia
Tolomeo Filippo Mineccia
Achilla Valerio Morelli
Curio Davide Sodini
Nireno Janetka Hoşco
Foto: Michele Monasta – Maggio Musicale Fiorentino
