Spettacoli

La traviata – Teatro dell’Opera, Roma

Ermonela Jaho, per l’ultima volta Violetta, regala a Roma una serata traboccante di emozioni. La sua “traviata” è infatti vibrante e scavata, intensamente corporea nel dolore come nella passione e capace di imporsi come motore e centro magnetico dell’intera rappresentazione. Fin dal suo ingresso ci appare sontuosa e pesantemente segnata dalla morte, tant’è che i recitativi iniziali e il brindisi non sono di brillante leggerezza, ma anticipano il canto tenuto e lacerato di “Croce e delizia”. Se talora il registro medio grave è di moderata consistenza, quello acuto sfavilla nella cabaletta, con un ottimo volume e una straordinaria agilità. Il dialogo con Germont viene poi articolato con estrema varietà, assai differenziato nella dinamica e nell’accento, con un “Dite alla giovane” legato e straziante e un addio delicato e assai coinvolgente. Svettante “Amami Alfredo”, nell’espandersi di una forza disperata e luminosa, mentre alla festa da Flora il contegno è alquanto misurato eppure dolentissimo. La grande padronanza del ruolo, interpretato dalla Jaho in più di trecento occasioni, culmina in una toccante e spettrale “Addio del passato”, dove è la stessa trasparenza delle frasi a plasmare emozioni intense e trasfiguranti.
Al suo fianco Dmitry Korchak è un Alfredo nobile e appassionato, signorile anche nel tormento e nell’arroganza. Nel brindisi la voce è nitida e luminosa e una linea modulata e un’attenta dinamica contraddistinguono “Croce e delizia”. L’aria al secondo atto è poi smaltata e avvolgente, seguita da una cabaletta energica e puntale. Di grande vigore drammatico nel finale del secondo atto, mentre ritrova un’intenzione affettuosa e garbata nella dolce illusione di “Parigi o cara”.

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Ermonela Jaho e Dmitry Korchak

Amartuvshin Enkhbat esprime da parte sua tutta la solidità borghese di Alfredo Germont, mostrandoci al contempo come Violetta riesca a fare breccia nella sua apparente impenetrabilità. Un fraseggio parimenti sbalzato e puntualmente organizzato plasma una nitida “Pura sì come un angelo” e una penetrante “Un dì quando le Veneri”. Fluida e intrisa di calore è “Di Provenza il mare e il sol”, scandito e severo l’intervento alla festa e piene di pathos le frasi del pentimento nella camera di Violetta.
Il resto del cast definisce una coralità affiatata e ben diversificata, con la Flora di Maria Elena Pepi che si dimostra capace di fatua esuberanza come di accorata drammaticità. Misurata e dolente è l’Annina di Sofia Barbashova, così come è drammatico e tornito il Dottor Grenvil di Adriano Gramigni. Ha una vocalità chiara e rotonda Guangwei Yao come Gastone ed è morbido e compatto il Barone Duphol di Arturo Espinosa. Scuro e profondo il Marchese d’Obigny di Alejo Alvarez Castillo e nitido il Giuseppe interpretato da Giuseppe Ruggero. Definiti con cura anche il Commissionario di Alessandro Guerzoni e il Domestico di Flora di Marco Severin.

Sul podio Francesco Ivan Ciampa crea un racconto lineare e unitario dove a prevalere è soprattutto l’enfasi tragica. Il preludio fluisce tuttavia senza rilievo e l’attacco del primo quadro è invece pomposo e bandistico, in un primo atto in cui si alternano accelerazioni e tempi assai dilatati. Più omogeneo e drammatico è il dialogo tra Violetta e Germont, sostenuto da un tappetto vibrante e talora puntato. Il suono dell’Orchestra, sempre preciso e voluminoso, rischia sovente di coprire le voci, come in “Amami Alfredo” o nella festa da Flora. Il grande concertato è però di grande equilibrio e produce una viva emozione, grazie anche al Coro, guidato da Ciro Visco, compatto e ben modulato su più livelli sonori, mentre gli interventi al primo atto erano stati più opachi e uniformi. Sotto l’aspetto della direzione è comunque il terzo atto che si attesta come il più espressivo ed organico, con accenti marcati e un’accurata dinamica.

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Ermonela Jaho

Da parte sua anche la regia di Sofia Coppola regala bellezza ed emozioni al Costanzi e a Roma, giacché l’ultima recita, in omaggio a Valentino, viene proiettata anche a Trinità dei Monti. L’allestimento, che compie quest’anno dieci anni, non solo fu il debutto operistico della regista americana, ma venne alla luce in stretta collaborazione la Maison Valentino. Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, allora direttori creativi della celebre casa di moda, realizzarono infatti gli abiti di Flora e del coro, mentre fu lo stesso Valentino a creare quelli di Violetta. I costumi dunque, pur richiamando idealmente le fogge ottocentesche, sono di un’eleganza senza tempo, morbidi e sognanti, anche se per lo più di colori severi, come quella società borghese da cui si vorrebbe fuggire ma che rimane come imprescindibile cornice della tragedia. Anche in un mondo di gaudenti Violetta ci appare diversa, prima vestita in un nero luttuoso nel ricevimento da lei, poi immancabilmente in rosso alla festa da Flora. Tutta la rappresentazione le ruota intorno e l’intera vicenda si configura come una sua discesa nella sua interiorità, simboleggiata dall’ampio scalone bianco del primo atto: un discendere in limine mortis per trovare l’amore e con esso le forze che ad esso si oppongono. Nelle scenografie di Nathan Crowley e Leila Fteita ogni oggetto ha una sua essenzialità ma con dettagli alquanto curati, dai lampadari ai velluti. Le luci di Vinicio Cheli ci parlano tempo e della sua caducità, mostrandoci le diverse ore del giorno, i balli notturni e ai mattini e i crepuscoli in campagna. I movimenti per loro conto esprimono una coesa coralità, culminante nella magnifica danza di zingare e toreri secondo le coreografie di Stéphane Phavorin. Tutto è di straordinaria eleganza, misurato ma sontuoso, ma al contempo tutto sa di prigione, con architetture che chiudono l’orizzonte, si tratti dei saloni Parigini o il giardino d’inverno che sembra un’estensione della voliera. Soltanto nella camera di Violetta ormai moribonda troviamo una grande vetrata, come se fosse la testata del letto: una soluzione formale che non ha il fascino del resto, ma che è efficace nell’alludere finalmente alla luce e a un oltre imminente.

Applauditissima la Jaho, molto apprezzati Korchak e Enkhbat, nel generale entusiasmo per l’intero spettacolo.

LA TRAVIATA

Musica di Giuseppe Verdi
Opera in tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
da La Dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio

Direttore   Francesco Ivan Ciampa

Regia   Sofia Coppola

Maestro del Coro   Ciro Visco

Scene   Nathan Crowley
Scenografo collaboratore   Leila Fteita
Costumi   Valentino Garavani, Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli
Coreografia   Stéphane Phavorin
Luci   Vinicio Cheli
Video a cura di   Officine K
Regista collaboratore   Marina Bianchi 

PERSONAGGI   INTERPRETI
Violetta Valéry   Ermonela Jaho 
Alfredo Germont   Dmitry Korchak  
Giorgio Germont   Amartuvshin Enkhbat
Flora   Maria Elena Pepi*
Annina   Sofia Barbashova*
Il Barone Douphol   Arturo Espinosa
Il Marchese d’Obigny   Alejo Álvarez Castillo*
Gastone   Guangwei Yao*
Il dottor Grenvil   Adriano Gramigni
Un domestico   Daniele Massimi 
Un commissionario   Carlo Alberto Gioja  
Giuseppe   Salvatore Minopoli 
*Dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma

Allestimento Teatro dell’Opera di Roma

Produzione creata da Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti

Foto: Fabrizio Sansoni – Opera di Roma