Spettacoli

Die Frau ohne Schatten – Festival d’Aix-en-Provence 2026

Una produzione di eccezionale valore al Festival di Aix-en-Provence. 

“In una figura, cercate la grande luce e la grande ombra, il resto verrà da sé”. Queste parole, del grande pittore impressionista Édouard Manet, possono anche essere trasposte fuori dalla pittura: l’uomo cerca da sempre la luce e l’ombra, i due poli cardini della vita fisica e spirituale. Il mondo materiale, simboleggiato dall’ombra, e il mondo spirituale a cui ci si può elevare con l’arte, come sosteneva Goethe nelle sue Conversazioni di emigrati tedeschi del 1795. Proprio da questa opera letteraria parte il noto poeta Hugo von Hofmannsthal per scrivere una fiaba morale, la sua Die Frau ohne Schatten, un testo complesso e stratificato con molteplici rimandi: al Faust dello stesso Goethe, ad esempio, ma anche a miti persiani, alle fiabe dei Grimm, alle Mille ed una notte ed, in parte, al Flauto magico di Mozart. Protagonista della storia una Imperatrice, di natura in parte divina ed in parte umana: affronterà un percorso di crescita spirituale che le farà abbracciare il suo lato umano ed imperfetto, la sua ombra appunto. Fondamentali nel testo restano la pietà e la compassione, culminanti nel famoso grido “Ich will nicht” pronunciato dalla donna, che la porterà alla rinuncia di un’azione indebita e alla compassione per il prossimo. In analogia con il mozartiano Flauto magico, proposto quest’anno come altro titolo operistico nel festival, il racconto riflette su un percorso spirituale che da individuale si può ritenere compiuto solo con l’arrivo del vero amore e della progenie.

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Brian Mulligan e Ambur Braid

In stretta collaborazione con Richard Strauss questo grande magma di idee e citazioni, che esistono sia come libretto che come racconto autonomo in prosa, prendono la forma di un’opera lirica la cui composizione avviene negli anni 1911-1915 per poi debuttare a Vienna solo nel 1919, a guerra conclusa. Il grande musicista bavarese che si augurava che la “musica sia degna della (sua) bella poesia”, crea un tappeto sonoro meraviglioso, di impostazione wagneriana, arricchito da preziosi interludi, numerosi Leitmotive ma anche variato da sospensioni atonali. Un’opera sulla cui infinita complessità poetica e musicale non possiamo, in questa sede, ulteriormente indagare, ma crediamo che sia talmente potente e viscerale da essere moralmente edificante e simbolo di speranza anche per un semplice ascoltatore. Questo meraviglioso componimento è stato purtroppo, al tempo stesso, vittima della sua complessità ed inaccessibilità: le evidenti difficoltà sceniche e musicali che porta con sé ne hanno decretato, ancora oggi, una limitatissima diffusione nei teatri. Un grande applauso va quindi al Festival di Aix en Provence che quest’anno ha deciso di regalare al suo pubblico un riuscitissimo allestimento di Die Frau ohne Schatten. Nel rigoroso spazio del Grand Théâtre de Provence, pensato da Vittorio Gregotti nel 2007, va in scena un nuovo allestimento che vede alla regia Barrie Kosky, alle scene Michael Levine coadiuvati dalla drammaturgia di Antonio Cuenca Ruiz

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Nina Stemme

In modo intelligente e sensato il noto regista australiano ha scelto di non perdersi eccessivamente ad inseguire le tante e troppe scene previste nel libretto per concentrarsi su pochi elementi simbolici. Il colore nero domina nel mondo degli umani con una grande e disordinata casa su tre piani in cui vivono il Tintore e la moglie, una torre che ci ha ricordato un po’ i Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, un luogo disordinato, ricco di fumi, di vita e di lavoro. A questa ambientazione si affiancano poi elementi scenici riuscitissimi come il gigantesco cavallo a dondolo su cui l’Imperatore canta il suo monologo di secondo atto o la sedia a dondolo nera su cui la Nutrice costringe nevroticamente le sue “vittime”. Altri elementi poi paiono tratti di peso dall’estetica surrealista: ad esempio una gigantesca testa e danzatori che paiono dervisci rotanti senza capo.

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Brian Mulligan

Uno spettacolo che sicuramente semplifica e asciuga il mondo visivo del libretto ma riesce ad essere sempre convincente e sufficientemente aderente alla fonte letteraria. Come sempre, nelle regie di Kosky la massima attenzione è data alle movenze, ai gesti, alle intenzioni degli interpreti, studiate in modo quasi maniacale. A differenza dei due primi atti prevalentemente dai toni scuri, il terzo ed ultimo atto, di ambientazione ultraterrena è totalmente giocato in uno spazio bianco, probabilmente del subconscio, dalle luci accecanti. Nelle ultime scene, poi, il regista gioca con l’ombra della protagonista, il suo finale ricongiungimento con la sua parte oscura interpretata nello spettacolo dal bravo ballerino Prince Mihai. Citiamo ancora il magistrale lavoro di light design di Franck Evin ed i costumi volutamente quotidiani ed essenziali, di taglio contemporaneo di Victoria Behr. Un allestimento intelligente insomma, che rinuncia al fasto eccessivo per concentrarsi sull’essenza simbolica e che funziona perfettamente anche perché supportato da una parte musicale decisamente stupefacente. 

Per affrontare questa complessa e articolata partitura, il Festival di Aix punta tutto su Klaus Mäkelä, direttore d’orchestra finlandese che, a dispetto dei suoi appena trent’anni, mostra già un curriculum prestigioso. Un percorso in rapida ascesa che, a partire dal settembre 2027, lo porterà anche a ricoprire le cariche di Direttore Musicale dell’Orchestra del Concertgebouw di Amsterdam e della Chicago Symphony. Curioso a dirsi, ma questa Frau è, per Mäkelä, una delle prime esperienze operistiche in assoluto e, a giudicare dai boati del pubblico ad ogni suo ricomparire sul podio al rientro dagli intervalli e alla ribalta finale, il cimento è stato superato con risultati a dir poco esaltanti. Il componimento, tra i più stratificati e criptici della produzione straussiana, viene sviscerato con analitica precisione, scandagliato con meticolosa attenzione ed elaborato con quella consapevolezza propria delle grandi bacchette. Una concertazione energica e pregnante, capace di costruire, grazie all’armoniosa intesa con le masse dell’Orchestre de Paris, un fraseggio ricco di sfumature e di colori. Lo smalto e la duttilità del suono orchestrale, dosato a dovere, concorrono alla definizione delle tinte e delle dinamiche che, di volta, in volta, raccontano emozioni e situazioni. Mäkelä riesce così a caratterizzare al meglio sovrannaturale e terreno, da una parte l’onirica impalpabilità di un mondo incantato e dall’altra la semplice concretezza del quotidiano. Allo stesso tempo, però, non sfugge l’intensità delle passioni e dei sentimenti, minimo comune denominatore tra la dimensione umana e quella degli spiriti. La serata riserva davvero tanti momenti memorabili, troppi per essere elencati ad uno ad uno, ma come dimenticare l’accorata partecipazione con cui viene dipinto lo strazio dell’Imperatore in secondo atto, la nervosa tensione che caratterizza la figura della Nutrice ad ogni suo intervento, la molteplicità e varietà della palette di colori per rappresentare la tormentata evoluzione psicologica della moglie di Barak. E, su tutto, il vigore e la veemenza con cui viene dipinto il tormento dell’Imperatrice che, sull’atto di essere giudicata definitivamente, si rivolge al padre per ottenere la salvezza del marito mutato in pietra.

Una prova davvero superba che può contare sulla eccellenza della già citata compagine orchestrale, dal suono luminoso e levigato, capace di brillare, con pari efficacia, nelle scene di maggiore intimismo come in quelle più concitate. Di pari bravura ricordiamo il Choeur de L’Orchestre de Paris che, sotto la guida di Richard Wilberforce, regala un finale primo di rara suggestione.

Venendo alla compagnia di canto, supportata magnificamente dalla buca, che letteralmente sembra respirare con il palcoscenico in splendida unità di intenti, difficile poter pensare oggi ad interpreti di livello superiore a quelli presenti in questa produzione.

Nina Stemme è una Nutrice strepitosa. L’artista sfrutta la propria vocalità, dal timbro bronzeo, con invidiabile sicurezza e consapevolezza. Supera ogni ostacolo di questa lunga ed insidiosa parte con disinvoltura, mantenendo un costante controllo dell’emissione in tutti i registri. E poi c’è l’interprete, con la sua capacità di scavare nell’accento, di trovare ogni volta una sfumatura nuova per sottolineare con maggiore enfasi l’urgenza espressiva del momento. Una verità teatrale che vive anche attraverso la grandezza dell’attrice, cui basta anche uno sguardo per catturare il pubblico ed ammaliarlo con un carisma da indiscussa fuoriclasse.

La vicenda pone due coppie a confronto, da una parte l’Imperatore e l’Imperatrice e, dall’altra, Barak e sua moglie.

L’Imperatrice si giova del fascino conturbante di Vida Miknevičiūtė, enigmatica ed algida nella sua magnetica presenza. Il soprano, dallo strumento torrenziale e facilmente proiettato, sostiene con eguale efficacia i momenti più struggenti come quelli più drammatici. La morbidezza e la duttilità della linea consentono infatti all’artista di risolvere ogni passaggio della scrittura attraverso il ferreo controllo dell’emissione, dai gravi e sino agli estremi acuti, lanciati con disarmante naturalezza. Come per la Stemme, anche in questo caso, notiamo, poi, una straordinaria pregnanza dell’accento, declinato con profondo realismo. La grandezza della prova della Miknevičiūtė risiede, oltre che nell’indubbio carisma scenico, anche nella capacità di costruire un personaggio in continua evoluzione, una donna tormentata che, dopo aver conosciuto la compassione, saprà vincere le proprie paure e sfidare il destino avverso.

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Vida Miknevičiūtė, Nina Stemme e Ambur Braid

Michael Spyres, veste i panni dell’Imperatore con manifesta disinvoltura. Forte della compattezza e dell’omogeneità di una linea tecnicamente solida e sempre presidiata, il tenore offre un canto di pregevole suggestione e, grazie alla cristallina trasparenza dell’emissione, riesce a dare vita ad un personaggio profondamente umano, tratteggiato con grande credibilità in tutto il suo tormento interiore. Il già citato monologo di secondo atto, con il suo trascinante trasporto emotivo, resta uno dei vertici non solo della prova di Spryres ma, più in generale, dell’intera serata. Da segnalare, inoltre, il buon affiatamento timbrico con l’Imperatrice della Miknevičiūtė, particolarmente evidente nel bellissimo, quanto difficilissimo, duetto del ricongiungimento tra i due amanti nel finale dell’opera. 

Passando all’altra coppia del dramma, Barak ha la voce e la fisicità di Brian Mulligan, dalla vocalità pastosa e ben impostata, vibrante nei centri e squillante in acuto. Attraverso una canto sul fiato preciso e ben impostato, il baritono tratteggia un personaggio sempre credibile ed efficace. Un uomo innamorato e generoso, tutto assorto nella propria routine quotidiana e che, all’improvviso, rimane incredulo dinanzi al mutamento della moglie. Rabbia e paura convivono in un canto appassionato, sino all’ultimo atto quando, dopo lo smarrimento reciproco, marito e moglie si ritroveranno per riscoprirsi fortificati ed indivisibili nella solidità del legame coniugale.

Ambur Braid, veste i panni della moglie di Barak e sigla una prova d’eccellenza. In possesso di una vocalità poderosa, dall’emissione ferma e proiettata, l’artista non teme le improvvise impennate del registro acuto, come la difficoltà delle lunghe ed articolate frasi che insistono sulla zona centrale e di passaggio. Anche nel suo caso, il canto non rimane fine a se stesso, ma viene indirizzato verso una interpretazione autentica, una lettura di slancio, capace di rappresentare al meglio il percorso sentimentale del personaggio nel corso dell’opera. Alla ferita disperazione per la mancata maternità delle prime scene, si contrappone la cupidigia del desiderio, il fascino della trasgressione e la tentazione di una vita agiata. Ed ecco, allora, che il mutamento del personaggio tocca il proprio apice nel finale secondo, con quell’intervento tanto furibondo ed infuocato, quanto quasi impossibile da cantare e che la Braid risolve con scioltezza indomita. Una tale incisività in questa scena porta ancora maggiore credibilità nel pentimento finale, allorquando la donna avrà preso piena consapevolezza del valore inestimabile dei sentimenti del marito. Una prova maiuscola, avvalorata dalla splendida partecipazione scenica, in totale adesione al disegno registico di Kosky.

Ottimi tutti i ruoli di contorno, a partire da Jean-Sébastien Bou, impegnato come Der Geisterbote, Die Stimmen der Wäcther e come solista del coro, Tomasz Kumięga, nei ruoli di Der Einäugige, Die Stimmen der Wäcther e come solista del coro.

E, ancora, Daniel Miroslaw, Der Einarmige, Die Stimmen der Wäcther e solista del coro, Robert Lewis, Der Bucklige, Die Erscheinung eines Jünglings, Die Stimmen der Wäcther e solista del coro. 

Completano la locandina, infine, Ella Taylor, Die Stimme des Falken, Der Hünter der Schewelle des Tempels e Héloïse Mas, Eine Stimme Von Oben.

Apoteosi finale con ripetute ovazioni per tutti gli interpreti, tripudio per Mäkelä e calorose accoglienze per i responsabili della parte visiva. 

Uscendo da teatro, mentre percorriamo le vie antiche di Aix, torniamo con il pensiero alle emozioni dell’esecuzione, consapevoli di aver assistito ad una serata che non sarà facile dimenticare. 

DIE FRAU OHNE SCHATTEN
Opera in tre atti OP. 65
Libretto di HUGO VON HOFMANNSTHAL
Musica di  RICHARD STRAUSS

NOUVELLE PRODUCTION DU FESTIVAL D’AIX-EN-PROVENCE
EN COPRODUCTION AVEC LA MONNAIE / DE MUNT, OPÉRA NATIONAL DE GRÈCE

Der Kaiser Michael Spyres
Die Kaiserin Vida Miknevičiūtė
Die Amme Nina Stemme
Barak, der Färber Brian Mulligan
Die Färberin Ambur Braid
Der Geisterbote, Die Stimmen der Wäcther, Männerchor Jean-Sébastien Bou
Der Einäugige, Die Stimmen der Wäcther, Männerchor Tomasz Kumięga
Der Einarmige, Die Stimmen der Wäcther, Männerchor Daniel Miroslaw
Der Bucklige, Die Erscheinung eines Jünglings, Die Stimmen der Wäcther, Männerchor Robert Lewis
Die Stimme des Falken, Der Hünter der Schewelle des Tempels Ella Taylor
Mas, Eine Stimme Von Oben Héloïse Mas
Danzatore Prince Mihai

Orchestre de Paris
Direttore Klaus Mäkelä
Chœur de l’Orchestre de Paris
Maestro del Coro Richard Wilberforce
Regia Barrie Kosky
Scene Michael Levine
Costumi Victoria Behr
Luci Franck Evin
Drammaturgia Antonio Cuenca Ruiz

Foto: Festival d’Aix-en-Provence 2026 © Monika Rittershaus