Nabucodonosor – Teatro alla Scala, Milano
Nabucodonosor torna alla Scala in una produzione dedicata a Gianandrea Gavazzeni nel trentennale della sua scomparsa e a 60 anni dal Nabucco del 7 dicembre 1966.
La storica figura di Nabucodonosor II è descritta ed esaltata da molte fonti antiche: babilonesi, bibliche, e le più tarde giudaico ellenistiche e classiche come nel caso di Erodoto che ci parla della splendida Babilonia. Questo sovrano, noto per la costruzione dei mirabili giardini pensili e per la distruzione del Tempio di Salomone, ha ispirato il librettista Temistocle Solera per Nabucco, primo riconosciuto capolavoro di Giuseppe Verdi del 1842.

Il nuovo allestimento del Teatro alla Scala, che vede alla regia Alessandro Talevi e alle scene e costumi Gary Mccann, purtoppo nella serata di venerdì 29 maggio è andato in scena fortemente ridimensionato nella parte visiva per lo sciopero nazionale a cui hanno aderito diverse maestranze. Non ci sentiamo pertanto di formulare un giudizio sull’estetica dello spettacolo che ci è parsa però, per il poco visto, sicuramente ricca, complessa e sfaccettata. Possiamo solo dire di avere apprezzato i costumi, dalla notevole cura sartoriale, e l’originale parallelismo fra Abigaille e Semiramide. La leggendaria regina assiro-babilonese, è protagonista di una scena metatrale in cui hanno trovato posto i divertissements composti da Giuseppe Verdi per la ripresa dell’opera nel 1848 a Bruxelles (coreografie di Danilo Rubeca). Un vero peccato considerando che la serata, cosi fortemente penalizzata dal punto di vista visivo, è stata proposta anche in streaming.
Fortunatamente il versante musicale non è stato intaccato dalla agitazioni degli scioperanti.

Ed è così che abbiamo potuto godere della meravigliosa prova di Riccardo Chailly, in serata particolarmente ispirata. Sarà forse la familiarità con il repertorio verdiano, sarà forse l’innegabile intesa con l’orchestra scaligera, fatto sta, che nella sua lettura, questa partitura giovanile del Cigno di Busseto splende più che mai. Una concertazione trascinante ed avvolgente, meticolosa nel fare emergere ogni dettaglio sonoro e, soprattutto, nel ricercare la tinta, il colore del fraseggio verdiano. Chailly sviluppa una narrazione asciutta, prediligendo tempi incalzanti, ma non serrati, e alterna, con grande maestria, lunghe arcate melodiche ad esplosioni arroventate. L’esecuzione è avvolta da un tappeto sonoro autorevole e solenne, una sacralità quasi oratoriale, particolarmente evidente nelle scene corali e nelle pagine di Zaccaria. Pari rilievo hanno anche le vicissitudini dei singoli incastonati, come un afflato delicato, nella tempesta degli eventi che scuotono il mondo circostante. Chailly affronta la partitura con grande sicurezza e la racconta con tante sfumature, sottolineando al meglio i contrasti cromatici e melodici in essa contenuti. In questo trova un appoggio di gran valore nella prova dell’orchestra scaligera, in forma smagliante per duttilità e brillantezza. La compagine strumentale elabora un suono compatto e rotondo, un fiume impetuoso che prorompe sul palco per avvolgerlo con perfetta sincronia.

In un’opera come Nabucco, il coro riveste una importanza fondamentale, tanto da poter essere considerato, a buon diritto, tra i protagonisti del dramma. In questa occasione, sarebbe riduttivo limitarsi a lodare la bravura del coro scaligero, quanto parrebbe più opportuno sottolinearne la superiorità e l’eccellenza rispetto ad ogni altra compagine attualmente attiva, almeno nel panorama nazionale. Sotto la guida di un insuperabile Alberto Malazzi, il coro scaligero trova una palette di infinite sfumature per meglio esprimere il dolore, la rabbia, l’energia e la mestizia del popolo ebraico. La precisione degli attacchi, la chiarezza della dizione e l’intensità dell’accento si combinano con perfetta armonia e danno prova del significato autentico della tinta verdiana. Testimonianza suprema di tale eccellenza è forse proprio il celeberrimo “Và pensiero”, dipinto con tale malinconia da arrivare dritto al cuore del pubblico che si scatena, al termine del brano, in una lunghissima ovazione, accompagnata da insistite richieste di bis, destinate a rimanere inevase.
Venendo al cast, trionfatrice annunciata della serata è Anna Netrebko, che il pubblico italiano aveva già avuto modo di applaudire nel ruolo di Abigaille la scorsa estate a Verona. Il soprano sfodera le ben note qualità di un mezzo privilegiato, come la solidità dell’emissione, la musicalità dei filati e la luminosità del registro acuto, quest’ultimo lanciato con notevole sicurezza. Sotto il profilo esecutivo, l’artista trova il proprio terreno d’elezione nei momenti dove la scrittura si fa più distesa, come nell’aria di secondo atto o nel finale, ed è proprio qui che Netrebko riesce ad incantare il pubblico con l’ipnotica suggestione di un canto ammaliante. L’interprete, poi, è ben presente a se stessa e gioca a disegnare una amazzone innamorata ed orgogliosa, ben sottolineando il toccante pentimento nel finale.

Nel ruolo del titolo, Luca Salsi sfodera tutta la sapienza del grande interprete. La sua ben nota affinità con il repertorio verdiano, lo spinge ad un evidente scavo nel testo e nell’accento, testimoniando un fraseggio pulsante e variegato. Il canto, sorvegliato e misurato, diviene funzione di tale espressività, tanto da non lasciare mai nulla al caso, neppure il minimo inciso. Ben riuscito il contrasto tra le scene iniziali, ove Nabucco è ben rappresentato nella sua tirannia, e la seconda parte dell’opera, ove a prevalere è soprattutto l’umanità del personaggio.
Michele Pertusi, nei panni di Zaccaria, può contare sulla incisività dell’accento e sull’eleganza del canto. Il basso parmigiano offre, da par suo, una lezione di stile e di interpretazione verdiana, una prova di aristocratica solennità che culmina nella profezia di terzo atto.
Molto bene fa anche Francesco Meli che, con il suo timbro luminoso e musicale, ben rappresenta l’eroica irruenza di Ismaele, nel terzetto e nel concertato di primo atto, come nella stretta che prelude alla chiusura del secondo.
Partecipe e carismatica la Fenena di Veronica Simeoni, dalla vocalità ambrata e screziata. Una prova in evidenza, in particolare, nella preghiera di quarto atto, definita con accenti di commossa esaltazione.
Simon Lim dona il caratteristico velluto di una linea ampia e sonora per caratterizzare un ottimo Gran Sacerdote.
Completano la locandina la squillante Anna di Laura Lolita Perešivana e il corretto Abdallo di Haiyang Guo.
Successo festosissimo al termine con ripetute acclamazioni all’indirizzo di tutto il cast e ovazioni particolarmente intense per Chailly.
NABUCODONOSOR
Dramma lirico in quattro parti
Libretto di Temistocle Solera
Musica di Giuseppe Verdi
Nabucodonosor Luca Salsi
Ismaele Francesco Meli
Zaccaria Michele Pertusi
Abigaille Anna Netrebko
Fenena Veronica Simeoni
Gran Sacerdote di Belo Simon Lim
Abdallo Haiyang Guo
Anna Laura Lolita Perešivana
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Riccardo Chailly
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia Alessandro Talevi
Scene e costumi Gary McCann
Luci e video Marco Giusti
Coreografia Danilo Rubeca
Movimenti acrobatici ed effetti speciali Ran Arthur Braun
Illusionista / Effetti magici Master of Magic
Foto: Brescia-Amisano Teatro alla Scala
