Spettacoli

The Turn of the Screw – Teatro Verdi, Pisa

Un’elegante carta da parati, una solida poltrona gialla e un vecchio televisore. Quello che potrebbe essere un nostalgico e rassicurante salotto anni cinquanta è però un teatro di fantasmi e desideri. In questa stanza oscura e claustrofobica prende forma Il giro di vite di Benjamin Britten, che Davide Livermore traspone dall’Inghilterra vittoriana nell’Italia delle prime trasmissioni radiotelevisive e che viene proposto dal Verdi di Pisa, dopo aver inaugurato la scorsa stagione di Genova in abbinamento alla pièceteatrale da Henry James. L’allestimento, rielaborato da Giancarlo Judica Cordiglia per l’edizione pisana, ci fa entrare dentro la storia proprio attraverso la voce registrata di Livermore, rendendo in tal modo il Prologo simile ad un programma televisivo, il rito che con la nascita della RAI si andava sostituendo alle veglie intorno al focolare. Scelta certamente d’effetto, ma non affidare l’inizio al tenore che interpreta Peter Quint, come previsto da Britten, indebolisce il mistero e la spiazzante centralità del sinistro domestico, chiamato quasi dall’oltretomba ad evocare la vicenda. Va però sottolineato che nel complesso la regia procede in grande aderenza alla partitura, mostrandocene la scansione in episodi e riflettendone la crescente tensione. Tant’è che mentre la vite nel racconto musicale si avvolge, anche la scena ruota e si deforma, inclinandosi, capovolgendosi e perfino diventando una miniatura da casa di bambole, una stanza dei giochi. Qui in realtà Miles e Flora più che bambini sono due adolescenti, complicando in tal senso la dimensione dell’erotismo e dell’innocenza. Anche i loro costumi, realizzati da Marianna Fracasso, riescono inquietanti nella loro grazia e normalità, mentre Aldo Mantovani ritaglia aloni luminosi che si aprono e richiudono come fossero finestre nella mente dell’Istitutrice.

The_Turn_of_the_Screw_Pisa_2025_2
Marianna Mappa, Valentino Buzza, Karen Gardeazabal

La camera, nelle scene di Manuel Zuriaga riprese da Eleonora Peronetti, si mantiene isolata, delimitata da mura continue e massicce, nelle quali emergono tuttavia trasparenze diafane in cui si palesano Miss Jessel e Quint, come spettri malevoli e figure dell’inconscio, all’interno di uno spazio che si va sempre più configurando come psichico e surreale, Il linguaggio è infatti quello dei sogni ma plasma comunque un discorso coerente e coeso, senza l’impiego di proiezioni o di effetti speciali, ma con minimi arredi e gesti eloquenti. Tutto fluisce in perfetta sintonia con il testo e la musica, mentre ogni cosa permane nella sua ambivalenza. Il fatto rimane inafferrabile.

A sostenere e cementare questa cornice visiva è il racconto musicale di Francesco Cilluffo, che procede compatto ed organico, puntuale e geometrico nelle sonorità precise e voluminose dell’Ensemble Orchestra Corelli. La direzione sa infatti dare unità alla varietà ritmica e melodica e definisce gli impasti timbrici con rigore e brillantezza. Moderatamente differenziata è la dinamica e saldo il rapporto con il palco, pur con qualche passaggio di minore nitidezza.

The_Turn_of_the_Screw_Pisa_2025_3
Karen Gareazabal, Pierre Lenoir, Valentino Buzza

E’ di notevole rilievo drammatico Karen Gardeazabal, che in un crescendo di intensità crea un’Istitutrice strutturata e nervosa, con tratti di dolcezza ma inconsapevole della sua ambiguità, costantemente agitata tra eroismo e terrore. Il canto è omogeneo e saldo, con vocalizzi pieni e definiti e una ricca modulazione con mezze voci e passaggi sussurrati. Sbalzata e vibrante nel finale, dove il suo vigore espressivo diviene sgomento e allucinazione.
Distaccato e impenetrabile il Peter Quint di Valentino Buzza, il cui canto rotondo e luminoso riesce di inquietante limpidezza e di sinistra solennità. Sinuosa la linea nel dialogo con Miss Jessel e robuste le agilità nei richiami al giovane Miles.
Quest’ultimo è interpretato dal controtenore Pierre Lenoir, la cui vocalità conferisce al personaggio una dolcezza ammaliante e innaturale. Il fraseggio è puntuale ed elegante, con una dizione che tuttavia si mostra talora non troppo scandita.
Delinea una Flora graziosa e ambigua Chiara Maria Fiorani, con un canto legato di notevole espressività.
Sofferente ma seduttiva la Missa Jessel di Marianna Mappa, con un ‘emissione vellutata e suadente, una linea articolata e una gestualità atletica e persuasiva.
Ha uno stile accorato che si fa via via più irruento la Mrs Rose di Amy Payne, la cui voce morbida e voluminosa raffigura con vividezza l’angoscia rimossa della governante.

Fragorosi gli applausi per tutti, con particolari apprezzamenti per la Gardeazabal e Cilluffo, alla fine di uno spettacolo che, considerata la tensione e la durata, sarebbe stato meglio non interrompere al primo atto; il pubblico ha comunque seguito con il fiato sospeso, ipnotizzato da una rappresentazione che ci avvita nelle tenebre ma che tuttavia ci purifica. Un’opera dove perdiamo ogni sicurezza e constatiamo che quanto lasciamo nell’ombra può distruggerci. A salvarci è il rigore di Britten, che guarda nel buio e mette in forma l’abisso.

THE TURN OF THE SCREW (IL GIRO DI VITE)

Opera in un prologo e due atti
Libretto di Myfanwy Piper dal racconto omonimo di Henry James

Musica di Benjamin Britten

Personaggi e Interpreti
IL PROLOGO Davide Livermore (voce registrata)
PETER QUINT Valentino Buzza
L’ISTITUTRICE Karen Gardeazabal
MILES Pierre Lemoir
FLORA Chiara Maria Fiorani
MISS GROSE Amy Payne
MISS JESSEL Marianna Mappa

Direttore Francesco Cilluffo
Regia Davide Livermore (ripresa da Gianacarlo Judica Cordiglia)

Scene Manuel Zariaga (riprese da Eleonora Peronetti)
Costumi Marianna Fracasso
Lighting Designer Aldo Mantovano

Ensemble Orchestra Corelli

Photo by Kiwi