Cecilia Bartoli Gala Concert – Monteverdi Festival, Cremona
Cecilia Bartoli inaugura il Monteverdi Festival 2026.
Un Gala per inaugurare il Monteverdi Festival 2026, il cui tema è “Cantami o Diva”, ovviamente non d’ira funesta ma di musica, della più assoluta e meravigliosa arte canora che incarna perfettamente Cecilia Bartoli. La Santa, la Diva, giunta ad inaugurare per la terza volta consecutiva il Monteverdi Festival, compare in scena cantando:

“Io la Musica son, ch’ai dolci accenti
Sò far tranquillo ogni turbato core,
Et hor di nobil ira, et hor d’Amore
Poss’infiammar le più gelate menti”.
Queste parole, tratte dal prologo dell’Orfeo di Claudio Monteverdi, disegnano splendidamente una figura immensa come quella di Cecilia Bartoli che si prova in un concerto generosissimo, spaziando in molti dei suoi tanti mondi musicali, una serata memorabile che ha veramente infiammato tutto il Teatro Ponchielli. Dopo il doveroso e sentito omaggio al Genius loci, a cui è dedicato il festival, c’è subito spazio per un compositore amato dalla cantante romana, quel Georg Friedrich Händel, con cui Cecilia ha siglato alcune tra le sue interpretazioni più iconiche. Tra queste vi è Cleopatra, emblema della seduzione per eccellenza, cui il musicista anglosassone ha regalato una pagina di grande fascinazione come “V’adoro, pupille, saette d’amore”. La “nostra” diva entra in scena, accolta da un caloroso applauso e regala una esecuzione di ammaliante suggestione, tutta giocata su chiaroscuri e messe di voce di effimera purezza.
Da Händel a Vivaldi il passo è breve, giusto il tempo di un cambio d’abito, e così Cleopatra lascia il posto a Perseo, tra i protagonisti di Andromeda liberata. È proprio per questo citato eroe che viene scritta l’aria “Sovente il sole”, una sorta di dialogo, malinconico e poetico, con il violino (suonato, per inciso, da un eccezionale Thibault Noally). In questa pagina il mezzosoprano si abbandona ad un canto elegiaco, costruito attraverso lunghe arcate melodiche, pennellate di pura emozione.
L’immensa fama che da quasi quattro decenni accompagna la carriera della Bartoli si fonda anche sul suo esemplare virtuosismo; azzecatissima pare, quindi, la scelta di inserire nel programma un omaggio ad Agostino Steffani. Due arie, “Mie fide schiere”, da I trionfi del fato, e “ A facile vittoria”, da Tassilone, mettono in luce l’incrollabile magistero tecnico dell’artista, controllato e solidissimo anche quando la scrittura richiede vertiginose colorature, staccati e picchiettati. In questa occasione ammiriamo il prezioso dialogo tra voce e strumento, nel caso specifico la tromba, suonata con inarrivabile estro da Thibaud Robinne, con cui la Bartoli si misura in una ardita, quanto irresistibile, sfida all’ultima nota.
Smessi i panni del guerriero, letteralmente, giunge il momento di indossare gli abiti di un grande eroe mozartiano, Sesto da La clemenza di Tito. L’aria “Parto, ma tu ben mio”, con la sua scrittura patetica, ben si presta per mettere in risalto la morbidezza dell’emissione e la delicatezza del legato, fattori imprescindibili di una esecuzione racchiusa nell’alveo di una espressività aulica ed aristocratica. Una pagina preziosa, resa ancora più toccante dal nostalgico accompagnamento del clarinetto, suonato con vibrante emozione da Francesco Spendolini.
Il concerto prosegue nel segno di Gioachino Rossini, cui la cantante romana ha legato il proprio nome sin dagli esordi della sua gloriosa carriera. Due arie, una dal repertorio tragico e una del repertorio buffo, testimoniano la statura dell’interprete e, soprattutto, quanto fondamentale sia stato, e sia tuttora, il suo contributo nella prassi esecutiva del Cigno Pesarese.
“Assisa a piè d’un salice, l’aria di Desdemona da Otello, nell’esecuzione della Bartoli, diviene una pagina intrisa di poetico struggimento, un brano costruito attraverso una espressività cangiante, dal ricordo sconfortato di una gioia perduta, al fosco presagio di un destino di morte. Una linea di canto che nella sua apparente semplicità e disarmante facilità, raggiunge le corde dell’anima e riesce a commuovere grazie alla densità di un accento carico di passione travolgente. Una esecuzione inarrivabile, grazie alla perfetta sintonia con il suono dell’arpa, magnificamente guidata da Markus Thalheimer. Come ultimo brano, da programma, Cecilia regala al suo pubblico una pagina celeberrima da Il barbiere di Siviglia: la cavatina di Rosina, personaggio portato dalla “diva” su alcuni dei principali palcoscenici del mondo. Il mezzosoprano mostra non solo la perfezione di una linea di canto dai centri rotondi, dai gravi sonori e dagli acuti luminosi, ma anche, e sopratutto, il significato dell’essere un’artista a tutto tondo. In questa occasione, infatti, la Bartoli non si limita a proporre, in maniera encomiabile per altro, la scrittura rossiniana, ma a viverla e a farla rivivere al pubblico attraverso una espressività miniata e cesellata, una esplosione di colori che irrompe nella sala, avvolge lo spettatore e lo trascina in una esperienza di ascolto unica ed ineguagliabile: senza dubbio la migliore versione di “Una voce poca fa” che ogni melomane possa sperare di udire oggi in teatro.

La serata offre l’opportunità di ammirare, oltre alla supremazia di un’artista straordinaria, anche la statura e il valore della prova direttoriale di Gianluca Capuano, e il scintillante eclettismo de Les Musiciens du Prince-Monaco, orchestra con cui Bartoli e Capuano hanno da tempo intrapreso un sodalizio artistico di ineguagliabile rilevanza. Una partnership artistica guidata da studio incessante, ricerca continua e la volontà di riportare alla luce il valore di una prassi storicamente informata. Oltre al bellissimo accompagnamento alle arie di Cecilia, il concerto presenta numerosi appuntamenti di carattere sinfonico strumentale. Maestosa ed imperiosa l’apertura della serata con la “Toccata” da L’Orfeo monteverdiano, contributo doveroso al padre del melodramma. L’omaggio al genio händeliano si traduce nella grandiosità della “Sinfonia del Parnaso”, nell’incalzante tensione della Ouverture del Rinaldo e nel marziale contrappunto della “Sinfonia della Battaglia”. Le peculiarità timbriche degli strumenti impiegati in orchestra, garantiscono, ad una pagina come la Sinfonia da Le nozze di Figaro, l’urgenza espressiva di un suono trasparente e vivace. Le due ouverture rossiniane, da La Cenerentola e Il barbiere di Siviglia, guidate con ineffabile guizzo interpretativo e trascinante vivacità, sono esempi preclari di una consapevolezza stilistica totalizzante, realizzata attraverso un caleidoscopio di tinte cangianti e di sfumature dense di viva teatralità. Una prova eccellente, fondata sulla palese intesa con Gianluca Capuano che, dal podio, sfodera una ammirevole trasversalità nel cogliere l’essenza di ogni componimento e di restituirne il valore attraverso scelte timbriche, melodiche ed agogiche, di volta in volta, rappresentative della portata espressiva e drammaturgica di ogni singolo brano. Sempre più raro, inoltre, percepire quanto direttore, orchestra ed interprete respirino insieme e vivano ogni esibizione in unità di intenti e con così grande intensità espressiva.
Una serata memorabile, accolta da autentico trionfo di pubblico, tanto da ottenere la concessione di ben tre bis: due canzoni di Ernesto De Curtis, “Cara, ti voglio tanto bene” e “Non ti scordar di me”, impreziosite da un fraseggio ricco di fervente passione, e l’aria di Corinna da Il viaggio a Reims di Rossini. È qui che la diva dà prova, l’ennesima, della sua innata capacità comunicativa e di conquistare il pubblico, variando il testo del libretto con l’interpolazione di alcune trovate (tra cui un gustosissimo omaggio alla mostarda).
Trionfo con apoteosi di applausi e lancio di fiori.
Monteverdi Festival 2026
CECILIA BARTOLI GALA CONCERT
Musiche di Monteverdi, Händel,
Vivaldi, Steffani, Mozart e Rossini
Les Musiciens du Prince-Monaco
Mezzosoprano Cecilia Bartoli
Direttore Gianluca Capuano
Foto: Lorenzo Gorini
