McGregor / Maillot / Naharin – Teatro alla Scala, Milano
L’appuntamento scaligero con la danza contemporanea, come di consueto in una serata a più firme, vede in scena tre nuove produzioni: Chroma di Wayne McGregor, Dov’è la luna di Jean-Christophe Maillot e Minus 16 di Ohad Naharin. Tre pezzi molto diversi tra loro che potremmo definire rispettivamente “perfetto”, “lirico” e “travolgente”.
Il primo balletto, Chroma, è un capolavoro riuscito sotto ogni punto di vista, suddiviso in sette momenti che corrispondono a sette brani musicali di Joby Talbot e Jack White III, arrangiati dallo stesso Talbot e orchestrati da Christopher Austin. Ciascuno brano conferisce alla rispettiva coreografia una sfumatura musicale che corrisponde a una sfumatura di colore in una scena che globalmente si può definire pura, assoluta, caratterizzata dal bianco essenziale ed architettonico di John Pawson che realizza esattamente il desiderio di McGregor: “Volevo creare un ambiente in cui il corpo fosse l’intera idea architettonica”.

I costumi (Moritz Junge) e le luci (Lucy Carter) concorrono al perseguimento di questo obiettivo: corte tuniche essenziali e di uguale disegno per ballerini e ballerine, ma connotate da sfumature di colore pastello; bianca, ma morbida e sfumata l’illuminotecnica con suggestivi giochi di controluce.
I sette movimenti sono interpretati da quattro danzatrici e sei danzatori che su un vocabolario contraddistinto dalla precisione assoluta della danza classica si arricchisce di movimenti inediti che comportano una spiccata abilità tecnica e un’energia definita da McGregor “androgina”. Per mettere in atto questa tecnica il coreografo richiede quella che chiama “intelligenza” del corpo, un’intelligenza muscolare, un’energia fisica e una consapevolezza dello spazio che in un’epoca di virtuale e artificiale riporta al centro la fisicità dell’essere umano: “la coreografia è una forma d’arte interrelazionale, che richiede di comporre un’opera con un corpo in relazione a tutto il resto”. I movimenti geometrici, quasi taglienti, percorsi da una forte tensione risultano tuttavia legati e fluidi. Nella loro esecuzione abbiamo particolarmente apprezzato il terzetto Christian Fagetti, Frank Aduca, Edward Cooper in cui ha spiccato la qualità interpretativa di Fagetti. Una nota di merito anche al neo primo ballerino Navrin Turnbull.
Il secondo brano si caratterizza per un tono intimo e teatrale, ispirato da ragioni autobiografiche del coreografo. Maillot ha realizzato questo pezzo in seguito alla perdita del padre, pittore e autore di scene teatrali. La coreografia porta sul palco quello che Maillot chiama “transito”, quel non luogo “in cui si muovono gli esseri che ci mancano per la loro irrimediabile assenza, ma che ci sostengono con la loro presenza invisibile”. La luna simboleggia il luogo di passaggio tra la vita e la morte. In questo momento di dolore personale Maillot ha vissuto l’esperienza umana del bisogno degli altri, della vicinanza degli amici e degli affetti. Dov’è la luna è una ricerca dell’altro espressa da una danza elegante, da passi lenti, da abbracci e aneliti verso qualcuno che manca. L’interpretazione è affidata a sette ballerini tra cui les étoiles Roberto Bolle e Nicoletta Manni, e le bravissime soliste Maria Celeste Losa e Agnese Di Clemente, accompagnati dalla musica assai malinconica di Aleksandr Skrjabin, eseguita al pianoforte da Leonardo Pierdomenico.
I costumi, ideati da Jérôme Kaplan apposta per la produzione scaligera, alludono alla luce lunare, alle due facce, quella illuminata e quella buia. Nonostante la forte carica simbolica e l’ottima esecuzione, nel complesso però il balletto non convince, non tanto per la qualità della coreografia e l’ottima esecuzione, quanto forse per l’eccessiva malinconia musicale che si traduce in una danza assai lenta che si fatica a seguire e per i costumi, eccessivamente caricati di significato, che finiscono per distrarre dall’apprezzamento dei movimenti: particolarmente infelice la gonnellina rigida su tuta accademica delle interpreti femminili.

L’ultimo pezzo è una performance ideata da Ohad Naharin per la Batsheva Dance Company. Il focus del balletto è il coinvolgimento del pubblico, prima attraverso l’attenzione percettiva e poi attraverso la partecipazione fisica, che punta a rompere le barriere tra artista e spettatore.
Il balletto inizia durante l’intervallo a sipario aperto con un danzatore che fa improvvisazione e pian piano attira l’attenzione della platea distratta. Seguono tre momenti, di cui il primo è indubbiamente il più riuscito. Il corpo di ballo intona il canto tradizionale “Echad MiYodea” e ripete una sequenza coreografica spogliandosi pezzo a pezzo, con movimenti semplici, ma esplosivi dettati dalla tecnica inventata dallo stesso Nahrin, il Gaga. Quindi sei ballerini, ormai in canottiera e culotte, ballano quasi sul silenzio, accompagnati da un metronomo; segue un passo a due danzato su Nisi Dominus (Salmo 126), RV 608 di Antonio Vivaldi. La sequenza si chiude con il rientro in scena dell’intero corpo di ballo che su note coinvolgenti e accattivanti di diversi brani musicali torna a danzare il Gaga coinvolgendo infine il pubblico sul palco (sussiste qualche legittimo dubbio che sia in realtà un pubblico “preselezionato”, non tanto per la bravura di chi viene casualmente scelto, ma per i toni degli abiti vivacemente colorati in maniera da contrastare con il nero indossato dai ballerini, consentendo così una chiara distinzione tra ballerini professionisti e non).
Nel complesso il pezzo funziona, piace moltissimo, il pubblico si fa trascinare e sicuramente suscita riflessioni sulla danza intesa come movimento naturale che ciascuno di noi può mettere in atto, come percezione di sé stessi nello spazio e consapevolezza delle proprie potenzialità fisiche. Resta forse un po’ irrisolta la successione dei vari momenti della performance, soprattutto nella parte centrale che contrasta con l’apertura e la chiusura dell’intera creazione. Nessun nome di spicco, balla l’intero Corpo di Ballo della Scala, forse con l’intento di ribadire che la danza è di tutti e per tutti.
