Manon Lescaut – Teatro Regio, Parma
Manon Lescaut di Giacomo Puccini chiude la stagione operistica del Teatro Regio di Parma.
“Si può essere frivoli senza essere superficiali: la frivolezza è una vocazione”,
così sostiene il grande storico dell’arte Alvar González-Palacios e questo modo di essere leggera, ma al tempo stesso appassionata, è uno degli aspetti più salienti del carattere di Manon Lescaut, personaggio letterario nato dalla penna di Antoine François Prévost nel 1731 e che ha incontrato, nella storia, tante altre incarnazioni artistiche, teatrali soprattutto. Ricordiamo, ad esempio, la Manon Lescaut, opera di Daniel-François-Esprit Auber del 1856, quella di Jules Massenet del 1884, e quella di Hans Werner Henze del 1951. Un posto d’onore però lo merita, senza dubbio, la pucciniana Manon Lescaut del 1893, opera giovanile del genio toscano con cui il teatro Regio di Parma ha deciso di chiudere questa breve stagione operistica.

Lo spettacolo, che nasce dalla collaborazione fra il Festival Puccini, il Teatro Petruzzelli di Bari, il Teatro Regio di Parma, il Teatro Nazionale dell’Opera di Bucarest ed il Teatro Nazionale Croato di Fiume, è pensato per regia, scene, costumi e luci da Massimo Pizzi Gasparon Contarini. Un grande led wall, sul fondo del palco, ci trasporta dapprima davanti alla cattedrale di Amiens e poi nelle diverse ambientazioni del libretto grazie a proiezioni che, a dire il vero, sono risultate un po’ sgranate e di qualità visiva non eccellente. Nei primi due atti si impone sul palco una bella fontana coronata dal berniniano Ratto di Proserpina che si tramuta, ruotando, nel letto alcova di Manon in secondo atto. Punto di forza di questa produzione sono stati sicuramente i bellissimi costumi, ricchi di colori sgargianti che ci hanno ricordato il Settecento pop di un capolavoro come “Marie Antoinette” di Sofia Coppola. Nei restanti atti gli elementi scenici sono apparsi veramente minimi e si è giocato sulle proiezioni e sul passo a due, durante l’Intermezzo, di due giovanissimi ballerini (coreografie di Gheorghe Iancu riprese da Letizia Giuliani).
Affrontare Puccini, oggi come ieri, rappresenta un cimento non privo di insidie. I grandi capolavori del genio toscano, infatti, richiedono un lavoro minuzioso ed attento sulla partitura, uno scavo nei segni d’espressione ed una sensibilità esecutiva di non poco conto. Sul podio, Francesco Ivan Ciampa, ha saputo imprimere al racconto una narrazione fluida ed impetuosa, rimarcando, ove necessario, la travolgente passionalità dei momenti chiave della vicenda. L’innegabile professionalità e la sua indiscussa conoscenza del repertorio hanno dovuto fare i conti, però, con la deficitaria prova della compagine orchestrale. La Filarmonica di Parma, infatti, non ha brillato né per precisione né per duttilità, appesantendo il suono in più occasioni e determinando, inevitabilmente, alcuni scollamenti rispetto al palco. E a risentirne, purtroppo, è proprio il già citato Intermezzo, una delle pagine più ispirate di tutta la partitura, cui sono mancati, in questa occasione, lo struggimento e la dolorosa tragicità che fuoriescono, al contrario, dalla scrittura pucciniana. Per non parlare poi dalla infelice scelta, legata ad una specifica esigenza registica per altro, di spostare questo brano, rispetto alla sua collocazione originaria, al termine del terzo atto, vanificandone così, in larga parte, il nesso drammaturgico con la vicenda. In questo contesto, dunque, un plauso speciale va rivolto al già citato Maestro Ciampa, che ha dimostrato di saper condurre in porto la serata con onorevole serietà e con il massimo rispetto per la compagnia di canto.

Nel ruolo del titolo, Anastasia Bartoli si è misurata, per la prima volta, con uno dei personaggi più complessi della galleria pucciniana. Il soprano, forte di uno strumento prezioso per ampiezza e limpidezza, ha affrontato l’impervia scrittura con rigore e consapevolezza, senza mai risparmiarsi neppure per un momento. Ha saputo convincere nel canto di conversazione, nei momenti più distesi, come in quelli concitati, non temendo le numerose richieste di una scrittura esigente che batte, sovente, nella zona di passaggio e in acuto. Massimo impegno anche nella creazione del personaggio, tratteggiato con un fraseggio sempre partecipe e sfumato, particolarmente intenso, tra l’altro, nel quadro conclusivo.
Al suo fianco, Luciano Ganci torna ad interpretare il Cavaliere Des Grieux dopo averlo debuttato a Bologna nel 2024. Anche in questa occasione ritroviamo la bellezza e lo smalto di un mezzo naturalmente proiettato e di vibrante intensità. Il canto viene veicolato attraverso una espressività accorata e di sicura presa teatrale, nell’ambito di una segnata evoluzione e maturazione del personaggio nel corso della vicenda. Efficace l’affiatamento timbrico con la Manon della Bartoli, in rilievo specie nel quarto atto.
Alessandro Luongo, nei panni di Lescaut, ha dimostrato la giusta aderenza scenica e vocale al ruolo sottolineando, con accento tornito e sfumato, il carattere di un uomo ambizioso, ma anche disposto a battersi per la salvezza dei due amanti di fronte alla condanna. Una prova sempre centrata e ben a fuoco anche sotto il profilo vocale.
Andrea Concetti ha impiegato tutta la propria sapienza interpretativa nel dare vita ad un Geronte di Ravoir adeguatamente viscido e concupiscente. Attraverso un canto composto e misurato, la sua caratterizzazione viene preservata da inutili eccessi caricaturali.
Davide Tuscano, grazie allo squillo e alla luminosità di una emissione ben proiettata, ha saputo conferire il giusto rilievo al personaggio di Edmondo.
Il Musico di Arlene Miatto Albeldas ha saputo combinare la morbidezza dell’emissione con l’ironica affettazione delle movenze sceniche.

Bene anche Saverio Pugliese, che ha spaziato, con eguale efficacia, dalle piroette del Maestro di Ballo alla dolce malinconia del canto di un lampionaio.
Adeguato e puntuale Eugenio Maria Degiacomi, chiamato ad interpretare un oste e, successivamente, il comandante di Marina.
Bene ha fatto anche Cesare Lana, Il Sergente degli Arcieri.
A completare la locandina hanno pensato le brave Madrigaliste, ovvero, Alessandra Maniccia, Giulia Gabrielli, Giulia Zaniboni, Lorelay Solis, Ewa Maria Lusnia, Laura Rivolta, Maria Vittoria Primavera e Gloria Petrini.
Ammirevole, per pastosità e morbidezza, la prova del coro parmigiano che, sotto l’incrollabile guida di Martino Faggiani, è riuscito a pennellare il fraseggio pucciniano con la giusta palette espressiva ed emotiva.
Successo caloroso al termine per tutta la compagnia, direttore e team registico. Più ampi ed entusiasti consensi sono rivolti, come prevedibile, alla coppia dei protagonisti.
MANON LESCAUT
Dramma lirico in quattro atti su libretto di Ruggero Leoncavallo, Marco Praga, Domenico Oliva,Luigi Illica, Giuseppe Giacosa, Giulio Ricordi, Giacomo Puccini
Musica di Giacomo Puccini
Manon Lescaut Anastasia Bartoli
Lescaut Alessandro Lungo
Des Grieux Luciano Ganci
Geronte Andrea Concetti
Edmondo Davide Tuscano
L’Oste Eugenio Maria Degiacomi
Un Musico Arlene Miatto Albeldas
Il Maestro di Ballo Saverio Pugliese
Un Lampionaio Saverio Pugliese
Il Sergente degli Arcieri Cesare Lana
Il Comandante di Marina Eugenio Maria Degiacomi
Coreografia Gheorghe Iancu
Orchestra Filarmonica di Parma
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Coro del Teatro Regio di Parma
Maestro del Coro Martino Faggiani
Regie, scene, costumi e disegno luci Massimo Gasparon
Foto: Roberto Ricci
