La bella addormentata nel bosco – Teatro alla Scala, Milano
Come da tradizione la stagione del balletto scaligero 2026 si inaugura con un grande classico, una favola romantica qual è La bella addormentata nel bosco, sulle celebri note di Pëtr Il’ič Čajkovskij, nella rivisitazione coreografica di Rudolf Nureyev del 1966, andata in scena per la prima volta proprio alla Scala.

A Marius Petipa si deve l’idea di aver per primo trasposto in danza la fiaba di Charles Perrault e l’aver creato un balletto – al suo debutto nel 1890 al Mariinskij di San Pietroburgo – che per Nureyev, anni dopo, ha rappresentato “il balletto dei balletti”. A distanza di quasi un secolo infatti Nureyev, preservandone da un lato la classicità, dall’altro l’opulenza cortigiana, lo reinterpreta, potenziando la figura del principe Désiré, indagandone la psicologia e infarcendo la coreografia di tecnicismi, arditissimi virtuosismi e qualche licenza coreografica ai passi più canonici. Di memorabile creatività restano la presentazione delle Sette fate, con i fantasiosi port de bras, la deliziosa trovata del gioco della moscacieca con cui è introdotto Désiré o la danza dei cortiginai del terzo atto in cui spiccano gli assoli del duca e della duchessa accompagnati dai vivaci archi dei violini. OperaLibera ha assistito alla replica del 9 gennaio che ha visto interpretare Aurora e il principe da Martina Arduino e Mattia Semperboni, quest’ultimo alla prima esperienza in questo ruolo, accompagnati da moltissimi altri interpreti che si sono cimentati in un balletto tecnicamente molto complesso, fisicamente impegnativo per l’eccezionale durata e che richiede anche grandi doti mimico-interpretative, nello sforzo di rendere attuale una favola romantica e tenere insieme, anche con la narrazione, un numero elevatissimo di scene.
Benché lo spettacolo resti all’altezza della produzione scaligera, forse sono mancati momenti di grande emozione in questa precisa rappresentazione e i pur sempre bravissimi ballerini del Corpo di Ballo non hanno brillato, salvo qualche rara eccezione come Agnese di Clemente nelle vesti della Principessa Fiorina e Caterina Bianchi tra le sette fate. Qualche sbavatura c’è stata anche nei ruoli principali, senza tuttavia compromettere un quadro d’insieme che appaga il pubblico, grazie anche alla magnificenza della scenografia e ai memorabili costumi di Franca Squarciapino, ideati nel 1993 e da allora entrati nel repertorio: dai toni caldi del primo atto, alla squisita tavolozza di rosa, lilla, azzurro e verde acqua del terzo atto, alle fantasiose creazioni per l’Uccello blu (interpretato da un bravo Gabriele Fornaciari) o ai tenebrosi accoliti di Carabosse dalle corna ritorte.

La musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij resta meravigliosa, soprattutto in alcuni passaggi resi popolari anche dalle versioni animate della favola, come il valzer del primo atto, le note incalzanti che accompagnano la presentazione di Aurora, quelle vivacissime che accompagno le Fate dei Gioielli e quelle della danza del Gatto con gli stivali (il sempre brillante Christian Fagetti) e la Gatta bianca (Letizia Masini). Nel complesso l’esecuzione di Kevin Rhodes è stata sicuramente corretta ma non ha regalato momenti autenticamente memorabili, risultando sempre un po’ piatta.
Una serata riuscita grazie alla sontuosità, alla varietà dei costumi, al frenetico alternarsi di assoli, passi a due, a tre e a cinque, ai momenti di ensemble e ai divertissement della festa finale e grazie soprattutto alla musica di Čajkovskij e alla tenuta tecnica degli interpreti. Il risultato finale conferma la qualità della danza al Piermarini e le parole di Nureyev che di questo balletto disse: “con La Bella non si tratta di creare un evento senza futuro, ma di produrre uno spettacolo duraturo che sostenga l’eccellenza di una compagnia”.
Foto: Brescia Amisano
