Concerti

L’Olimpiade – Teatro Studio Melato, Milano

C’è un modo di fare opera in forma di concerto che non “riduce” il teatro, ma lo concentra. L’Olimpiade RV 725 di Antonio Vivaldi, proposta da LaFil con Federico Maria Sardelli, appartiene a questa categoria: un melodramma pieno, mobile, affettivamente cangiante, capace di trasformare la sala in scena attraverso la precisione del gesto ritmico, la qualità del recitativo e la forza delle arie.

Sin dalla Sinfonia d’apertura si coglie un Vivaldi dalla fisionomia sorprendentemente internazionale: non soltanto energia veneziana e brillantezza strumentale, ma una tavolozza che, per gusto del colore e finezza d’impasto, lascia affiorare persino sfumature alla Rameau. Un accostamento tutt’altro che peregrino, se si pensa a Rameau come al più “italiano” dei compositori francesi proprio nella sua capacità di far parlare l’orchestra per tinte e chiaroscuri: qui l’Europa barocca sembra dialogare da vicino, e L’Olimpiade ne esce come opera di respiro ben più ampio del cliché vivaldiano legato al solo concerto.

E c’è, in questa operazione, anche un merito culturale che va detto con chiarezza. Vivaldi, per i più, resta il compositore delle famosissime Quattro stagioni o dei concerti “a più strumenti”; eppure è anche — e forse soprattutto — un grande operista del Barocco. Le occasioni in cui i teatri d’opera italiani gli dedicano spazio in cartellone restano rare, e proprio per questo iniziative come quella di LaFil, in alleanza con il Piccolo, meritano un’attenzione particolare: cogliere il movente simbolico delle Olimpiadi invernali per riaccendere la luce su un titolo come L’Olimpiade significa trasformare un tema contemporaneo in occasione di repertorio, e un evento in prospettiva in un gesto di memoria attiva.

La serata, però, ha dovuto fare i conti con un elemento non secondario: l’acustica del Teatro Studio Melato, qui rivelatasi tutt’altro che benevola, poco protettiva, capace di mettere i cantanti “a nudo”. Una condizione che ha funzionato da prova di verità: chi possiede centro, proiezione e fraseggio ha attraversato la sala con autorità; chi era più fragile è apparso scoperto, con qualche oscillazione nella resa complessiva del cast, effettivamente segnata da alti e bassi.

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Alessandro Ravasio, Candida Guida, Chiara Brunello, Iva Táborská, Shakèd Bar, Valeria La Grotta, Mauro Borgioni

Il momento in cui la macchina teatrale è sembrata accendersi con naturalezza è stato il duetto tra Aristea e Megacle, “Ne’ giorni tuoi felici”: qui l’opera si è dichiarata per ciò che è — non una successione di numeri, ma un organismo drammatico — e la scrittura vivaldiana ha ritrovato quella miscela di cantabilità e nervo che fa sentire il “melodramma” nel senso più pieno del termine. In quel dialogo, l’Aristea di Candida Guida ha saputo portare delicatezza e sospiri amorosi: un canto che restituisce la dimensione più umana del personaggio, fragile e riconoscibile, senza manierismi, con un’attenzione alla morbidezza della linea che fa respirare la parola.

Tra le voci più salde si è imposto Mauro Borgioni (Alcandro): voce piena e poderosa, capace di vincere la durezza della sala. In “Se tu prezzar pretendi” e soprattutto in “Sciagurato in faccia a morte”, con un accompagnamento dal peso concentrato nei registri gravi, Borgioni ha mostrato una qualità che in Vivaldi è decisiva: l’autorevolezza della parola musicale, non solo la “tenuta” sonora.

Di notevole solidità anche Chiara Brunello (Argene): voce tonda, presenza sicura. In “Per quanti suoi sospiri” ha mantenuto saldo il timone vocale anche nelle sezioni più puntate, senza perdere fraseggio e intensità; e in “Per salvare quell’alma ingrata” ha confermato una linea capace di attraversare l’ascolto senza cedimenti. Ed è proprio Argene a suggerire uno degli aspetti più affascinanti della partitura: Vivaldi “dipinge” i personaggi, non soltanto per colore armonico, ma — forse ancor più — per carattere ritmico, nel solco della parola metastasiana. Aminta, ad esempio, sembra fatto di turbini e ondeggiamenti; Argene vive invece di linee puntate, frastagliate, come se il suo temperamento trovasse una grammatica specifica nella scrittura. Quasi che ogni figura possieda un segno riconoscibile, un principio di leitmotiv psicologico ante litteram, ben prima dell’avvento wagneriano.

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Alessandro Ravasio, Candida Guida, Chiara Brunello, Iva Táborská, Shakèd Bar, Valeria La Grotta, Mauro Borgioni, Federico Maria Sardelli

Sul versante più “pittorico” della serata, Valeria La Grotta (Aminta) ha brillato per agilità e morbidezza. “Siam navi all’onda algenti” è stata colta nella sua qualità marosa: Vivaldi affida agli archi il moto delle onde, con giri rapidi di corda e scalette che s’increspano, e la voce si muove come su un mare instabile ma governato; l’agilità della cantante resta in equilibrio tra slancio e controllo, lasciandosi trasportare — “dall’ondoso orgoglio” per dirla con Metastasio — senza perdere lucidità. Anche in “Son qual mare ignoto” La Grotta è apparsa a suo agio nell’atmosfera più soffusa creata dall’orchestra, con un passo sicuro e una dolcezza sempre misurata.

Alessandro Ravasio (Clistene) ha offerto un timbro caldo e una presenza vocalmente ben piantata, efficace nei gravi come nelle note più alte. In “Qual serpe tortuosa” la tinta autorevole del personaggio si è fatta evidente; in “Non so donde viene” l’aria ha guadagnato energia in dialogo con i rapidi ribattuti degli archi, in un riflesso delle celebri Stagioni vivaldiane per spinta ritmica.

Per Shakèd Bar in Megacle, “Lo seguitai felice” ha lasciato un segno per la dolcezza del canto: una carezza vocale, coerente con la dimensione più intima del personaggio, quando Vivaldi smette l’armatura atletica e fa parlare la vulnerabilità.

Meno persuasiva, invece, la resa di Iva Táborská in Licida: qui l’acustica non ha aiutato e l’impressione è stata quella di una presenza che faticava a imporsi con continuità, contribuendo a quel senso di disomogeneità vocale che, a tratti, ha attraversato la serata.

Quanto all’orchestra: l’impressione è quella di un esperimento barocco affrontato con coraggio e, nel complesso, con risultati convincenti, pur con qualche sensazione di assetto non perfettamente omogeneo nello strumentario: chi arco barocco chi no, chi con puntale chi no e tutti con le corde di metallo. Ma è proprio qui che si è sentita la mano di Sardelli: attacchi chiari, sicurezza nel tempo, sostegno del fraseggio e soprattutto una capacità rara di ottenere un Vivaldi fresco e frizzante, senza rinunciare a diventare tenue e caldo quando i moti emotivi dei personaggi lo chiedono.

Il pubblico ha risposto con applausi calorosi e ripetuti, tributati all’operazione e alla sua ambizione: riportare il teatro di Vivaldi al centro non come curiosità filologica, ma come esperienza viva. E proprio qui si innesta un pensiero più generale sul luogo: un teatro da circa trecento posti potrebbe essere una perla, un ambiente ideale per un repertorio che storicamente nasce in dimensioni raccolte, tra palcoscenici e platee più prossimi; ma al Melato sembra mancare una “camera acustica” davvero adeguata a farne un riferimento per il Barocco. Opere come L’Olimpiade rischiano altrimenti di perdersi sia nelle grandi sale del melodramma sia in spazi piccoli ma non pienamente “accordati” alla loro natura: perché questo teatro, più di molti altri repertori, vive di prossimità, di parola, di dettaglio.

Se la resa vocale non è stata sempre uniforme, la serata ha comunque confermato almeno una certezza: L’Olimpiade funziona quando si fa teatro — e Sardelli, con LaFil, ha saputo farlo accadere. Ben vengano dunque iniziative che, cogliendo un’occasione simbolica contemporanea, restituiscono al pubblico un Vivaldi finalmente visto per intero: non soltanto concertista celebratissimo, ma operista di prim’ordine.

L’Olimpiade
musica di Antonio Vivaldi
libretto di Pietro Metastasio

personaggi e interpreti

Clistene, re di Sicione Alessandro Ravasio
Aristea, amante di Megacle Candida Guida
Argene, amante di Licida Chiara Brunello
Licida, amante di Aristea e amico di Megacle Iva Táborská
Megacle, amante di Aristea e amico di Licida Shakèd Bar
Aminta, precettore di Licida Valeria La Grotta
Alcandro, confidente di Clistene Mauro Borgioni

LaFil Filarmonica di Milano
direttore Federico Maria Sardelli
esecuzione in forma di concerto
nell’ambito di
Olympiad cultural 2026