Il re pastore – Roma, Teatro Nazionale
Il 23 aprile 1775 l’Arciduca Massimiliano, musicista e ultimogenito di Maria Tersa, visitava la corte principesca dell’Arcivescovo di Colloredo, il quale, per il fasto dell’evento, commissionò al diciannovenne Wolfgang Amadeus Mozart un’opera da eseguirsi in forma di concerto come spesso accadeva nelle serate viennesi. Nasce così Il re pastore, “serenata in due atti” che a 250 anni dalla prima rappresentazione viene riproposta dall’Opera di Roma nella cornice raccolta e classicheggiante del Teatro Nazionale. Cecilia Ligorio, al suo debutto sulle scene della Fondazione Capitolina, crea un allestimento in grande aderenza allo stile della composizione, di cui imita la grazia e il nitore, e al contempo realizza un proprio ed originale discorso drammaturgico di notevole coerenza e linearità. La serenata scenica si snoda infatti in una successione di quadri che prendono le mosse dall’Arcadia notturna e lunare di Aminta, felice ed ignaro di essere il re di Sidone, e proseguono, attraverso le agili trasformazioni delle scenografie di Gregorio Zurla, nelle sale neoclassiche del palazzo reale in cui Alessandro Magno vuole ristabilire il legittimo erede. Al principio una cornice dorata separa il mondo militare del sovrano macedone dall’ambiente silvano del giovane pastore, ma l’isola felice sarà invasa da soldati e riflettori, invero animati da nobili intenzioni, e quest’estremo presidio della natura verrà scomposto dall’avvento della civiltà e dalla retorica del potere. Tant’è che l’albero florido che campeggia nella prima sequenza, albero della vita e testimone della felicità degli amanti, viene relegato sullo sfondo e dentro un vaso, sul piedistallo nel cortile d’onore in stile corinzio e financo, in versione bonsai, sulla scrivania imperiale di Alessandro. La natura viene quindi addomesticata, alla stregua dell’anima di Aminta chiamata a piegarsi ai doveri del suo ruolo sociale, e l’artificio, di cui le piante con le foglie dorate sono l’emblema, si sostituisce ad una naturale autenticità. L’amata Elisa non può dunque che essere vista nella dimensione del sogno, nelle trasparenze prodotte dalle luci di Fabio Barettin, mentre i costumi di Vera Pierantoni Giua sovrappongono la contemporaneità alla pompa ottocentesca e i movimenti perfezionano con le loro geometrie la suggestione dei tableau.

Di “amore contro potere” ci parla del resto il libretto di Pietro Metastasio e questa produzione va pertanto ad aggiungere un ulteriore tassello al polittico dei “Volti del potere” della stagione romana. Perdipiù nei versi del Poeta cesareo, come nella regia della Ligorio, che ne riprende tra l’altro l’essenzialità e la simmetria, sentiamo echeggiare tutta l’epoca di Goethe e quelle atmosfere che in seguito plasmeranno lavori come Così fan tutte e La clemenza di Tito. E proprio all’ultima opera seria di Mozart sembra guardare da lontano Il re pastore, che, pur in modi leggeri, ripropone l’ideale del principe illuminato del Settecento rifomista. Qui tuttavia la malinconia ci accarezza più lievemente e il dissidio tra pubblico e privato rimane appena abbozzato. In realtà, il racconto della Ligorio ci dice che una mediazione è possibile e che l’integrazione tra natura e cultura, individuo e società può concretamente realizzarsi: con il coraggio della sincerità e con una ribellione che affermi, nella mitezza, quel che siamo veramente. Così in conclusione l’albero iniziale può tornare in primo piano, ma adesso nel contesto del palazzo, armonizzato con la civiltà e con il potere.
La direzione di Manlio Benzi raccorda saldamente i quadri di cui si compone l’opera serenata e ne descrive con precisione la varietà, in un susseguirsi di arie dove il suono si mantiene sempre morbido negli archi e rotondo nei fiati e comunque nell’evidenza dei diversi timbri orchestrali, con taluni passaggi di incantevole e malinconica dolcezza. I recitativi sono trattati con grande accuratezza e messi talora in risalto a fini drammatici, con quelli accompagnati che riescono particolarmente scolpiti e differenziati. Puntuale è il collegamento con il palco, nella stretta sintonia con un cast affiatato e interamente spostato verso il registro dell’acuto.
Aminta è Miriam Albano che impiega in modi alquanto espressivi una vocalità fresca e voluminosa e delinea un re pastore schietto e sognatore. Le prime due arie sono definite con forza e disinvoltura, anche se con agilità non sempre rigorosamente scandite e qualche forzatura. Ricco di pathos e dolcezza il duetto con Elisa, mentre “L’amerò, sarò costante” coniuga l’intensità del sentimento con la perfezione della tecnica, con toni malinconici e una salda tenuta delle note.
Elisa è Francesca Pia Vitale che, appunto, duetta con la Albano in grande accordo e con partecipazione in “Vanne a regnar, ben mio”. La voce è morbida e omogenea e mostra nell’aria d’esordio un’elegante sensualità, pur con certuni vocalizzi non troppo definiti. Senza alcuna smagliatura è invece “Barbaro, oh Dio! mi vedi” interpretata con rigore e accesa passionalità.

Nobilissimo l’Alessandro di Juan Francisco Gatell, la cui chiara vocalità plasma un canto dalla linea elegante e dall’articolato fraseggio. Scandita “Si spande al sole in faccia” e assai luminosa e vibrante “Se vincendo vi rendo felici”, preceduta da un recitativo minuziosamente scolpito. La sua terza aria si distingue infine per la limpida proiezione degli acuti, a modellare una figura di principe magnanimo e pensoso che anticipa il Tito de La clemenza.
Benedetta Torre, nel ruolo di Tamiri, si riconferma interprete mozartiana di ottimo volume ed estensione, le cui arie si stagliano nitide e smaltate. “Di tante sue procelle” viene infatti organizzata secondo una linea salda e sinuosa e con vocalizzi pieni e rotondi, mentre è energica e incisiva “Se tu di me fai dono”. Colpiscono inoltre gli appassionati recitativi del finale, a cui conferisce un originale rilevo drammatico, pur nella loro convenzionalità.
Voce ricca e timbrata Krystian Adam che interpreta un Agenore melodico e accorato. Molto brillante la sua prima aria, anche se con qualche passaggio un po’ brusco, e riesce poi particolarmente intensa “Si può dir come si trova”, sbalzata con inquieto vigore.
Questo raffinato racconto tra filologia e attualità ha incantato e suscitato grandi entusiasmi, con applausi fragorosi per tutti gli interpreti, in particolare per la Albano, la Vitale e Gatell.
IL RE PASTORE
Musica Wolfgang Amadeus Mozart
Serenata in due atti, K 208
Libretto di Pietro Metastasio
Direttore Manlio Benzi
Regista Cecilia Ligorio
Scene Gregorio Zurla
Costumi Vera Pierantoni Giua
Luci Fabio Barettin
PERSONAGGI E INTERPRETI
Alessandro, Re di Macedonia Juan Francisco Gatell
Aminta Miriam Albano
Elisa Francesca Pia Vitale
Tamiri Benedetta Torre
Agenore Krystian Adam
Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
Foto: Fabrizio Sansoni – Teatro dell’Opera di Roma
