Nabucco – Teatro del Giglio, Lucca
Il tempo di crisi e conflitti che stiamo vivendo porta sulla scena, inevitabilmente più di frequente rispetto a un recente passato, plumbee atmosfere di guerra e devastazione. Nell’incertezza e nella preoccupazione appare cogente il bisogno di rappresentare la violenza e la distruzione, evocando l’orrore con spietatezza ma provando comunque ad attraversarlo, alla ricerca di una strada che, per quanto labile e vaga, possa farci almeno sperare di poter uscire da esso. E’ quanto accade nel Nabucco proposto dal Teatro del Giglio di Lucca come prima opera del nuovo anno e coprodotto da una cordata di teatri dell’Italia centro-settentrionale e di cui è già stato scritto su queste pagine lo scorso 21 novembre.
L’allestimento di Federico Grazzini ricrea uno scenario bellico senza una precisa connotazione storica ma fortemente legato al tempo presente, attualizzando la vicenda biblica di sconfitta e deportazione in una modalità analoga a quella del Risorgimento, che vide nella cattività babilonese una metafora contemporanea dell’oppressione austriaca. Ma prigionieri si può esserlo del nemico come di se stessi e così questa regia mette in dialogo queste due diverse forme di schiavitù, mostrandoci un Nabucodonosor, non solo fisicamente in ostaggio di Abigaille, ma intrappolato nel disagio della sua mente.

I primi due quadri ci presentano però soltanto lo scontro tra civili e militari in tenuta antisommossa, con una scena oscura e claustrofobica, in verità piuttosto statica ma efficacemente connotata dal grigiore dei costumi di Anna Bonomelli – autrice anche della scenografia – e dal suggestivo disegno di luci di Giuseppe di Iorio. In questo contesto appare originale ed enigmatico il triangolo luminoso associato alla figura del Re, il cui significato pare oscillare tra perfezione divina e unità di uno spirito di assoluta superbia e tracotanza. A frantumare la solidità di Nabucco non sembra del resto essere un fulmine dal Cielo, ma un colpo a tradimento di Abigaille, un gesto umano troppo umano che lascia un poco perplessi e fa immaginare che tutto possa risolversi in un mero scontro di poteri. E tuttavia lo smarrimento del protagonista viene poi caratterizzato assai bene, con una gabbia di neon che è figura della sua interiorità, dove i frammenti sospesi del triangolo ne esplicitano la disgregazione. Ma la gabbia – in un gioco di rispecchiamento tra interno ed esterno – è anche la reale prigione del popolo ebraico, costretto, secondo un’originale trovata, a intonare le lodi del regno assiro in apertura della terza parte e che, prima di attaccare “Va’ pensiero” viene guardato incuriosito dal sovrano ferito, come se trovasse in quel dolore una qualche affinità.
Ed è proprio la compassione per sé e per gli altri a produrre la svolta. L’uomo reso folle dal proprio delirio di onnipotenza si ritrova a fare i conti con sé stesso e nel dolore riesce a trasformarsi ed infrangere gli idoli di oppressione e di morte. La gabbia viene dunque smontata pezzo per pezzo e Nabucco liberato è capace, prima di liberare gli Ebrei, di cambiare i suoi stessi soldati, che ci si presentano disarmati, in maglietta e non più a volto coperto, per cantare “Immenso Jehovha”. Chi in tutto questo pare non ritrovarsi è Abigaille, lei che sì viene annientata dalla sua volontà di potenza e che comunque nel finale ritorna fragile e femminile, morendo tra le braccia di Nabucco, in un tableau luminoso che ricorda una Pietà.
Una riflessione sul potere – grande tema verdiano, qui davvero agli albori- che è quindi indissolubile dal combattimento interiore, in un discorso visivo coerente, ritmato dalle chiusure di sipario e che talora riprende in chiave moderna il libretto in una modalità didascalica, talaltra teatralizza validamente momenti come l’overture o il celeberrimo coro. Un discorso che inoltre lascia sullo sfondo il rapporto tra uomo e Dio, pure presente in Verdi-Solera, e dove il processo di cambiamento sembra tutto risolversi su un piano di pura immanenza, politico e psicologico.
In questo panorama, la lettura di Valerio Galli, alla guida dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano, è di grande equilibrio, stendendo un racconto che punta più a ritmo e coesione che a far emergere singole punte esplosive e contemperando vigore e lirismo. La visione è psicologica e teatrale, in una continua armonizzazione del palco con l’orchestra, mettendo in secondo piano la retorica pomposa dell’epopea biblica e la grinta sanguigna del primo Verdi, con un suono che si mantiene comunque sempre ricco e voluminoso, con accenti marcati e in buona tenuta degli ottoni Nelle prime due parti tempi più spediti avrebbero conferito maggiore compattezza alla narrazione, che invece nelle altre sezioni risulta assai unitaria e in formidabile tensione, con un superbo concertato e una sequenza finale sbalzata e vibrante.

Ben rappresenta l’orgoglio e il tormento di Nabucco Angelo Veccia, con un fraseggio alquanto articolato, vario nell’accento e nella dinamica. Autorevole ed energico al suo ingresso, è alquanto drammatico in “Chi mi toglie il regio scettro” e in tutto il duetto con Abigaille. Scavato ed espressivo nel recitativo che apre la quarta parte, è assai toccante in “Dio di Giuda!… l’ara, il tempio” e ritrova un piglio eroico e solare nella penultima scena dell’idolo infranto.
A cimentarsi con l’arduo ruolo di Abigaille è Kristina Kolar, che traccia una figura superba e spavalda, con un’emissione morbida e di buona estensione, pur con qualche acuto poco controllato e gravi di contenuta consistenza. Ha un canto legato in “Anch’io dischiuso un giorno”, ma poca fluidità nella cabaletta, e rende in modi commoventi il cantabile finale, con una linea sinuosa e una salda tenuta delle note.
Delicata ed espressiva la Fenena di Mara Gaudenzi, con una vocalità omogenea e voluminosa. Assai coinvolgente la sua “Oh dischiuso è il firmamento”, plasmata con eleganti filati e uno stile appassionato.
Figura scolpita e solenne lo Zaccaria di Riccardo Zanellato, con un canto rotondo e accuratamente organizzato nei dettagli, anche se talora di contenuto volume, soprattutto nei gravi. Incisivo ed accorato fin dalle scene iniziali, ha un’intenzione sacrale e vibrante nella preghiera e nella profezia.
Marco Miglietta è un Ismaele potente e luminoso, le cui melodie si stagliano con grande forza ed ampiezza, ma con contenuto lirismo.
Emerge compatto e strutturato il canto di Alberto Comes nel ruolo del Gran Sacerdote di Belo ed è nitido e rotondo l’Abdallo di Saverio Pugliese.
Ha una voce piena ed omogenea l’Anna di Laura Fortino, con saldi slanci in acuto.
Punteggiano tutto il racconto gli interventi del Coro Opera Lombardia, diretto da Diego Maccagnola, sempre di buon volume e ben amalgamato, ma un po’ uniforme e staccato nelle prime due parti. Puntuale ed intenso “Va’ pensiero”, anche se con una moderata diversificazione tra il forte e il piano, e cesellato in una forma analitica e levigata “Immenso Jehovha” prima del finale.
Grandi consensi, e molti a scena aperta, con particolari tributi conclusivi per Veccia, il Coro e il maestro Galli.
NABUCCO
dramma lirico in quattro parti su libretto di Temistocle Solera
dal dramma di Auguste Anicet-Bourgeois e Francis Cornue
musica di GIUSEPPE VERDI
personaggi e interpreti
Nabucco Angelo Veccia
Abigaille Kristina Kolar
Zaccaria Riccardo Zanellato
Ismaele Marco Miglietta
Fenena Mara Gaudenzi
Abdallo Saverio Pugliese
Anna Laura Fortino
Gran Sacerdote di Belo Alberto Comes
direttore d’orchestra Valerio Galli
regia Federico Grazzini
scene e costumi Anna Bonomelli
light designer Giuseppe di Iorio
assistente alla regia Anna Laura Miszerak
assistente ai costumi Angelica Forni
assistente light designer e datore luci Luca Asioli
Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro Opera Lombardia
diretto da Diego Maccagnola
Foto: Lorenzo Gorini
