La traviata – Arena di Verona Opera Festival 2025, Verona
La traviata torna all’Arena di Verona Opera Festival 2025.
“Del resto, c’era davvero di che acquistare. L’arredamento era splendido. Mobili di Boule e in legno di rosa, vasi cinesi e di Sèvres, statuette di Sassonia, stoffe di raso, velluti, merletti, non mancava niente”. Il romanzo di Alexandre Dumas figlio, La signora delle camelie, edito nel 1848, si apre con un’asta degli oggetti appartenuti alla defunta Marguerite Gautier, colei che nell’immortale capolavoro di Giuseppe Verdi diverrà Violetta Valery. Hugo De Ana per la sua versione areniana di Traviata parte proprio da una scena di asta che si materializza nel mezzo di colossali cornici. Un allestimento particolarmente ricco e riuscito già visto al suo debutto nel 2011, e poi nel 2013, 2016 e ancora oggi spettacolare ed intimista al tempo stesso. Destano stupore infatti le grandi cornici moventi che innalzano, ad esempio, Violetta nel suo “Sempre libera” ma che al tempo stesso diventano anche nidi nei quali prende vita la delicata storia d’amore dei giovani protagonisti. Il regista argentino, come è solito fare, cura anche la scena, i costumi particolarmente ricchi e sfarzosi che seguono la moda di fine Ottocento e le luci che inquadrano con attenzione i protagonisti mettendoli in risalto con un riuscito effetto teatrale. Le originali coreografie di Leda Lojodice, qui riprese da Michele Cosentino, sfruttano adeguatamente le imponenti masse areniane e danno il loro meglio nella scena gitana nel secondo quadro del secondo atto. Una produzione che funziona egregiamente sull’imponente e non facile palco areniano e che speriamo di poter vedere ancora, nonostante si aspetti anche, con trepidazione, il nuovo allestimento dell’opera che inaugurerà la stagione areniana numero 103.

La traviata, si sa, è opera per grandi primedonne, appassionate tragedienne dal canto vibrante e dal gesto teatrale. In questa ripresa dello spettacolo di De Ana, la Fondazione Arena di Verona decide di affidare l’impervio ruolo di Violetta Valery ad Angel Blue, artista dal curriculum prestigioso e costellato da grandi successi sui principali palcoscenici del mondo. Una scelta che, a conti fatti, non si è purtroppo rivelata completamente soddisfacente. Sin dal suo ingresso in scena, rimaniamo colpiti della ricchezza di uno strumento importante, dal timbro piacevolmente setoso. Le fiorettature della scrittura di primo atto sono affrontate con una certa cautela, ma il vero scoglio è rappresentato dalla grande aria del finale. Dopo un arioso giocato in prevalenza sul mezzo forte, il soprano evidenzia maggiori difficoltà nella successiva cabaletta, mancando di controllo nei sovracuti, così come nei ribattuti conclusivi. Le cose migliorano decisamente nel secondo atto dove la scrittura si fa più centrale ed ecco, allora, come, specie nel duetto con papà Germont, Angel Blue conferma la bravura di un artista capace di infondere nel canto la giusta espansione, oltre ad un pregevole pathos. Anche durante la scena della festa di Flora, il soprano sfoggia un canto piuttosto partecipato e, nel concertato finale, si impone per la toccante espressività di un fraseggio adeguatamente coinvolto. L’atto conclusivo, poi, attraverso un canto giocato in prevalenza sul forte e mezzo forte, è improntato ad una sottolineata drammaticità. Forse il ruolo di Violetta non è, almeno oggi, tra quelli meglio rappresentativi delle abilità vocali ed interpretative del soprano americano che, anzi, sarebbe auspicabile poter riascoltare in un ruolo per drammatico puro, più adatto, con ogni probabilità, a valorizzare le peculiarità espressive attuali dell’artista.
Al suo fianco, sorprende l’Alfredo Germont di Enea Scala. Sull’indiscussa bravura del tenore ragusano nel repertorio rossiniano non abbiamo alcun dubbio, ma, a confronto con la scrittura del Cigno di Busseto, Scala sembra trovarsi altrettanto a proprio agio, grazie al notevole controllo e sicurezza dell’emissione, ottimamente proiettata nell’ampio spazio areniano. La sua prova conquista, sotto l’aspetto vocale, per la pulizia e l’ampiezza di un canto sfumato ed espressivo. Anche l’interprete risulta sempre ben a fuoco, sulla scena come nel fraseggio, grazie ad un accento carico di emozione e palpito amoroso.

Si impone, poi, il meraviglioso papà Germont di Luca Salsi. Il baritono parmigiano non fa certo mistero del suo amore viscerale per questo repertorio e, questo, si riflette in un canto autenticamente verdiano, per ricchezza di intenzioni, colori e sfumature. L’emissione, condotta attraverso un fraseggio musicale di meravigliosa morbidezza, galleggia sul suono con straordinaria facilità e si carica di una espressività sempre pertinente e mai casuale. Numerosi sono i momenti che si potrebbero ricordare ma, su tutti, citeremo la perfetta esecuzione della celeberrima Di Provenza il mare il suol, con le due strofe diversificate per agogiche, tinte e colori. Un artista che, per carisma interpretativo e vocale, si colloca oggi tra i vertici più alti di questo repertorio.
Tra i comprimari, un plauso particolare alla bravura di Sofia Koberidze, nei panni di una Flora seducente ed ammiccante.
Altrettanto ben riuscita, poi, la Annina di Francesca Maionchi, dalla linea delicata e piacevolmente timbrata.
Il Gastone di Carlo Bosi è un cammeo di puro teatro, così come il Barone Duphol ritrova un inusitato rilievo grazie allo squillo vocale di Nicolò Ceriani.
Autorevole, nel canto come sulla scena, il Dottor Grenvil di Gabriele Sagona.
Ben a fuoco il Marchese d’Obigny di Jan Antem.
Completano la locandina Alessandro Caro, nel ruolo di Giuseppe, e Hidenori Inoue in quello di un domestico di Flora e di un commissionario.
Sul podio della Orchestra della Fondazione Arena di Verona troviamo Speranza Scappucci al suo debutto operistico nell’anfiteatro scaligero. La direttrice offre una lettura molto teatrale del capolavoro verdiano: si coglie, infatti, uno scavo approfondito nel fraseggio musicale al fine di far emergere l’essenza più intima e drammatica della scrittura del Cigno di Busseto. Ne consegue, dunque, un racconto tracciato come un percorso che accompagna lo spettatore attraverso l’evoluzione sentimentale della protagonista, dai valzer frenetici della festa al turbamento amoroso in primo atto, dal sacrificio intimo e doloroso del secondo, sino all’ultimo, disperato tentativo di redenzione nel finale. Una prova ispirata, nella scelta dei tempi come in quella delle dinamiche ed efficace nel supportare ottimamente le masse che agiscono sull’ampio palco areniano.
Al gesto direttoriale ben risponde la compagine strumentale, la cui prova denota coesione e duttilità sonora.
Magnifico, come sempre, il coro areniano che in Roberto Gabbiani trova una guida di rango superiore.
Grande successo di pubblico che, dopo aver manifestato il proprio entusiasmo in più punti durante l’esecuzione, accoglie artisti e direttrice con calorose acclamazioni al termine.
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valery Angel Blue
Flora Bervoix Sofia Koberidze
Giorgio Germont Luca Salsi
Alfredo Germont Enea Scala
Barone Douphol Nicolò Ceriani
Marchese d’Obigny Jan Antem
Dottor Grenvil Gabriele Sagona
Annina Francesca Maionchi
Gastone Carlo Bosi
Giuseppe Alessandro Caro
Domestico di Flora/Commissionario Hidenori Inoue
Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici della Fondazione Arena di Verona
Direttore Speranza Scappucci
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia, Scene, Costumi e Luci Hugo de Ana
Coreografia Leda Lojodice
Foto: Ennevi
