Hamlet – Teatro Regio, Torino
Il Teatro Regio di Torino porta per la prima volta in scena nella sua versione originale per tenore, finora eseguita solo in forma di concerto, l’Hamlet di Ambroise Thomas, uno dei più grandi trionfi del suo creatore. Dopo il grande successo di Mignon per il suo debutto all’Opéra Thomas scelse infatti di musicare il complesso affresco psicologico dell’Amleto di Shakespeare e passare da un’Opéra-comique come Mignon – da notare che anch’essa era stata tratta da un pregevole soggetto letterario quale il Wilhelm Meister di Goethe – ad un Grand opéra come Hamlet pur con le peculiarità di questo titolo, come segnalato nei due brillanti saggi di Marco Leo e Elisabetta Fava contenuti nel libretto di sala, e gli adattamenti della trama ereditati dalle traduzioni e rimaneggiamenti francesi della tragedia con protagonista il principe di Danimarca. Ecco dunque che la corte di Elsinore, teatro dei rovelli del giovane Amleto, riprende intensamente vita sul palco del Teatro Regio nell’allestimento di Jacopo Spirei per raccontare nuovamente la storia del “dolce principe” shakespeariano, oppresso dal ruolo che gli è spettato di nascita e dalla paterna sete di vendetta (marginale nel libretto il coté politico della vicenda che emerge invece dai versi del Bardo) e della sua sfortunata fidanzata, la malinconica Ophélie. Due ragazzi alla ricerca del proprio posto nel mondo, tematica sempre attuale e rilevante.

Jérémie Rhorer sul podio guida la sempre ottima Orchestra del Regio in una lettura dal fascino inquieto quanto il protagonista, variegata, puntuale nella resa drammaturgica ed in impeccabile sinergia con quanto accade in palcoscenico, vera forza propulsiva dell’intera narrazione. La solennità degli interventi del coro (alcuni dei quali in questa occasione omessi dall’esecuzione) continua ad essere venata di quella funesta apprensione che traspare fin dai primi accordi e che culmina nei tragici momenti finali. Ammirevole inoltre è l’attenzione alle melodie ballabili, in particolare quelle affidate all’Ophélie vaneggiante del quarto atto, le quali acquisiscono una allure sinistra e non perdono la loro qualità melodica seppur tinteggiate di malinconica amarezza. Esemplare la risposta del coro alla bacchetta di Rhorer in occasione delle già citate scene ambientate alla corte di Claudius e Gertrude e con l’eccellente cast solistico contribuisce ad una resa musicale semplicemente entusiasmante.

Nel ruolo del titolo, per la prima volta in forma scenica, troviamo un John Osborn in forma smagliante. La corda di tenore dona sicuramente al personaggio un aroma di gioventù che solitamente manca quando è affrontato da un baritono, se poi ci si trova come con Osborn di fronte ad uno specialista dello stile francese il risultato non può che essere eccellente. Il tenore statunitense padroneggia con disinvoltura ed eleganza il ruolo, è raffinato l’utilizzo ch’egli fa dei vari colori a sua disposizione ed è encomiabile l’agilità con cui si muove tra momenti così variegati quali il vivace sarcasmo della “chanson bachique” del secondo atto e la forte carica drammatica del confronto con la Regina ed Ophélie del terzo atto. Al suo fianco la splendida Ophélie di Sara Blanch la cui spigliata destrezza e perizia tecnica si accompagnano ad un timbro avvolgente e setoso ed alla forte carica espressiva del fraseggio. La sua interpretazione conquista fin dal duetto del primo atto e culmina in uno struggente quarto atto dal toccante palpito lunare che fa riecheggiare proprio quell’iniziale scambio di promesse tra i due.

Note positive anche per la coppia reale: Clémentine Margaine è una Gertrude di elevata caratura, la voce sgorga rigogliosa, sempre ben controllata ed omogenea in tutti i registri accompagnata ad una prova attoriale di ottimo livello. Riccardo Zanellato è un Claudius complessivamente incisivo e convincente, in particolare nell’aria del terzo atto “Je t’implore, ô mon frère!” impreziosita da un apprezzabile scavo psicologico del personaggio. Apprezzabile per la brillantezza e la naturalità dello squillo il Laërte di Julien Henric, si distingue poi per autorevolezza lo Spettro di Alastair Miles nonostante l’evidente logorio dello strumento dovuto all’età. Molto bene anche gli amici di Hamlet, ovvero il Marcellus di Alexander Marev e l’Horatio di Tomislav Lavoie. Completano il cast l’ottimo Polonius di Nicolò Donini ed i memorabili becchini di Janusz Nosek e Maciej Kwaśnikowski.
Spettrale fin da subito l’ambiente in cui si muovono i personaggi: nell’ordine un obitorio, un palazzo magnifico ma inospitale ed una stanza vuota con sul fondo alcuni mobili accatastati e coperti da teli candidi. Tutto nell’elaborato ed elegante impianto scenico di Gary McCann riflette l’opprimente ed ipocrita opulenza così moleste per Hamlet – ogni cosa gli ricorda la colpa di Gertrude e Claudius – la sua nostalgia per un’infanzia spensierata e la desolazione dell’angoscia di Ophélie. L’estetica dell’allestimento omaggia l’indimenticabile versione cinematografica di Amleto del 1996 di Kenneth Branagh e la cifra stilistica di Tim Burton – in particolare in alcune scelte cromatiche e nei costumi di Giada Masi riconducibili ad un periodo identificabile tra ultimi decenni dell’ottocento e primi decenni del novecento (con alcune concessioni alla modernità quali l’acuta scelta di far indossare a Ophélie degli anfibi molto punk) – senza risultare mai imitazione, anche grazie all’impeccabile lavoro di Fiammetta Baldiserri sull’illuminazione: memorabile l’efficacia con cui viene resa la luce solare attraverso le vetrate della reggia di Elsinore o il paesaggio selenico del quarto atto, ma queste sono solo alcune delle splendide intuizioni di Baldiserri. Significativi nella loro immediatezza gli Hamlet e Ophélie fanciulli che accompagnano lo Spettro in quasi ogni apparizione o il posizionamento durante la scena finale di Hamlet e Ophélie sul cavallo a dondolo. Il principe sorregge il cadavere di Ophélie mentre, morente, viene incoronato. L’innocenza e la spensieratezza del duetto iniziale sono perduti per sempre. Incisivi inoltre gli interventi delle altre comparse, invisibili ai personaggi fino al quarto atto dove solo Ophélie interagirà con loro e scatenerà tutto il suo potere fungendo da esempio alle comparse femminili presenti in scena proprio come una delle Villi da lei evocate nella ballata che intona morendo. Nel frattempo, avviluppata da un grande velo grigio, scompare attraverso un varco buio al fondo del palcoscenico in un momento che risulta sommamente suggestivo e struggente.
È dunque concentrata sul paesaggio interiore (che si rispecchia brillantemente nel paesaggio esteriore) e sull’esplorare il peso del passaggio alla vita adulta e delle aspettative degli altri la brillante e riuscitissima concezione registica di Jacopo Spirei. È crepuscolare e allegorica – un altro esempio di ciò i libri in mano alle comparse che si trasformano in uccelli o le comparse stesse che si contorcono e si rotolano perennemente come i pensieri di Hamlet. È anche sempre dinamica ed efficacissima nello scavo psicologico degli abitanti della decadente corte danese. È inoltre – come richiede un Grand opéra – spettacolare nelle scene corali: feste e brindisi coreografati da Ron Howell riempiono la scena completamente. Sul finale del secondo atto all’arrivo dei commedianti la sala dei banchetti viene invasa da tre marionette alte fino al soffitto che saranno protagoniste della pantomima su Re Gonzago ed ogni cambio scena è fonte di stupore. Il numerosissimo pubblico presente in sala saluta festante l’intero cast solistico e tutto il team creativo al termine della rappresentazione accogliendo con calore uno dei più riusciti titoli di questa stagione del teatro della capitale subalpina. Sarà possibile recuperare Hamlet fino al 27 maggio e chi scrive consiglia vivamente di non farsi scappare l’occasione di farne esperienza diretta.
Margherita Panarelli, 15 maggio 2025
Quando è stata annunciata la attuale stagione d’Opera del Teatro Regio, la curiosità di molti melomani è stata fin da subito catturata da Hamlet, il capolavoro di Louis Ambroise Thomas. Un titolo di rara esecuzione e che deve la sua fama principalmente alla scena della follia della protagonista femminile, Ophélie, affrontata, sulla scena o in sala di registrazione, da grandi soprani del passato e del presente. L’ultima rappresentazione torinese di quest’opera è tuttavia piuttosto recente, correva l’anno 2001, ma l’edizione 2025 passerà alla storia per aver portato sulla scena, per la prima volta in epoca moderna, una versione che, rispetto alla tradizione, mostra un importante elemento di discontinuità, ovvero la presenza, nel ruolo del titolo, di un tenore in luogo di un baritono.
Data la rilevanza di questa proposta, il Teatro Regio ha voluto fare le cose in grande, confezionando uno spettacolo con i fiocchi.
Jacopo Spirei firma una regia a tratti onirica e calata in una atmosfera inquieta e disturbata. La vicenda viene trasposta nella seconda metà dell’Ottocento, come suggeritoci dai curatissimi costumi di Giada Masi. I personaggi si aggirano nella spettrale reggia di Claudius e Gertrude e una serie di quinte mobili, con i loro movimenti verticali e orizzontali, delimitano di volta in volta gli ambienti dell’azione, conferendo la giusta dinamicità al racconto (scene di Gary McCann). Il progetto registico, piuttosto coerente con la fonte letteraria, si sofferma, in particolare, sull’analisi introspettiva del protagonista, un giovane dall’animo tormentato, problematico nella gestione del rapporto con l’amata Ophélie e schiacciato dal peso dei propri propositi di vendetta. Le azioni e i pensieri di Hamlet sono ben rappresentati da alcuni mimi e, in particolare, dalla loro gestualità complessa e stratificata, forse non sempre immediata ma di sicuro impatto teatrale. E ad amplificare ulteriormente le ossessioni del principe danese ci pensa lo spettro del defunto re, spesso accompagnato da due bambini (che altri non sono se non i giovani Hamlet ed Ophélie), la cui presenza sembra suggerire una innocenza prematuramente perduta. In generale, lo spettacolo si sviluppa attraverso un ritmo narrativo incalzante e coinvolgente, ponendo il giusto focus drammaturgico sul percorso interiore del protagonista e alla sua progressiva discesa finale nel baratro della morte (in questa produzione Hamlet si toglie la vita prima di compiere l’omicidio dello zio).

Una menzione particolare merita, tuttavia, la scena seconda del secondo atto, quella del banchetto. La rappresentazione metateatrale dell’omicidio del Re Gonzalo è resa, infatti, ancor più suggestiva dalla presenza, piuttosto ingombrante, di giganteschi burattini mossi a regola d’arte dai movimenti coreografici di Ron Howell. E, più in generale, è d’obbligo sottolineare la perfezione del disegno luci di Fiammetta Baldiserri, la cui alternanza di tonalità calde e fredde segna ottimamente i risvolti più angoscianti e tragici del racconto.
Il versante musicale dello spettacolo è tra i migliori oggi ipotizzabili.
Merito, in primis, della travolgente direzione di Jérémie Roher. Una lettura che, grazie all’adozione di tempi incalzanti e serrati, ben sottolinea la costante tensione del racconto. Se le scene di corte sembrano dipinte come magnificenti squarci sonori, i meravigliosi soliloqui dei protagonisti risultano pennellati con soluzioni dinamiche leggiadre e di ampio respiro. Un gesto direttoriale di livello che trova una corrispondenza ideale nella splendida prova della Orchestra del Teatro Regio, qui colta in una forma a dir poco smagliante per precisione e rotondità sonore.
Venendo al cast vocale, nei panni del protagonista troviamo uno straordinario John Osborn che si conferma, se mai ci fossero dubbi, interprete di riferimento per il repertorio francese e, in particolare, per il genere del grand-opéra. Un artista a tutto tondo, vocalmente ineccepibile per omogeneità e dominio tecnico. Di livello superiore sono, poi, il controllo sul fiato e la capacità di ammorbidire e sfumare l’emissione con evidenti e sorprendenti risultati espressivi. In una parte tutta giocata sul declamato e il cantabile, infatti, Osborn fraseggia a regola d’arte e regala una interpretazione palpitante, tutta giocata su di una intima, quanto raffinata, fragilità del personaggio. Il carisma e la disinvoltura scenica concorrono, infine, a completare il quadro di una prestazione davvero irreprensibile sotto ogni punto di vista.
Al suo fianco brilla, e trionfa, la stella di Sara Blanch, una Ophélie dolcissima e romantica. Una vocalità, la sua, che sembra accarezzare le note dello spartito con gusto e consapevolezza stilistica. L’emissione è sicura, rotonda nei centri e ottimamente proiettata nel registro acuto e sovracuto, quest’ultimo raggiunto con una facilità sbalorditiva. L’interprete, poi, è sempre presente a sé stessa e dimostra di saper coniugare la modernità dell’accento con la delicatezza di una presenza scenica spigliata e coinvolgente. Durante la scena della follia si rimane affascinati dalla capacità della Blanch di far fluttuare il suono con eleganza e precisione, in una lezione di belcanto mai fine a sé stessa, ma sempre piegata ad un autentico senso del teatro. Bravissima.
Passando alla coppia dei sovrani, Riccardo Zanellato è un Claudius autorevole e nobile nell’accento. In possesso della giusta duttilità vocale, l’artista sottolinea alla perfezione il contrasto d’affetti che perseguita la mentre del re, specie nel momento dell’aria di terzo atto, sbalzata con adeguato trasporto emotivo.
Clémentine Margaine, con la sua vocalità ampia e rigogliosa, incarna alla perfezione la sensuale voluttuosità della regina Gertrude. Una interpretazione che raggiunge il proprio apice nel drammatico confronto con Hamlet in terzo atto, ovvero quando la regina si trova a fare i conti con i rimorsi e le inquietudini del proprio animo.
Notevole la prova di Julien Henric, un Laerte squillante e baldanzoso.

Si impone, nei panni del defunto padre di Hamlet, Alastair Miles. Il basso, dalla ben nota vocalità vellutata, si segnala per una indiscussa incisività nel fraseggio e una innata verve scenica.
Molto bene anche Nicolò Donini, un Polonius efficace sul palco come nel canto.
Ben amalgamati tra loro sono, poi, Alexander Marev e Tomislav Lavoie, alias Marcellus e Horatio, vocalmente a proprio agio e scenicamente coinvolti.
Completano la locandina Maciej Kwasnikowski e Janusz Nosek, puntuali nelle rispettive interpretazioni di Secondo e Primo becchino.
Notevolissima, infine, la prova del Coro del Teatro Regio che, sotto la guida di Ulisse Trabacchin, si distingue per compattezza e vibrante intensità. Da ricordare, in particolare, il toccante e malinconico coro a bocca chiusa che saluta la conclusione della scena della follia di Ophélie.
Lo spettacolo è salutato, al termine, da uno strepitoso successo di pubblico, che accoglie i protagonisti, e in particolare Osborn e Blanch, con ovazioni al calor bianco.
Marco Faverzani | Giorgio Panigati, 25 maggio 2025
HAMLET
Libretto di Michel Carré e Jules Barbier
dalla omonima tragedia di Wiliam Shakespeare
Musica di Ambroise Thomas
Hamlet John Osborn
Ophélie Sara Blanch
Gertrude Clémentine Margaine
Claudius Riccardo Zanellato
Laërte Julien Henric
Lo spettro del defunto re Alastair Miles
Marcellus Alexander Marev
Horatio Tomislav Lavoie
Polonius Nicolò Donini
Primo becchino Janusz Nosek*
Secondo becchino Maciej Kwaśnikowski
*Artista del Regio Ensemble
Direttore Jérémie Rhorer
Maestro del coro Ulisse Trabacchin
Regia Jacopo Spirei
Scene Gary McCann
Costumi Giada Masi
Coreografia Ron Howell
Luci Fiammetta Baldisseri
Direttore dell’allestimento Antonio Stallone
Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
Foto di Mattia Gaido e Daniele Ratti cortesia del Teatro Regio
