Le nozze di Figaro – Teatro dell’Opera, Roma
Con un’architettura geometrica e cristallina Mozart ci racconta l’umana fragilità e nello stesso cimento, a sua imitazione, si misura Claus Guth, la cui fortunata regia de Le nozze di Figaro, giunta al suo ventesimo anno di vita e rappresentata da Salisburgo al Canada, approda finalmente in Italia, in un atteso debutto all’Opera di Roma. Un allestimento di notevole fascino che ambienta l’intera vicenda sullo scalone di una dimora neoclassica, dalle pareti candide e squadrate e sui cui differenti livelli compaiono, fin dall’overture, tre delle quattro coppie dell’opera: i giovani Figaro e Susanna, il Conte e la Contessa nella pienezza della maturità e i più attempati Bartolo e Marcellina. Sei personaggi, sì inquieti e smarriti nel bianco vuoto della casa, ma che comunque il loro autore lo hanno trovato o piuttosto è lui che è venuto a cercarli, entrando furtivo dentro la storia con un gran balzo dalla finestra, benché la sala d’ingresso sia piena di porte. L’intruso è Cherubim, doppio inventato del farfallone amoroso, ma che si distingue da Cherubino perché alato come un Eros fanciullo, interpretato fin dalla prima edizione da Uli Kirsch, che ne fa uno spiritello fatuo e capriccioso, capace di perturbare il rigore di quell’interno borghese del primo Novecento e di condizionare come un magico burattinaio l’agire degli altri personaggi. Dunque non semplicemente un Amorino che calza a pennello all’idea di mutevolezza e di instabilità, ma una sorta di messaggero dell’inconscio e soprattutto un deus ex machina, che ci mostra quanto sia proprio il desiderio il motore di ogni cosa, allineando felicemente il discorso alla visione erotica di Mozart-Da Ponte (per non dire di Freud e Platone). Tuttavia il gesto demiurgico di questo daimon convoglia su di sé gran parte dell’attenzione e finisce per comprimere la ricchezza psicologica delle situazioni; la sua presenza, spesso ingombrante, ridimensiona il carattere polifonico dell’opera, riducendo al solo potere di Amore una trama complessa di passioni e voleri.

In questo senso va però detto che la rappresentazione di Guth, coadiuvato nella drammaturgia da Ronny Dietrich, insiste particolarmente sull’ambiguità dei sentimenti, esplicitando le attrazioni incrociate tra le coppie, in un gioco di seduzioni che è talvolta anche leggero ma che rimane perlopiù immerso in atmosfere ambivalenti e notturne, come nel Doppio sogno di Arthur Schnitzler, per citare ancora una volta l’azzeccato titolo della stagione capitolina. Nelle scenografie di Christian Schmidt, autore anche dei costumi, di colore scuro e dalle linee severe ed eleganti, a dominare sono infatti l’inquietudine e l’incertezza, in un clima che rimanda alla Vienna della psicanalisi e alla classica severità dei drammi di Ibsen. In questa cornice la comicità fatica un poco a farsi strada ed emerge soprattutto quando affidata all’iniziativa di singoli interpreti, come Erwin Schortt-Figaro e Marcello Nardis– Don Basilio. Le scene divertenti sono comunque costruite con originalità, a partire dalla tenda che nasconde Cherubino fino a quella del riconoscimento delle parentele, accuratamente organizzate dalle coreografie di Ramses Sigl. In tali frangenti le luci di Olag Winter investono la casa con i loro bagliori dorati, mentre di solito l’illuminazione è neutra e tersa. Al quarto atto però le ombre riflettono il giardino nell’interno e la scala ci si presenta simmetrica e rovesciata, in un gioco surreale di raffinata suggestione con le proiezioni di Andi A. Müller. E’ qui che nel disvelamento degli equivoci scende dall’alto il perdono della Contessa, che, con la dolcezza di un balsamo, compone i personaggi in una posa da foto di gruppo. E il Cherubim-Eros se ne ritorna da dove era venuto, senza più potere su quella coralità che forse, malinconica e presuntuosa, si illude di essere felice; o forse, benedetta nella sua imperfezione ed illuministicamente emancipata dalle passioni, ha imparato qualcosa di sé e prova ad autodeterminarsi.

D’altra parte, è proprio nel terzo e nel quarto atto che la conduzione di Emmanuel Tjeknavorian dimostra la sua più raffinata eloquenza, con un racconto coeso ed enigmatico delineato da suoni definiti, puntualità ritmica e da un’accurata differenziazione dei piani sonori. La lettura del giovane e talentuoso direttore, insignito del Premio Abbiati e alla sua seconda prova operistica dopo il Macbeth fiorentino, ci offre il meglio di sé nelle parti più liriche e sognanti, culminando nel cesello della danza e dell’incanto conclusivo. In generale però la “folle giornata” è caratterizzata da tempi spediti e passaggi marcati con forza, con un’overture che è incalzante e con molte arie e pezzi d’insieme di grande vivacità, anche se la tensione spesso si allenta in recitativi che hanno minor ritmo e brillantezza.
Come già sopra detto, sono tuttavia assai brillanti i recitativi di Erwin Scrott, che crea un Figaro che è vivace quanto smarrito, non semplicemente un furbastro di genio, ma un uomo inqueto e in cerca di sé. In apertura ci appare come un architetto con tratti da esistenzialista ed esibisce da subito una vocalità calda e rotonda e un fraseggio articolato e scolpito. Con varietà ed energia rende “Non più andrai” ed è comico e solare nei dialoghi del secondo atto, così come nell’intera sequenza del riconoscimento. In “Aprite un po’ quegli occhi” mostra con vigore il dissidio del personaggio ed è allo stesso tempo capace di suscitare ilarità. Nel finale con una puntuale recitazione ci mostra un personaggio che è evoluto e che forse più degli altri è riuscito a conquistare una certa libertà.
Martina Russomanno è una Susanna di squisita eleganza, con un canto trasparente e saldo in ogni registro, controllatissimo pur con qualche lieve e sporadica forzatura in acuto. Fin dall’inizio è più aristocratica che popolare, più ironica che spumeggiante e dunque in grande accordo con le scelte registiche. Il duetto con la Contessa è di grande nobiltà, toccante e levigato, e davvero incantevole è la sua “Deh vieni, non tardare”, resa in una forma cristallina e leggera.

Da parte sua, Roberta Mantegna, non solo accentua la malinconia della Contessa, ma ne mostra la fragilità di moglie gelosa e depressa, con isterismi e scoppi di pianto. La sua prima aria pare addirittura un lamento funebre, tracciata con voce omogenea e frasi ampie e dolenti. Nel recitativo che precede “Dove sono i bei momenti” articola con precisione i differenti affetti e organizza l’aria con una cantabilità distesa e nostalgica. Assai delicata in “Che soave zeffiretto” e di vibrante eloquenza il suo “Più docile sono/ e dico di sì”, scandito con fermezza e commozione.
Dispotico e irruento è il Conte interpretato da Germán Olvera con una vocalità compatta e voluminosa. Si staglia con rilievo “Vedrò, mentr’ io sospiro”, delineata con ampie melodie e uno stile appassionato.
Ha un fraseggio incisivo Monica Baccelli, la cui Marcellina si impone per la comicità nella scena dell’agnizione, ed è strutturato e magniloquente il Bartolo di Roberto Scandiuzzi, che modula la sua aria con grande varietà.
Elmina Hasan è un Cherubino ingenuo eppure molto seduttivo, che incanta soprattutto con “Voi, che sapete che cosa è amor”, articolata con continuità e delicatezza.
Soave nella sua mestizia anche “Ah l’ho perduta, me meschina!” di Barbarina, interpretata da Jessica Ricci con voce limpida e piena.
E’ di chiara intenzione espressiva Marcello Nardis, che forgia un Don Basilio ironico e pungente, di saldo volume e dalla linea flessuosa.
Modulato ed originale il racconto dell’Antonio di Alejo Alvarez Castillo ed è alquanto nitido e sbalzato il Curzio di Blagoj Nacoski.
Ben amalgamato e con un’accurata dinamica ogni intervento del Coro diretto da Ciro Visco. Realizzato con particolare eleganza quello femminile al terzo atto.
Molto applauditi tutti gli interpreti, con particolare entusiasmo per Schrott e la Russomanno, la Mantegna e il maestro Tjeknavorian.
LE NOZZE DI FIGARO
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Commedia per musica in quattro atti
Libretto di Lorenzo Da Ponte
Direttore Emmanuel Tjeknavorian
Regia Claus Guth
Maestro del Coro Ciro Visco
Scene e costumi Christian Schmidt
Luci Olaf Winter
Movimenti coreografici Ramses Sigl
Video Andi A. Müller
Drammaturgia Ronny Dietrich
PERSONAGGI INTERPRETI
Il Conte di Almaviva Germán Olvera
La Contessa di Almaviva Roberta Mantegna
Susanna Martina Russomanno
Figaro Erwin Schrott
Cherubino Elmina Hasan
Marcellina Monica Bacelli
Bartolo Roberto Scandiuzzi
Don Basilio Marcello Nardis
Curzio Blagoj Nacoski
Barbarina Jessica Ricci*
Antonio Alejo Alvarez Castillo*
Cherubim Uli Kirsch
*Dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Foto: Fabrizio Sansoni – Teatro dell’Opera di Roma
