Alcina – Trilogia d’autunno, Ravenna Festival 2025
Se l’Orlando si muove tra natura e artificio, quest’ultimo è assolutamente protagonista in Alcina, in cui il tema dell’amore viene declinato come dedalo di inganni e nostalgia per le illusioni. In questo secondo pannello del dittico realizzato da Pier Luigi Pizzi, l’elemento naturale – il mare – compare soltanto all’inizio ma per dirci che stiamo per fare naufragio e sprofondare nel regno della Maga, un mondo subacqueo dove le proiezioni del bosco di Orlando divengono coralli marini e saloni di marmo e le tinte delicate si fanno decise, con la prevalenza del rosso. Un ambiente più oscuro e geometrizzante in cui ricompare l’astrolabio sferico di Zoroastro, emblema dell’incantesimo e potenza cosmogonica, principio creatore di una seconda natura che seduce e imprigiona. La reggia infatti finirà per assomigliare a una tomba, un sontuoso monumento funebre in cui sprofonderanno Alcina e Morgana, mentre gli altri personaggi, liberati dagli inganni, potranno ritornare alla verità dei loro sentimenti.
Il racconto visivo, improntato alla meraviglia, è dunque di notevole impatto e suggestione, nelle luci notturne di Oscar Frosio e nei movimenti che si cristallizzano spesso in veri e propri tableau vivant; narrazione la cui continuità con Orlando, oltre che dalla presenza della medesima figura di Amore (Giacomo Decol), viene ribadita dalle fogge dei costumi, rigorosi ed eleganti, in un gioco di più marcati contrasti cromatici. In definitiva, questa rappresentazione, che nel complesso è forse meno omogenea della precedente, si staglia tuttavia con maggiore rilievo e intensità, e, per quanto intrisa di malinconia, pone anch’essa l’accento sulla conquista dell’autenticità piuttosto che sul rimpianto per una dimensione illusoria di amore e di bellezza.

La drammaturgia musicale dell’opera ci viene presentata da Ottavio Dantone in una veste più snella e compatta rispetto a quella dell’edizione critica di riferimento, con il taglio del ruolo di Oberto, di alcuni recitativi e degli interventi del coro. Una versione che si dimostra organica e costantemente in tensione, con il fine cesello della straordinaria varietà ritmica e melodica e con un saldo raccordo tra le diverse parti che seguono il mutare degli affetti. Momenti vorticosi si alternano a distensioni contemplative, in un’accuratissima modulazione della dinamica e in un minuzioso e virtuosistico accompagnamento degli strumenti durante le arie.
Giuseppina Bridelli è un’Alcina inquieta e fatale, dalla vocalità morbida e voluminosa. La sincerità del suo amore per Ruggero traspare subito dalla prima aria, resa con grande fascino e grazia. Malinconica e assai modulata è “Sì, son quella, non più bella”, mentre “Ah, mio cor!” si attesta come la sua interpretazione più articolata e penetrante. Molto incisivo anche il recitativo che precede “Ombre pallide” e di dolente lirismo “Mi restano le lagrime”, con una maga che ci viene mostrata irretita dalla menzogna dei suoi stessi incantesimi.
Ruggero è Elmar Hauser, sognante e di grande naturalezza espressiva. L’emissione smaltata e la linea elegante rendono particolarmente delicate e commoventi “La bocca vaga” e “Verdi prati”; meno definite le arie di agilità, anche se “Sta nell’ircana” emerge, soprattutto nella ripresa, con travolgente irruenza.

Martina Licari interpreta Morgana con puntuali vocalizzi e acuti proiettati con vigore e sicurezza. Morbida e dolce nell’aria d’esordio, ci regala poi una scintillante “Tornami a vagheggiar”, articolata con precisione ed energia. Delicata e soave “Ama, sospira” e di intensa espressività, con mezze voci e salde tenute, l’ultima aria “Credete al mio dolore”, nel disincanto di ogni illusione.
Ha uno stile scavato e una tecnica raffinata Delphine Galou, che plasma una Bradamante alquanto grintosa. Di scolpita incisività, anche se di moderato volume, “Vorrei vendicarmi del perfido cor” e di pacificata serenità “All’alma fedel”.
Žiga Čopi è un Oronte espressivo e teatrale, con un canto assai modulato man troppo melodico. Tra le sue arie è “Semplicetto! A donna credi?” a spiccare per brillantezza e varietà.
Riconferma il suo accurato fraseggio Christian Senn nel ruolo di Melisso. Drammatica e strutturata la sua aria “Pensa a chi geme d’amor piagata” e molto efficace nel recitativo travestito da Atlante.
Molto applauditi soprattutto la Bridelli, la Licari e Hauser. E un secondo trionfo per Dantone e l’Accademia Bizantina.
Trilogia d’autunno: L’invisibil fa vedere Amore
ALCINA
musica di Georg Friedrich Händel (1685-1759)
dramma musicale in tre atti
libretto anonimo derivato da L’isola d’Alcina di Antonio Fanzaglia
(prima rappresentazione Londra, Covent Garden, 16 aprile 1735)
Edizione Bärenreiter
Alcina Giuseppina Bridelli
Ruggiero Elmar Hauser
Bradamante Delphine Galou
Morgana Martina Licari
Oronte Žiga Čopi
Melisso Christian Senn
Amore Giacomo Decol
Accademia Bizantina
direttore Ottavio Dantone
regia, scene, costumi Pier Luigi Pizzi
luci Oscar Frosio
Foto: Zani-Casadio
