Tosca – Festival Puccini 2026
“Vissi d’arte, vissi d’amore”. Ma Tosca, oltre che d’arte e d’amore, vive di Roma. La Città eterna è infatti anima costitutiva del dramma, lo sfondo che genera lo scontro tra il singolo e il potere, mondo corrotto che corrompe e che richiede il sacrificio della libertà e dell’amore. E questa aspetto pare che voglia particolarmente sottolineare la regia di Maria Todaro nell’allestimento in scena a Torre del Lago: la logica della violenza contamina anche Tosca, che non soltanto uccide ma lo fa con efferatezza, accecando, pugnalando e strozzando, esasperata da uno Scarpia che dunque trionfa, distruggendo la passione e la vita. La rappresentazione è dominata dagli splendori della Roma barocca che divengono i fasti abbaglianti ma sinistri del potere politico e religioso, secondo la ricostruzione di Carlo Centolavigna di Sant’Andrea della Valle e di Palazzo Farnese, ricostruzione che potremmo definire filologica, addirittura più realistica, più “romana” di quella di Hohenstein, primo scenografo dell’opera che collaborò strettamente con Giacomo Puccini. I costumi ancora di Maria Todaro riprendono le fogge stile impero dei primi decenni dell’Ottocento, mentre le luci di Valerio Alfieri immergono i monumenti dell’Urbe in un’atmosfera notturna e sinistra.

Un’impostazione fondamentalmente tradizionale, nel complesso efficace e rispettosa della puntuale drammaturgia pucciniana, viene però purtroppo incrinata da un approssimativo coordinamento dei movimenti, soprattutto in rapporto ai tempi della musica. Inoltre, benché se ne comprenda l’intenzione di creare l’effetto di un’integrale immersione nella vicenda, risultano quanto mai distraenti le guardie e i figuranti borghesi che dalla platea si recano in chiesa, nonché i fari puntati verso il pubblico all’inizio del Te Deum. Per altro verso, il quadro del terzo atto si pone poi visivamente in discontinuità con quelli che lo precedono e che ci appare inoltre piuttosto slegato, tanto nei pochi elementi che lo compongono quanto nei movimenti.
La drammaturgia musicale dell’opera è affidata alla bacchetta di Carlo Montanaro che plasma un racconto fluido e melodico, che non manca di produrre emozioni ma che risulta poco marcato nei suoi aspetti più drammatici e inquietanti. Il tono appare piuttosto leggero al primo atto e al secondo il racconto fatica a mantenersi in tensione, con qualche scollatura con il palco e con una chiusura in cui i piani sonori sono poco differenziati e non digradanti. Se la sequenza delle campane è piuttosto generica, il terzo atto viene caratterizzato da una più spiccata drammaticità. Il Te Deum si attesta comunque come il momento più organico ed articolato, con il Coro compatto e maestoso, sotto la guida di Marco Faelli, e la fresca vivacità delle Voci bianche dirette da Sonia Franzese.

Nel ruolo della protagonista è Eleonora Buratto, che rispetto allo scorso anno ci presenta una Tosca di più scavata drammaticità. Il canto è levigato e trasparente, ma viene talora inframmezzato da passaggi che tendono al parlato, riuscendo così di maggiore incisività. Al suo ingresso esprime la gelosia con varietà e solare leggerezza, che si muta subito in gravità nell’incontro con Scarpia, con il quale a Palazzo Farnese si confronta con grande energia, senza mai perdere tuttavia misura e politezza. “Vissi d’arte” viene sbalzato con forza ed emozione, moderatamente differenziato nella dinamica e con limpidi acuti che vengono particolarmente sfogati nel bis Nel finale mantiene poi in grande equilibrio tragedia e lirismo.
Adam Smith è un Cavaradossi giovanile e scherzoso, ma al contempo idealista e appassionato. La voce è potente e luminosa, con acuti proiettati con forza e nitore. In “Recondita armonia” ha un canto svettante ma poco legato ed è intenso e passionale nel duetto con Tosca. Piuttosto uniforme nel dialogo con Scarpia, ha straordinarie aperture in acuto in “Vittoria” e in “E lucevan le stelle”.
Aggressivo ma signorile, crudele ma acceso dalla passione è lo Scarpia di Lodovic Tézier, che in ogni frangente porge una parola scolpita e vibrante, carica di intenzioni e significati. Fin dal suo apparire esibisce una linea continua e sinuosa, prima mellifluo e poi vigoroso durante il Te Deum. Tormenta Floria Tosca con finezza ed eleganza, avvalendosi di un fraseggio minuziosamente forgiato nella dinamica come nell’accento.
Ha uno stile assai drammatico l’Angelotti di Luciano Leoni, scuro e voluminoso, particolarmente intenso nel dialogo prima della fuga.
Claudio Ottino è un Sagrestano brillante e puntuale in ogni passaggio, ma senza una caratterizzazione in senso untuoso e grottesco.
Ha un articolato fraseggio ma un moderato volume lo Spoletta di Orlando Polidoro. E’ nitido e compatto lo Sciarrone di Omar Cepparolli ed è rotondo e definito il Carceriere di Matteo Mollica.
Kim Yeseul dell’Accademia Pucciniana con voce morbida ed estesa intona la melodia del Pastorello.
Molto applauditi la Buratto, Smith e Tézier, alla fine di uno spettacolo che ha riscosso il consenso generale del pubblico.
TOSCA
Melodramma in tre atti
Libretto di
Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
dal dramma omonimo di Victorien Sardou
Musica di
Giacomo Puccini
Maestro concertatore e direttore d’orchestra Carlo Montanaro
Regia e costumi Maria Todaro
Scene Carlo Centolavigna
Luci Valerio Alfieri
Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Festival Puccini
Maestro del coro Marco Faelli
Maestro del coro di voci bianche Sonia Franzese
Floria Tosca – Eleonora Buratto
Mario Cavaradossi – Adam Smith
Il Barone Scarpia – Ludovic Tézier
Cesare Angelotti – Luciano Leoni
Il Sagrestano – Claudio Ottino
Spoletta – Orlando Polidoro
Sciarrone – Omar Cepparolli
Un carceriere – Matteo Mollica
Un pastorello – Kim Yeseul (Accademia Pucciniana)
Foto: Giorgio Andreuccetti
