Turandot – Festival Puccini 2026
Il Festival Puccini ha aperto i battenti della sua 62° edizione celebrando il centenario di Turandot, andata in scena per la prima volta al Teatro alla Scala il 25 aprile 1926, in una serata che dalla storia è entrata nel mito. “Qui termina la rappresentazione, perché a questo punto il Maestro è morto” sono le celeberrime parole pronunciate dal podio da Arturo Toscanini, interrompendo l’opera sulla morte di Liù – scelta peraltro ripresa due anni fa da Pier Luigi Pizzi proprio a Torre del Lago nell’allestimento per i cento anni dalla morte di Puccini. Di Toscanini altrettanto famosa è la sarcastica espressione “All’aperto si gioca a bocce”, a dispetto della quale sulle rive del lago di Massaciuccoli si persevera nel fare musica en plein air, in un luogo sovraccarico di memorie e che al tramonto diviene una grande tela impressionista, delicata ed evanescente, dove le acque paiano ancora venire increspate dal vento leggero dell’ispirazione. Qui la cultura si sposa al paesaggio, in un luogo che per tutta l’estate ha il potere di convocare moltissima gente attorno al rito della musica e del teatro. Quest’anno più che in altre stagioni, l’inaugurazione ha visto l’immenso parterre davvero gremito in ogni sua parte, con un pubblico eterogeneo e internazionale e che non è soltanto quello che frequenta abitualmente le sale da concerto. E sta proprio in questo uno dei punti di forza del Festival, ovvero nella sua capacità di riuscire ad avvicinare tanti individui al mondo dell’opera, magari per la prima volta, offrendo quindi alla comunità l’occasione per educarsi alla bellezza, in una specialissima sintesi di arte e natura.

Per i cento anni di Turandot si era inizialmente pensato ad una nuova produzione, ma poi probabilmente, con una programmazione che ha molto puntato sulla qualità delle voci e gli investimenti che tale scelta ha certamente richiesto, è stato deciso di riproporre l’allestimento storico con le scenografie di Ezio Frigerio e i costumi di Franca Squarciapino, ideato originariamente da Maurizio Scaparro e ora ripreso da Pier Francesco Maestrini. Quest’edizione, interamente restaurata e di grande valore simbolico per la storia del Festival, ci porta alle mura della Città proibita, ricostruendo un ambiente che è più fiabesco che storico e contrappone da subito il mondo selvatico ma schietto di Calaf a quello raffinato ma crudele di Turandot. La reggia custodisce la sacralità della Principessa di gelo, palazzo che è prima fortezza impenetrabile per diventare scrigno che si apre e ci immette nel mistero. La Cina evocata da Frigerio è vista con gli occhi dell’esotismo del primo Novecento ed attualizza un certo gusto liberty e decadente dei disegni di Galileo Chini, primo scenografo dell’opera. Gli abiti della Squarciapino risplendono per la ricchezza e varietà dei dettagli e si pongono in grande continuità con lo stile delle architetture. I movimenti definiscono una coralità articolata e vivace, di notevole suggestione ma non sempre perfettamente sincronizzati. Le coreografie di Michele Cosentino riescono particolarmente efficaci nella danza dei due ballerini con il boia e nell’esibizione della testa del Principe di Persia, mentre poco convince l’attribuire ai tre mandarini comportamenti da saltimbanchi, soprattutto nella commossa solennità del finale di Alfano. D’altra parte, le scene d’insieme sono in costante dialogo con momenti più intimi e raccolti, circoscritti dalle luci di Valerio Alfieri per lo più notturne e soffuse, ma in un gioco in cui non mancano comunque bagliori ora gelidi ora dorati.
Il racconto musicale condotto da Marco Armiliato si dimostra particolarmente attento agli impasti timbrici e agi effetti dinamici; è marcatamente energico ma non altrettanto coeso, dove l’attacco è vigoroso e i tempi iniziali prima lenti e poi più sostenuti; e tuttavia nelle parti più distese e delicate si perde la compattezza e dunque la tensione. Alquanto fluido è però il terzo atto, organicamente strutturato nella varietà dei suoi passaggi, sempre intensi e drammatici.
Le parti d’insieme, al netto di qualche imprecisione, risultano efficaci, con il Coro del Festival Puccini diretto da Marco Faelli che pare più a suo agio nelle sequenze veloci e in forte, rispetto a quelle più lente e in piano, dove manca di coesione e di continuità narrativa. Al terzo atto comunque tanto l’apertura quanto il finale vengono definiti con maggiore rigore ed emozione. Nitidi e amalgamati gli interventi delle Voci bianche dirette da Sonia Franzese, anche se con qualche difficoltà nel seguire le coreografie.

Anna Pirozzi è una Turandot glaciale ma vibrante, regale e maestosa ma profondamente umana, in cui da subito appare quel turbamento che lentamente la disgrega e la trasforma. Il timbro freddo esalta la peculiarità del personaggio e l’omogeneità della proiezione plasma un canto legato che è asciutto e severo ma puntualmente espressivo. “In questa reggia” viene infatti tracciata in una forma saldamente differenziata e articolata, prima eterea e struggente, poi vigorosa e aggressiva. Negli enigmi lo stile è altero, quasi sprezzante, mentre invece nell’interrogatorio di Liù si fa strada l’inquietudine. Espresso infine con passione e limpidezza il cambiamento durante il duetto con Calaf, grazie soprattutto a significative modulazioni di piano e di forte.
Roberto Alagna è un Principe ignoto tutto d’un pezzo, eroico, fermo nel suo proposito, anch’egli a suo modo impenetrabile e adamantino. Il canto è sbalzato e luminoso, di grande forza, talora così teso da sembrare a tratti forzato. Se la scena degli enigmi registra un’imprecisione nelle parole e un rapporto problematico con il podio per la durata delle note, “Nessun dorma” si staglia potente e misurato e il duetto con Turandot fluisce con naturalezza e passionalità.
Raffinata la tecnica esibita da Aleksandra Kurzak, di ottima estensione, salda nella tenuta delle note e con un’accurata modulazione della dinamica. In “Signore ascolta” riesce tuttavia poco toccante, mancando di quel misto di dolore e di grazia che di Liù è cifra distintiva. “In tu che di gel sei cinta” la perfezione formale veicola un sentimento assai coinvolgente ed il suicidio viene reso con grande forza drammatica, facendo dunque emergere con rilievo il personaggio, che qui si impone in tutta la sua tragicità e il suo incanto.
Affiatato e brillante il trio delle maschere, che riesce particolarmente coinvolgente nel passaggio lirico del secondo atto, con il Ping di Simone Del Savio dal fraseggio puntale e incisivo, il Pang di Enrico Casari squillante e di buon volume e il Pong di Tiziano Barontini agile e luminoso.
Andrea Vittorio De Campo è un Timur compatto e potente, la cui emissione continua e tornita rende con scolpita drammaticità l’addio a Liù.
Solenne e accorato l’imperatore Altoum di Filippo Pina Castiglioni e ha frasi chiare e sbalzate il Mandarino di Andrea Tabili, entrambi però con una fragile intonazione.
Morbide e delicate le due ancelle dell’Accademia Pucciniana, Marianna Ovchintseva e Maria Cenname, che ricreano insieme l’incanto notturno del sonno.
Alla fine fragorosi consensi per tutti, con speciali tributi per la Pirozzi, Alagna e la Kurzack.
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti
Libretto di
Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di
Giacomo Puccini
(completamento del terzo atto di Franco Alfano)
Maestro concertatore e direttore d’orchestra Marco Armiliato
Regia Pier Francesco Maestrini
Scene Ezio Frigerio
Costumi Franca Squarciapino
Coreografie Michele Cosentino
Luci Valerio Alfieri
Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Festival Puccini
Maestro del coro Marco Faelli
Maestro del coro di voci bianche Sonia Franzese
La principessa Turandot- Anna Pirozzi
L’imperatore Altoum – Filippo Pina Castiglioni
Timur – Andrea Vittorio De Campo
Il principe ignoto (Calaf) – Roberto Alagna
Liù – Aleksandra Kurzak
Ping – Simone Del Savio
Pang – Enrico Casari
Pong – Tiziano Barontini
Un mandarino – Andrea Tabili
Ancella 1 – Marianna Ovchintseva (Accademia Pucciniana)
Ancella 2 – Maria Cenname (Accademia Pucciniana)
Foto: Giorgio Andreuccetti
