Lohengrin – Teatro dell’Opera, Roma
Un Lohengrin che emoziona e disorienta, dove di continuo ci si perde e alla fine ci si trova, in un dedalo di idee e di suggestioni, sia visive che musicali, raccontate senza retorica e con linearità. Un titolo che inaugura la nuova stagione dell’Opera di Roma, da cui mancava ormai da cinquant’anni, e che vede il debutto wagneriano dei suoi tre principali artefici. A confrontarsi per la prima volta con Richard Wagner è Damiano Michieletto, che, pur utilizzando i consueti elementi del suo lessico, come cenere, neon e oggetti ingombranti, e senza rinunciare al gusto della provocazione, crea, coadiuvato nella drammaturgia da Mattia Palma, un allestimento strettamente connesso alla musica e che perdipiù, pur con qualche veniale tradimento, si rivela progressivamente in grande sintonia con lo spirito dell’opera – o comunque con una sua possibile e pertinente interpretazione.

Il racconto è assai articolato e complesso, eppure sempre intenso e coinvolgente; spiazzante, sembra talora che voglia portarci lontano dalla vicenda che conosciamo o che addirittura ci stia narrando una storia diversa. Lascia perplessi la vasca da bagno come la piccola bara bianca con un cigno d’argento e sia l’entrata di Elsa che quella di Lohengrin ci fanno temere di stare assistendo soltanto ad un dramma familiare. Elsa in particolare viene caratterizzata come una donna ferita, fragile, quasi alienata, forse per un trauma misterioso, sognatrice ma più che pura, morbosamente visionaria. Macchinosa è inoltre la scena del duello anche se risolta con originalità ed efficacia, senza dover ricorrere a spade e finti combattimenti. La rappresentazione del resto parla una sua lingua, non immediata perché ha un suo codice dove i simboli hanno un significato diverso da quello che ci si aspetterebbe. Così nel magnifico quadro in chiusura del secondo atto, le uova sospese sono il segno dei dubbi di Elsa e di tutto il Brabante, ma allo stesso tempo richiamano la pala di Piero della Francesca, dove l’uovo evoca la rinascita e la perfezione divina. Dubbi peraltro diabolici, giacché il nero è rivestito da Ortrud dall’argento raccolto come sangue durante la scena del giudizio. Tutto scorre liscio, ma non è sempre intellegibile. Eppure poi le tessere del mosaico vanno al loro posto e il disegno diviene comprensibile, i fili si riallacciano e la tela diviene unitaria; un discorso che, oltre a mostrarsi coerente, si allinea al dramma epico e ai suoi intenti poetici e perfino redentivi, recuperando una dimensione fiabesca nell’ironica ma toccante celebrazione della fresca innocenza in un mondo stantio.
La narrazione viene puntualmente seguita dalle luci di Alessandro Carletti, in un’accurata modulazione di atmosfere calde e fredde, mentre i costumi di Carla Teti definiscono un contesto sociale borghese ma atemporale, grigio e ingessato, a cui si contrappone la maggiore libertà degli abiti dei protagonisti. Il quadro del dialogo di Elsa e Lohengrin si impone per equilibrio ed eleganza, secondo le eloquenti scenografie di Paolo Fantin, che si succedono una all’altra come enigmatiche installazioni contemporanee. I cerchi luminosi conferiscono tra l’altro un respiro cosmico ad una vicenda che ha i tratti della quotidianità e che si mostra saldamente ancorata alla terra dalla parete curvilinea di legno chiaro. Ordinati con cura e chiarezza i movimenti sul palco, con la folla disposta in tribunale come sui gradoni di un teatro e la processione in cattedrale che segue l’onda dello sfondo. Ma a colpire è soprattutto la cordata di tutti resi ciechi da troppa verità e dalla mancanza di fiducia di un’Elsa tormentata.

La lettura di Michele Mariotti, anch’egli al suo primo Wagner, è narrativa e appassionata, con tempi che mantengono la tensione e con un gesto che fa emergere la cantabilità. Il suono è preciso e potente e l’incedere moderatamente solenne, accordandosi in questo al carattere dell’allestimento, diversamente sacrale e lontano dalla prosopopea misticheggiante. Il Preludio iniziale è luminoso e l’introduzione al secondo atto palpitante e introspettiva; cesellate le parti più liriche, gestiti con sicurezza gli interventi fuori scena e saldo il rapporto con il palco, con una dinamica che viene via via meglio differenziata nel corso dell’opera.
Il terzo a debuttare nell’universo wagneriano è Dmitry Korchak, che crea un Lohengrin nobile ed intenso, di vibrante umanità senza essere eroico e stentoreo. Il canto è luminoso e trasparente, di salda estensione e dalla linea elegante e articolata. Di limpida espressività fin dal suo ingresso, mostra un assertivo vigore nel secondo atto, mentre nel duetto con Elsa è prima di avvolgente dolcezza e poi di potente drammaticità. Rende infine “In fernem Land” in una forma nitida e appassionata, traboccante di emozione e intrisa di trascendente lucentezza.
Interprete wagneriana, alla sua prima volta al Costanzi, è Jennifer Holloway, che delinea un’Elsa delicata ed evanescente che acquista via via un crescente spessore drammatico. Il suo canto è terso e legato, puntuale e sospeso al suo apparire, a descrivere un’indecifrabile separazione dalla realtà; si vena poi d’inquietudine nel dubbio, facendosi maggiormente frammentato, e diviene più carnale e lacerante nelle scene conclusive.
Di straordinaria forza espressiva la Ortrud di Ekaterina Gubanova, figura signorile e sinistra, di travolgente aggressività ma non selvaggia, comunque misurata nella doppiezza del suo contegno borghese. Con un’emissione voluminosa e omogenea, è scolpita e ipnotica nel dialogo con Friedrich e ha una linea sinuosa e strisciante in quello con Elsa. Tonante e terribile nell’invocazione agli dei pagani come nelle sue ultime battute sulla vendetta.

Ha un fraseggio scavato il Friedrich von Tellramund di Tómas Tómasson, marcato e variamente accentato anche se poco rotondo. Con efficacia descrive l’ambizione e la sudditanza dalla moglie e al secondo atto rende con intensità il suo tormento, pur con qualche segno di fatica.
Incisivo e strutturato lo Heinrich der Vogler di Clive Bayley, che descrive un sovrano malfermo eppure altisonante, di buon volume nei centri ma poco consistente nei gravi.
Molto autorevole l’Araldo di Andrei Bondarenko, dalla voce piena e solare e dalla dizione chiara e scandita.
Di valido accento e volume i quattro Nobili brabantini di Alejo Álvarez Castillo, Dayu Xu, Guangwei Yao, Jiacheng Fan, tutte giovani voci dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program.
A stagliarsi con assoluto rilievo è la prova del Coro, il quale, istruito con rigore e passione da Ciro Visco, traccia vividi e duttili affreschi sonori. Tutti gli interventi – e in Lohengrin sono davvero numerosi, multiformi e assai complessi- sono di ottimo volume e di grande omogeneità, costruiti con precisione e nell’accurata differenziazione dei piani sonori, risultando in tal modo di un’intensità emotiva solenne e penetrante.
Lo spettacolo, prodotto dall’Opera di Roma in collaborazione con La Fenice e con il Reina Sofia di Valencia, nonché prima tappa del Doppio sogno tra fantasia e realtà, viene accolto con grande commozione ed entusiasmo. Applauditissimo Korchak, la Halloway e la Gubanova e tributi davvero speciali per Visco e il Coro, Mariotti e l’Orchestra. Divide invece il consenso il lavoro di Michieletto e del suo team creativo.
LOHENGRIN
Opera romantica in tre atti
Musica e libretto di Richard Wagner
Direttore Michele Mariotti
Regia Damiano Michieletto
Maestro del Coro Ciro Visco
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Drammaturgo Mattia Palma
PERSONAGGI E INTERPRETI
Heinrich der Vogler Clive Bayley
Lohengrin Dmitry Korchak
Elsa von Brabant Jennifer Holloway
Friedrich von Telramund Tómas Tómasson
Ortrud Ekaterina Gubanova
Der Heerrufer des Königs Andrei Bondarenko
Vier Brabantische Edle Alejo Álvarez Castillo*, Dayu Xu*, Guangwei Yao*, Jiacheng Fan*
Vier Edelknaben Mariko Iizuka, Cristina Tarantino, Silvia Pasini, Caterina D’Angelo
*dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Foto: Fabrizio Sansoni-Opera di Roma
