Olympia – Comunale Nouveau, Bologna
Il mito indica Efesto quale primo costruttore di automi, androidi meccanici a cui con divina perizia l’artefice claudicante era capace di conferire movimento e intelletto. E proprio quale Efesto novello viene celebrato l’Ingegner Spallanzani nell’opera Olympia di Nicola Campogrande, in prima assoluta al Comunale Nouveau. Una commissione della fondazione bolognese che risale a qualche anno fa e che al suo debutto si trova ad essere di sorprendente attualità con l’avvento su larga scala dell’Intelligenza Artificiale. Se il sogno del robot nasce nell’antichità, è soprattutto a partire dal Settecento e dalla successiva età romantica che si impone nell’immaginario e nella riflessione. I nomi di Olympia e Spallanzani sono non casualmente tratti dal racconto L’uomo della sabbia di E.T.A. Hoffmann, che nel teatro musicale aveva già ispirato il secondo atto de Les contes d’Hoffmann di Jacques Offenbach. Olympia è il cyborg perfetto, bella, intelligente e devota, spacciata dal suo creatore come propria consorte e in realtà prototipo di una nuova generazione di macchine che potrà consacrarlo alla fama e al successo. Ma l’ultima meraviglia della scienza e della tecnica si scoprirà capace di sentimenti quando viene goffamente paragonata al frigorifero e comincerà a chiedersi in che cosa differisce dagli altri uomini e quale sia quindi la sua vera natura. Un corto circuito che la porterà a sottrarsi ai progetti che Spallanzani ha su di lei e ad emanciparsi come robot, anzi come donna, diventando imprenditrice di se stessa. Una storia che mette insieme gli interrogativi su cosa saranno le macchine del futuro e i rapporti tra uomini e donne, con gli eterni dilemmi dell’amore e della volontà di possesso. Il “Chi sono io?” di Olympia è il motto delfico che da secoli risuona nella mente degli esseri in carne ed ossa e l’intera narrazione ci porta a pensare che costruiamo macchine intelligenti soprattutto per capire come siamo fatti noi uomini.

Oggi la questione cogente riguardo all’Intelligenza Artificiale, più che la possibile autocoscienza dei robot, è chi governa la selezione dei criteri che fanno funzionare in un modo piuttosto che in un altro l’IA stessa; molti argomenti di questa opera appaiono quindi noti e moderatamente originali, se non già superati dai fatti. Il racconto in musica pone però la questione nella prospettiva dell’emotività e ci offre la possibilità di elaborare i nostri sentimenti nei confronti del nuovo con cui non abbaiamo ancora sufficientemente familiarizzato. La rappresentazione ci mostra del resto un corpo sociale ad immagine della macchina, ovvero un mondo digitale dove anche i comportamenti e le emozioni rischiano di venire fortemente meccanicizzati e dove l’automa si rivela alla fine più sensibile degli umani.
L’intera narrazione è fresca e leggera, una divertente commedia che riprende nei toni e nelle forme l’opera buffa, con momenti drammatici e lirici da opera seria. La musica di Campogrande è infatti in continuo dialogo con la tradizione, con un declamato melodico sì ininterrotto, ma con passaggi che si vanno strutturando quasi come numeri chiusi, con aperture in arioso e pezzi d’insieme. La timbrica è però tutta moderna e le dissonanze, così come le citazioni, vengono impiegate con ironia e per sollevare domande in merito a quanto sta succedendo. Un primo atto nitido e luminoso cede il passo ad una seconda parte dove la scrittura musicale si fa più complessa e umbratile, nell’aderenza al libretto di Piero Bodrato, che è limpido, organico e linguisticamente inventivo e che con il suo ritmo è capace di delineare con chiarezza la vicenda e sostenere la musica.

La struttura unitaria e coerente dell’opera viene perfettamente riflessa dalla regia di Tommaso Franchin che con le scenografie di Fabio Carpene realizza quattro quadri di grande nitidezza e vivacità cromatica, dove ogni gesto ed elemento sono ispirati al rigore geometrico della scienza e alla leggerezza della commedia. Il locale alla moda, la cucina di casa, il laboratorio e il salotto creano uno sfondo in cui prende forma tanto l’esuberanza quanto la drammaticità, con gli eleganti e colorati costumi di Giovanna Fiorentini e il vario e delicato gioco di luci di Manuel Garzetta. Tutta la macchina scenica, agile e fluida, si modella sulla musica e la comicità evolve lentamente verso la commozione, in un finale intenso e che rimane aperto a domande e possibilità.
La varietà di ciascun atto è puntualmente delineata dalla direzione di Riccardo Frizza, in un’attenta differenziazione dei ritmi e dei tempi, brillanti o distesi, ora meditativi ora danzanti. Il suono è rotondo e voluminoso, la frase ampia e leggera e l’evidenza degli impasti di fiati e percussioni intesse il racconto di sorpresa e inquietudine. Il rapporto con il palco è saldo e costante, in un procedere continuo dove gli interventi del Coro, diretto da Giovanni Farina, emergono levigati oppure marcati, ricordando Puccini al primo quadro e la concitazione rossiniana nel laboratorio.

Olympia è Isidora Moles, che crea una figura che appare distaccata nel suo essere artificiale ma che nasconde nel suo involucro una delicata sensibilità – ed è appunto in questo che consiste il fascino del personaggio. Voce estesa e voluminosa, si presenta algida eppur sensuale durante il cabaret ed ha poi acuti interrogativi e svettanti che ben rappresentano la sua incipiente lacerazione. E’ molto drammatica e coinvolgente all’inizio del secondo atto e nel finale, con un canto morbido e misurato, esprime una dolcezza serena e tuttavia attraversata da dubbi e malinconia.
L’ingegner Spallanzani è Stefan Astakhov, dal fraseggio articolato e dallo stile energico, anche se talora di moderato volume. Eroico e quasi tronfio nella prima parte, esprime un’intensa drammaticità nell’ultima scena, mostrando con verità come i sentimenti entrano in gioco anche quando si pensa solo ai calcoli e alla gloria.
Silvia Beltrami è Sherry, filosofa inglese ex fiamma di Spallanzani e continuo richiamo per tutti all’etica e alla misura. In ogni passaggio ha frasi incisive e toni molto accorati e il suo ampio intervento al secondo atto si staglia quasi fosse un’aria di furore.
Suo marito, il belga Jean Paul Dupont, è Francesco Castoro, di tersa vocalità e di melodica ampiezza. Luminoso eppure goffo, predatore ma con grazia, nella sua simpatia e nella sua garbata comicità si distingue quale schietta figura da buffa.
Eugenio di Lieto, con un’emissione profonda e compatta, è Zoltan, l’imprenditore che sponsorizza Spallanzani. Anche se mosso dal denaro, alla fine riesce, meglio degli altri, a intercettare i desideri di Olympia e ad offrirle un’opportunità.
Un’opera che ha molto divertito e commosso, raccogliendo dal pubblico fragorosi consensi. Un’opera che ci ricorda l’opera, ovvero il bisogno di raccontare in musica il presente, nella scia del passato ma con un linguaggio vivo e contemporaneo. Senza dimenticare che l’arte è sempre per qualcuno e che il destinatario diventa parte di essa.
OLYMPIA
Opera in due atti
Libretto di Piero Bodrato
Musica di Nicola Campogrande
Direttore Riccardo Frizza
Regia Tommaso Franchin
Scene Fabio Carpene
Costumi Giovanna Fiorentini
Luci Manuel Garzetta
Ing. Lamberto Spallanzani, scienziato Stefan Astakhov
Olympia, la sua bella e giovane moglie Isidora Moles
Prof.ssa Sherry Hope, filosofa scozzese Silvia Beltrami
Jean Paul Dupont, suo marito, belga Francesco Castoro
Zoltan, imprenditore apolide Eugenio Di Lieto
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale
Maestro del Coro Giovanni Farina
Assistente alla regia Luisa Maria Bertoli
Foto: Andrea Ranzi
