Faust – Teatro alla Scala, Milano
Dopo sedici anni, Faust torna alla Scala.
Il Faust di Johann Wolfgang von Goethe, monumentale capolavoro del 1808, “il più grande e il più multiforme testo della lingua tedesca”, secondo Thomas Mann, fin dai suoi esordi letterari ha cercato di dialogare con la musica. Lo stesso autore riteneva improbabile però che si potesse averne una trasposizione musicale. Avrebbe comunque dovuto avere, per Goethe, il carattere del Don Giovanni di Mozart: ironico, demoniaco, ambiguo, e capace di proporre anche il “ripugnante, orribile e terrificante”.
Il tentativo di rendere Faust un’opera è stato compiuto da Charles Gounod, intorno al 1859, con un libretto di Jules Barbier e Michel Carré, tratto dal lavoro teatrale Faust e Marguerite dello stesso Carré. Una versione dove l’attenzione si sposta sul rapporto amoroso dei protagonisti, andando a perdere, sicuramente, la complessità del testo originario, quella: “totale resa alla vita, che trasforma il diabolico in universale umano” come ebbe a dire Thomas Mann.

La nuova produzione del Teatro alla Scala è frutto di una ampia collaborazione fra il Palau de les Arts di Valencia, la Staatsoper di Berlino e il Teatro Real di Madrid. Il regista Johannes Erath ci porta in un mondo fumoso ed onirico, sul palco un grande boccascena tondo, circondato da lampadine, in stile Art Déco. Un rimando al testo originale del Faust di cui ricordiamo il noto “Prologo sul teatro” (Vorspiel auf dem Theater).
A questa scena, a cura di Hoke Scheele, sostanzialmente fissa, si aggiungono i poliformi video di Bibi Abel: nuvole, persone, paesaggi urbani. Si restituisce così quel teatro del mondo in cui Mefistofele è regista unico e demiurgo: dal boccascena, ma a volte anche dalla sala stessa, irrompono sul palco diavoli, angeli e personaggi spesso caratterizzati in modo grottesco ed esagerato. Interessanti risultano anche i variegati costumi, di Gesine Völlm che, almeno per i protagonisti, ricordano il mondo circense picassiano. Sempre coerenti e corette sono risultate anche le luci di Fabio Antoci.
A fronte di molti aspetti riusciti vogliamo segnalare qualche difetto, a nostro avviso, della produzione, che ha prodotto, forse, una moderata contestazione agli applausi finali. Alcuni particolari risultavano esteticamente poco piacevoli, come le gambe che spuntano da enormi cappelli a cilindro, o la scena in cui Faust guida un’auto, qualche idea, inoltre, risultava decisamente già vista e poco originale. Il regista ha voluto sovraccaricare lo spettacolo facendogli perdere un po’ di leggibilità, lasciandolo con troppe idee sempre e solo abbozzate e non realmente sfruttate.

Particolarmente interessante il versante musicale dello spettacolo. I primi meriti vanno al podio di Daniele Rustioni, capace di tenere saldamente le redini del racconto. La sua lettura scorre fluida in un crescendo di progressiva tensione emotiva, pur rendendo piena giustizia alle molteplici sfumature della partitura. Felici e perfettamente bilanciati gli equilibri dinamici e sonori, capaci di dipingere, con pari efficacia e immediatezza, le diverse situazioni del dramma. Una concertazione ricca di rifrazioni cromatiche che, attraverso un incedere vivace e deciso, costantemente in bilico tra sogno e realtà, ben rappresenta l’evoluzione sentimentale dei protagonisti e la loro progressiva discesa nell’abisso.
Una prova di livello, avvalorata dal contributo di un’orchestra scaligera in stato di grazia: un tappeto denso e smaltato che prende vita da un reticolato sonoro vivido e palpitante. Numerosi i momenti da ricordare, a partire dall’appassionato preludio, passando poi per il languido abbandono della seduzione crepuscolare o, ancora, per la grottesca caratterizzazione degli interventi di Méphistophélès. Altrettanto d’impatto sono anche i ballabili di quinto atto, sottolineati con graffiante e sinistra ironia.
La lettura del podio è così felicemente accolta dal pubblico, che apprezza anche la capacità di sostenere al meglio le voci in palcoscenico, significativamente centrate in quest’opera.
Vittorio Grigolo, impegnato nel ruolo del titolo, sfoggia la ben nota vocalità, dal meraviglioso colore luminoso, e conferma, ancora una volta, una buona affinità con la scrittura di questo repertorio. La ricchezza di armonici, la baldanzosa proiezione e la generosità dell’emissione sono le cifre stilistiche di una prova che sa emozionare attraverso un canto guidato da una espressività diretta ed immediata. Poco importa se qualche nota non suona immacolata (il famigerato “do” nell’aria), quella del tenore resta oggi una delle voci più adatte per questo ruolo, interpretato dall’artista con il consueto slancio e dovizia di sfumature (pur sottolineando una condotta più sobria rispetto al solito, forse per precisa indicazione del direttore e/o del regista).
Al suo fianco, Alex Esposito è un Méphistophélès eccezionale. Il basso bergamasco non si limita ad eseguire, per altro benissimo, questo ruolo impervio, ma lo vive, ne coglie ogni piega, ogni sfumatura, sin la più impercettibile. Sa essere istrione sulla scena, disinvolto nelle movenze senza mai lasciare nulla al caso. Seduttivo, grottesco, ironico, crudele, ammaliante, tonante e persino ieratico: tutto questo è il luciferino Méphistophélès di Esposito che si conferma, così, uno dei migliori interpreti oggi di questo ruolo. Dicevamo anche del canto, sviluppato con una linea morbida e sinuosa, capace di arrampicarsi sul pentagramma e ridiscendere con effetti chiaroscurali di indiscussa suggestione. Una prova davvero eccellente, giustamente premiata dal pubblico.

E veniamo a Marguerite, qui interpretata da Marina Rebeka che, con la pienezza di una vocalità smaltata, risolve la parte brillando nelle agilità dell’ “aria dei gioielli”, ma anche, e soprattutto, nei numerosi involi lirici della scrittura, sino a toccare le corde di una drammaticità profonda (in particolare nella scena della chiesa e nel finale). La salita all’acuto è sicura e la voce si espande in sala con impressionante facilità per poi piegarsi, all’occasione, in mezzevoci e filati ottimamente sostenuti. Sotto l’aspetto interpretativo, il soprano offre una lettura del personaggio a tutto tondo, dallo smarrimento amoroso, sino al tormento più oscuro della follia finale. Una prova preparata con grande dedizione e una delle serate scaligere più riuscite per l’artista.
A completare il quartetto dei protagonisti è il Valentin di Ernesto Petti, per la prima volta al Piermarini in un ruolo principale. Il baritono è noto per la fibra del proprio strumento, tipicamente mediterraneo e, in questa occasione, mostra una pregevole precisione esecutiva, specie nella bellissima scena della morte. La giusta attenzione è anche riposta nella lettura del personaggio che, in linea con la visione del regista, viene messo in evidenza più in senso enigmatico che eroico.
Davvero brava è Marcela Rahal, un Siebel vocalmente solido e di buon volume, avvalorato dal colore screziato di un timbro setoso. Una prova in particolare evidenza anche per il notevole coinvolgimento scenico ed emotivo.
Altrettanto bene fanno, poi, Xhieldo Hyseni, un Wagner autorevole e centrato sotto il profilo esecutivo e attoriale e Hyeonsol Park, una Marta visivamente spassosa e vocalmente ben caratterizzata.
Il coro scaligero, istruito da Alberto Malazzi, è come sempre magnifico: risplende nel potente finale secondo per poi trovare accenti di profetica ieraticità nella enigmatica scena della chiesa. Davvero sopra ogni lode.
Successo caloroso al termine con punte di acclamazione all’indirizzo dei tre protagonisti e del direttore.
FAUST
Dramma lirico in cinque atti
Libretto di Jules Barbier e Michel Carré
musica di Charles Gounod
Dottor Faust Vittorio Grigolo
Méphistophélès Alex Esposito
Valentin Ernesto Petti
Marguerite Marina Rebeka
Wagner Xhieldo Hyseni
Siébel Marcela Rahal
Marthe Hyeonsol Park
Direttore d’Orchestra Daniele Rustioni
Regia Joannes Erath
Scene Heike Scheele
Costumi Gesine Völlm
Luci Fabio Antoci
Video Designer Bibi Abel
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Maestro del Coro Alberto Malazzi
Foto: Brescia Amisano
