Spettacoli

La bohème – Festival Verismo, Teatro Regio, Torino

Questa Bohème è probabilmente la proposta più originale del Festival Verismo, l’inedita tetralogia-retrospettiva su Mascagni e Leoncavallo che inaugura la Stagione 2026-2027 del Teatro Regio di Torino. Il teatro della capitale subalpina propone infatti “l’altra Bohème”, quella di Leoncavallo. Il tempo, la sorte e quasi indubbiamente un tocco di spregiudicatezza da parte di Puccini e di Giulio Ricordi hanno voluto che l’opera di Leoncavallo venisse quasi completamente eclissata da quella che potrebbe essere considerata una sorella. Figlia del genio pucciniano una, l’altra generata dall’estro del suo talentuoso collega napoletano, entrambi i titoli traggono infatti com’è noto la propria origine dalla stessa “madre”: il romanzo “Scènes de la vie de bohème” di Henri Murger. Il confronto tra le due opere, dopo una visione attenta, non può che risultare ingiusto poiché seppur sia innegabile che la struttura del titolo pucciniano risulti più appagante, gli intenti differenti dei due compositori e soprattutto i loro stili musicali così diversi rendono ingenerosa una comparazione diretta. Leoncavallo, forte dei suoi studi letterari e con dichiarata attenzione per la fedeltà al romanzo, costruisce un libretto solido ed efficace dai versi brillanti, privi di facilonerie patetiche nonostante il soggetto, tinti poi opportunamente anche di più lirica malinconia a partire dal terzo atto dopo lo spumeggiante affresco dei primi due. Nel terzo atto compare poi, ad esempio nelle invettive di Marcello e Rodolfo, la sobria ed essenziale potenza espressiva che abbiamo imparato a conoscere nei versi di Pagliacci. 

Boheme_Leoncavallo_Regio_Torino_1
Anna Goryachova, Francesca Dotto

Stili differenti convivono a seconda delle esigenze drammaturgiche con la nota tendenza del teatro musicale del periodo a adattare la musica al libretto e non viceversa. Sia nel testo che nella musica dei primi due atti, traspare infatti un gusto citazionistico ed ironico ascrivibile al romanzo stesso e molto meno presente nell’opera di Puccini. Ecco che insieme a valzer e chansons da cafè chantant si trovano chiari omaggi a Rossini e Verdi (nell’aria di Schaunard e nel concertato del secondo atto che così tanto deve a Falstaff), ma anche all’operetta, alla musica barocca, a Beethoven, a Meyerbeer e non in ultimo a Wagner in un raffinato “pastiche” dove emerge la tensione di Leoncavallo verso la Francia e la Mitteleuropa che così tanto aveva influenzato la sua generazione e non solo. Più omogenei, terzo e quarto atto segnano un ritorno alla cifra più personale dello stile di Leoncavallo ed al canto di stampo verista. L’orchestra del Regio naviga comodamente tra stili, colori e dinamiche guidata con mano sicura da Andrea Battistoni in un racconto musicale sempre coerente nonostante la varietà, vivido e dalla tensione narrativa e drammaturgica magistralmente sostenuta lungo l’intera opera. Emergono egregiamente la carica vitalistica, ironica e a tratti anche parodistica dei primi atti così come le smanie, lo struggimento e lo sconforto degli ultimi due in un’esecuzione musicale di grande pregio che mette ben in luce anche l’inventiva melodica del compositore napoletano. Memorabile è poi l’intervento del coro nel secondo atto. Posizionati in sala dalla regia hanno reso il pubblico pienamente dell’esuberanza dell’Inno della Bohème avvolgendo con il loro suono energico e sempre ottimamente timbrato ognuno dei presenti.  

Boheme_Leoncavallo_Regio_Torino_2
Matteo Lippi, Alessandro Luongo, Simone del Savio, Francesco Salvadori

Molto ben assortita è anche la compagnia di canto. Matteo Lippi è un Marcello eccellente, capace di un canto luminoso e appassionato così come di affondi drammatici di grande efficacia restituendo un personaggio intenso e sfaccettato. Altrettanto valida Anna Goryachova nel ruolo di Musette, pur con qualche riserva su un registro grave a tratti poco sonoro nella recita alla quale abbiamo assistito. Il ruolo è scolpito con fraseggio magistrale e risaltano in particolare l’agio con cui Goryachova affronta le agilità della prima aria “Mimi Pinson la biondinetta” nel primo atto e l’efficace ritratto della sconfortata e poi combattiva Musette del terzo atto. Alessandro Luongo è un Rodolfo di spiccata musicalità e di partecipazione scenica impeccabile che dimostra tutto il suo valore in particolare nell’apertura del quarto atto “Scuoti o vento fra i sibili“. Vivida, intensa e splendidamente cantata la Mimì di Francesca Dotto cui il soprano offre un timbro caldo ed avvolgente ed un’organizzazione vocale impeccabile. Vero mattatore in scena e sempre a suo agio musicalmente nel variegato ruolo a lui affidato è Simone del Savio come Schaunard, di ritorno al Regio dopo i recenti Puritani. Incisivo e interpretativamente inappuntabile il Colline di Francesco Salvadori chiamato tra l’altro all’interpretazione di due deliziose chansons dal repertorio francese prima di secondo e quarto atto: Ballade des dames du temps jadis  ed un estratto da Les amours d’antan, entrambe di George Brassens. Di ottima qualità anche gli interventi di Matteo Peirone come Barbemuche, affiancato dal bravo Pablo Gálvez come visconte Paolo. Manuela Custer è un’Eufemia di lusso per caratura musicale ed interpretativa e Manuel Pierattelli un energico e puntuale Gaudenzio. Si fa notare poi anche il divertente portinaio di Roberto Covatta. Chiudono con valore la nutrita compagnia il Becero di Nicola Pamio, il Signore del primo piano di Adrian Autard, la Vecchia di Daniela Valdenassi, L‘impiegato di Alessandro Agostinacchio, la Moglie dello speziale di Caterina Borruso, Lo speziale di Alejandro Escobar e le due figlie dello speziale: Ilaria Lucille De Santis e Roberta Garelli.  

Boheme_Leoncavallo_Regio_Torino_3
Simone del Savio

L’intreccio dell’opera ci è familiare ma si discosta a tratti anche decisamente da quella che conosciamo meglio. Il racconto è sicuramente più corale e sono Marcello e Musette ad assumere il ruolo di coppia principale invece di Rodolfo e Mimì. Leoncavallo sceglie di aprire la sua opera la sera della viglia di Natale al Caffè Momus, mostrando il musicista Schaunard discutere con lo sdegnato proprietario di nome Gaudenzio che accusa lui e i suoi amici di comportarsi in maniera molesta e disonesta. Dopo aver promesso di non lesinare sulle spese quella sera e aver placato Gaudenzio, Schaunard è raggiunto dal pittore Marcello, affidato qui a voce di tenore, il poeta Rodolfo, baritono, la propria fidanzata Eufemia ed il filosofo Colline. Dopo aver constatato di non avere racimolato abbastanza soldi per pagare, i cinque vengono raggiunti anche da Mimì, fidanzata di Rodolfo, che presenta loro l’elegante Musette, (mezzosoprano) affascinante e disinibita mantenuta appena sottrattasi alla compagnia del suo amante. Per Marcello è irresistibile amore a prima vista e anche Musette rimane colpita dal giovane. Dopo essersi presentati, aver cenato, cantato e scherzato il gruppo decide di andare a ballare. Il salato conto, per loro impossibile da saldare, richiede la contrattazione dell’abile Schaunard ma la discussione sfocia quasi in rissa. L’intervento di un avventore del locale salva la situazione. Il gentiluomo, che si presenta come Barbemuche e istitutore di un viscontino, chiede di essere ammesso alla compagnia di giovani artisti in cambio del pagamento del conto. L’ammissione viene concessa solo se Barbemuche vincerà Schaunard al biliardo. Schaunard vince, Marcello e Musette proseguono il loro corteggiamento e Barbemuche paga il conto. Il primo atto si chiude sullo sfondo dello scampanio della notte di Natale, celebrata con gioia dal gruppo.

Il secondo atto vede Musette venire ripudiata dal banchiere che la manteneva, l’aprile successivo. Musette decide di tenere la festa che aveva organizzato nel cortile del palazzo invece che nell’appartamento grazie alla complicità del portinaio. Gli affollati e chiassosi festeggiamenti sono occasione per ognuno dei personaggi di esibirsi, raggiungendo l’apice dello stile a “pastiche” che caratterizza l’inizio dell’opera. Il viscontino Paolo, portato alla festa da Barbemuche, convince Mimì ad andarsene con lui prospettandole una vita di agi. Le proteste degli inquilini, irritati dal chiasso, hanno il solo risultato di convincere i giovani ad aumentare gli schiamazzi e nella confusione generale che segue comunicano ad un disperato Rodolfo di aver visto Mimì allontanarsi in carrozza con il viscontino Paolo. Il terzo atto è ambientato nell’ottobre successivo, Schaunard e Rodolfo discutono sconsolati dei tradimenti delle rispettive fidanzate nella soffitta di Marcello che li ospita. Poco più tardi, stanca di una vita in miseria, Musette scrive una lettera d’addio a Marcello ma, trattenuta da Mimì venuta a cercare perdono da Rodolfo, non fa in tempo ad uscire prima che lui torni. I due discutono animatamente: Marcello, incattivito dalla gelosia, la accusa di aver trovato un nuovo protettore mentre Mimì si nasconde per paura di incontrarlo. Musette respinge con insistenza le accuse e ribadisce di volersene andare. In preda alla furia Marcello fa per colpire Musette ma Mimì esce dal suo nascondiglio per difendere l’amica. Marcello la accusa di essere la causa del tradimento e dell’abbandono di Musette e chiama Rodolfo che insulta Mimì e non crede che lei sia tornata per amor suo. Marcello caccia Musette che raccoglie sconsolata le proprie cose mentre Mimì, su invito di Musette, attende l’amica in strada. Solo l’arrivo di Schaunard riscuoterà Marcello dalla sua furia. Resosi conto di quanto accaduto è suo il disperato intervento finale dell’atto. Il breve quarto atto si svolge nuovamente la sera della viglia di Natale, ad un anno esatto dall’apertura dell’opera. Mentre Marcello, Rodolfo e Schaunard consumano un misero pasto procurato dal musicista ricordando con nostalgia il Natale precedente e le loro fidanzate li sorprende l’arrivo di una Mimì in evidente stato di afflizione che chiede loro ospitalità non sapendo dove trovare riparo per la notte. Gli amici e Rodolfo si affannano per darle conforto e giunge anche inaspettatamente Musette, la quale si prodiga anch’essa per aiutarla. Gli sforzi sono purtroppo inutili: rievocando quel Natale felice da Momus e circondata dagli amici disperati Mimì si spegne, simbolo per eccellenza di quella “gaia e terribile” vita bohemienne, come Murger la descrive nella prefazione al proprio libro; simbolo che continua a commuoverci in ogni sua forma.  

Boheme_Leoncavallo_Regio_Torino_5
Francesco Salvadori, Alessandro Luongo

Questa vita “gaia e terribile” che mette la spensieratezza dei vent’anni di fronte alla terribile consapevolezza della caducità di tutte le cose contiene in sé tutte le stagioni della vita e la regia di Francesco Micheli, con la drammaturgia di Michele Panella, si propongono di raccontare l’anno della narrazione come lo scorrere di una vita intera. Lo spazio scenico ideato da Davide Signorini, ben scolpito dalle luci di Gianni Bertoli e affollato di comparsi istruite negli impeccabili i movimenti coreografici da Matteo Ceccarelli. si trasforma da luminoso e candido locale con immagini di fiori e piante dai colori sgargianti appese alle pareti – colori che ritornano nei costumi di foggia parodistica come la musica e che distinguono anche per tutta l’opera le coppie con i colori rosso, arancione e blu – ad un ampio cortile circondato da finestre – dopo che i quadri a tema botanico sono stati calati con cambio scena a vista. Colline con il suo lungo cappotto da custode del tempo e la clessidra sempre in mano diventa un angelo della morte per Mimì mentre i costumi, creati da Giada Masi cambiano foggia, i colori sbiadiscono, nelle coppie i colori non corrispondono più esattamente (sottile ma efficace! Tra l’altro Rodolfo e Mimì fin dall’inizio mostrano già in una divergenza, lei in viola e lui in blu) e la folla sparisce; parrucche grigie ed abiti lisi segnalano l’invecchiare dei protagonisti. La facciata del palazzo viene celata da tende trasparenti mosse delicatamente come da un gelido alito di morte e diventa la povera soffitta arredata solo con un tavolo e poche sedie. Una natura morta completa di teschio scende dal soffitto al momento della morte di Mimì a suggellare la narrazione.  

Anche se l’opera di Leoncavallo non uscirà mai dall’ombra della celebre “sorella” non c’è probabilmente modo migliore di farla riscoprire al pubblico che con questo allestimento che ne rispetta intenzioni e stile e suggella un nuovo successo per il Teatro Regio di Torino. Il Festival Verismo prosegue il 5 novembre con l’inaugurazione dell’ultimo titolo: Iris di Mascagni.  

LA BOHÈME

Musica di Ruggero Leoncavallo
Commedia lirica in quattro atti
Libretto di Ruggero Leoncavallo
dal romanzo Scènes de la vie de bohème di Henri Murger

Marcello Matteo Lippi
Musette Anna Goryachova
Rodolfo Alessandro Luongo
Mimì Francesca Dotto
Alessandro Schaunard Simone Del Savio
Gustavo Colline Francesco Salvadori
Barbemuche Matteo Peirone
Il visconte Paolo Pablo Gálvez
Eufemia Manuela Custer
Gaudenzio Manuel Pierattelli
Durand Roberto Covatta
Un becero Nicola Pamio
Il signore del primo piano Adrian Autard*
La vecchia Daniela Valdenassi
L’impiegato Alessandro Agostinacchio
La moglie dello speziale Caterina Borruso
Lo speziale Alejandro Escobar
Prima figlia della speziale Ilaria Lucille De Santis
Seconda figlia dello speziale Roberta Garelli

*Artista del Regio Ensemble

Orchestra e Coro Teatro Regio di Torino
Direttore Andrea Battistoni
Maestro del coro Gea Garatti Ansini

Regia Francesco Micheli
Scene Davide Signorini
Costumi Giada Masi
Movimenti coreografici Matteo Ceccarelli
Luci Gianni Bertoli
Drammaturgia Michele Panella

Foto di Mattia Gaido cortesia del Teatro Regio di Torino