Spettacoli

Messa da Requiem – Teatro alla Scala, Milano

Era il 2015 quando Riccardo Chailly veniva nominato direttore musicale del Teatro alla Scala. Undici anni dopo sale sul podio per l’ultima volta in quella veste. Non si tratta, però, di un addio definitivo al teatro milanese: tra pochi giorni guiderà la Filarmonica della Scala nella Sinfonia n. 9 di Bruckner e, nella prossima stagione operistica, il suo nome tornerà a risuonare, tra l’altro, come protagonista della nuova produzione di The Rake’s Progress di Stravinskij.

Per questo “arrivederci” il maestro ha scelto uno dei capolavori più intensi e sconvolgenti di Verdi: la Messa da Requiem. Un’opera che già nel 1874 Das Illustrirte Wiener Extrablatt definiva “una delle più grandiose, se non la più grandiosa creazione musicale del secolo”. Dedicata ad Alessandro Manzoni nel primo anniversario della scomparsa, la Messa consegna una meditazione alta e pensosa sulla morte; un omaggio, come confidato dallo stesso Verdi al sindaco di Milano Giulio Bellinzaghi, a “un grande che ho tanto stimato come scrittore e venerato come uomo, modello di virtù e di patriottismo”.

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Messa da Requiem, Teatro alla Scala, 2026

Si tratta di un unicum nella produzione verdiana, un’operazione artistica e culturale che va oltre la pura dimensione estetica. L’esecuzione della Messa è ogni volta un appuntamento particolarmente atteso: cento orchestrali, centoventi coristi e quattro solisti rappresentano una sfida ambiziosa, qui affrontata e vinta con esiti trionfali.

Il successo della serata si deve in larga misura alla direzione di Riccardo Chailly, una delle più ispirate che il maestro abbia offerto al pubblico scaligero negli ultimi anni. La sua concertazione disegna un percorso nitido e coerente: un viaggio dell’uomo nei meandri più oscuri dell’anima e della coscienza.

L’incipit del Requiem aeternam, affidato a un delicatissimo movimento degli archi unito al sussurro attonito del coro, evoca subito un’umanità smarrita e oppressa dal timore. Poco dopo, con l’ingresso dei solisti nel Kyrie, affiorano barlumi di consolazione, destinati a spezzarsi nella furia tellurica del Dies irae. È solo un esempio della capacità di Chailly di leggere la partitura nel suo significato più intimo, senza lasciare nulla di inespresso e guidando ogni passaggio con una teatralità profonda e naturale. Non c’è spazio per il compiacimento estetico fine a se stesso, ciò che conta è solo la costante ed incalzante lotta dell’uomo contro il dubbio e la paura di ciò che sarà oltre la “fine”.

L’orchestra scaligera lo segue con straordinaria duttilità, sfavillante come raramente in passato: levigata e sensibile, passa dal pianissimo più impercettibile al fortissimo più assordante in uno squisitissimo gioco dinamico, animato da un’espressività intima e realistica. I suoni sembrano gemere e gridare disperatamente verso la salvezza. Ottoni, legni, archi, persino i timpani dialogano tra loro con millimetrica precisione, concorrendo a definire una visione d’insieme chiarissima e perfettamente intelligibile.

Altrettanto ammirevole è il Coro del Teatro alla Scala, quasi irreale nella sua perfezione. Sotto la guida di Alberto Malazzi, ben più di una semplice direzione, un fuoco che avvolge e plasma, il canto diviene un ribollire di tinte, colori e sfumature innestate su un substrato di spiritualità autentica e vibrante.

Il podio trova il suo naturale contraltare nella prova di Anna Netrebko. La sua vocalità vellutata sembra incarnare una sensualità che chiede perdono: il soprano ritrova le sue note morbidezze in un’emissione opulenta e ricca di armonici, prodigandosi in mezze voci che galleggiano sul suono con facilità disarmante, alternate a uno slancio in acuto di fulminante luminosità. Da questo strumento nasce un fraseggio raffinato e palpitante, capace di avvolgere con precisione il dolore di un’anima attonita e spaventata. Il pubblico resta incantato e estasiato non solo davanti a tanta bravura, ma anche di fronte a una femminilità elegante e dirompente, valorizzata da un abito stupendo. Da segnalare, inoltre, l’intesa straordinaria, fatta di sguardi e di intenti condivisi, con Chailly. Ne è esempio supremo la magnifica esecuzione del Libera me, in cui l’estro drammatico e appassionato dell’artista si fonde in modo indissolubile con la tensione della direzione musicale. Un intreccio di bravura e di arte pura che dà vita a un unicum dagli esiti memorabili.

Al suo fianco si staglia la classe e la nobiltà di Michele Pertusi, che ancora una volta offre una lezione di stile e di profonda aderenza al fraseggio verdiano. La sua linea di canto, ricca di morbidezze e di sfumature, rivela una padronanza tecnica e interpretativa capace di restituire tutta l’autorevolezza e l’intensità drammatica del testo.

Caterina Piva, è capace, a sua volta, di coniugare una presenza scenica elegante e composta con una vocalità di cristallina purezza. La linea melodica è condotta con cura, ogni accento calibrato, dando vita ad un’espressività sobria e raccolta, in cui l’emozione non si impone, ma si lascia percepire attraverso dettagli quasi sussurrati, che rivelano una sensibilità matura e consapevole.

Chiude il quartetto dei solisti Antonio Poli, che si distingue per il timbro solare e per un’emissione densa di slancio e di impeto. Il colore della voce risulta particolarmente bello e le mezze voci, usate con efficacia, aggiungono suggestione e varietà all’interpretazione.

Pubblico delle grandi occasioni, sala esauritissima ed entusiasmo alle stelle; al termine della serata, in quei pochi, interminabili secondi che precedono il posarsi della bacchetta di Chailly e lo scatenarsi del primo applauso, si racchiude tutta la valenza emotiva dell’esecuzione. Una serata davvero da ricordare!

MESSA DA REQUIEM
di Giuseppe Verdi
Per coro, voci soliste e orchestra

Anna Netrebko, soprano
Caterina Piva, mezzosoprano
Antonio Poli, tenore
Michele Pertusi, basso

Orchestra e Coro del Teatro all Scala
Direttore Riccardo Chailly
Maestro del coro Alberto Malazzi

Foto: Brescia Amisano