Concerti

Milletarì, Bergamasco – Teatro Malibran,Venezia

Il debutto di Vincenzo Milletarì alla testa dell’Orchestra del Teatro La Fenice, al Teatro Malibran, mette subito in campo un’idea di programma “a tre stanze”, costruito più sul contrasto che sulla continuità: la malinconia tutta italiana di Martucci, il giovane Skrjabin del Concerto op. 20 (titolo ancora troppo raro nelle stagioni sinfoniche) e infine l’affresco orientale di Rimskij-Korsakov, Shahrazād, che chiede all’orchestra non soltanto precisione, ma immaginazione narrativa, capacità di trasformare il colore in racconto.

L’apertura con il Notturno op. 70 n. 1 di Giuseppe Martucci – nella versione orchestrale – funziona come una parentesi breve e intensamente concentrata: un lirismo che non si dilata, ma incide. L’introduzione, con un taglio quasi pucciniano, lascia subito intuire una vocazione teatrale del canto orchestrale, una malinconia che non si fa mai greve, ma resta sospesa, come trattenuta. È un avvio che prepara l’orecchio alla qualità del fraseggio e al senso del respiro: Martucci, in pochi minuti, riesce a suggerire un mondo, e l’orchestra risponde con una disponibilità sonora che ne valorizza il carattere elegiaco.

Se il Martucci introduce il concerto con un’ombra dolce e cantabile, lo Skrjabin di op. 20 sposta l’asse su un romanticismo più mobile, in cui la brillantezza pianistica è inseparabile da una cantabilità “interiore”. Ed è qui che Gianluca Bergamasco – giovane pianista, vincitore del Premio Venezia 2024 – si impone come protagonista. Il suo tocco è preciso, controllato, e soprattutto nelle veloci volate di scalette emerge una nitidezza tecnica che non si esaurisce nel virtuosismo: la chiarezza dell’articolazione diventa scelta musicale, non soltanto affidabilità esecutiva. In un contesto dove il repertorio tende spesso a ripiegare sugli stessi titoli, la presenza del Concerto di Skrjabin è già di per sé un segnale: una rarità che meriterebbe meno eccezionalità e più frequenza. E Bergamasco ne offre una lettura capace di sostenere questa “diversità” senza teatralizzarla, con un equilibrio tra lucidità e cantabilità che lascia parlare la pagina.

Il successo del Concerto è suggellato da un bis, Bergamasco offre al pubblico un brano tratto dalla trascrizione per pianoforte della suite da Lo Schiaccianoci, parentesi leggera e brillante che, senza tradire il tono della serata, ne illumina per un attimo il versante più festoso.

È però Shahrazād a rappresentare, inevitabilmente, il banco di prova più esigente per Milletarì: una partitura che vive di metamorfosi, di seduzione timbrica e di fantasia, e che chiede a chi dirige non solo la tenuta architettonica, ma il coraggio di “raccontare” con il suono. Qui l’Orchestra della Fenice mette in luce, con evidenza, la qualità dei suoi primi strumenti: il primo oboe Rossana Calvi offre soli dal colore caldo e avvolgente, capaci di creare immediatamente un clima; il primo clarinetto Leonardo Ceusa conquista per una capacità non comune di ampliare la gamma delle sfumature, con una tavolozza variopinta e molteplice, sostenuta da un controllo del fiato che nei pianissimi (e nei mezzi piani) risulta davvero ammirevole. E nella scrittura concertante della suite, il primo violino Roberto Baraldi – chiamato a incarnare la voce di Shahrazād – dà coesione al racconto con una linea che si fa segnale e richiamo, filo narrativo più che semplice ornamento. Sono momenti in cui l’orchestra, più che “suonare bene”, parla: e parla con una lingua di timbri, di micro-dinamiche, di sfumature.

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Gianluca Bergamasco

La direzione di Milletarì, tuttavia, mostra un carattere ambivalente rispetto alla natura favolistica dell’opera. Il piglio serioso e una gestualità talvolta nervosa – particolarmente percepibile nella sezione legata alla nave di Sinbad – tendono a irrigidire quel senso di meraviglia che Shahrazād richiede quasi come condizione di esistenza. Dove invece il direttore riesce con maggiore efficacia è nel lavoro sui tenuti e sulle zone sospese, nel controllo delle parti più rarefatte della partitura, e al tempo stesso nella gestione dei colpi di forza: dinamiche e accenti risultano ben organizzati, con una solidità che dà struttura al discorso.

Il punto più persuasivo dell’intera suite è la narrazione del Giovane principe e la giovane principessa: qui la musica sembra respirare con una naturalezza particolare, e gli ingressi del corno inglese trovano un impasto quasi “magico” con i fagotti, costruendo un’atmosfera di incanto sommesso, fatta più di allusioni che di effetti. È un momento in cui la Fenice rivela non solo qualità individuali, ma una sensibilità d’insieme: la capacità di far diventare il colore una trama emotiva, non un semplice ornamento. Nella sezione della Città di Baghdad, Milletarì ritrova poi un timone più saldo e più chiaro: gli ingressi di ottoni e percussioni sono gestiti con maestria, e l’intensità dei fortissimi acquista una direzione interna, una logica drammaturgica che evita l’impressione di mera “intensità”  o di accumulo fine a se stesso.

Resta, in conclusione, una considerazione che il concerto sembra suggerire quasi da solo: un direttore ospite, per quanto preparato, ha sempre poco tempo per costruire con l’orchestra quella familiarità profonda che opere come Shahrazād pretendono. E proprio perché la qualità della compagine veneziana – soprattutto nei legni, ma non solo – appare così evidente, emerge con forza l’esigenza di una guida musicale stabile: un direttore musicale capace di costruire, nel tempo, una relazione umana e artistica con le maestranze, dando continuità a un’identità sonora che oggi esiste come potenziale altissimo, ma che chiede progettualità per trasformarsi in cifra riconoscibile.

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Milletarì