Tosca – Teatro del Maggio, Firenze
La nuova stagione del Teatro del Maggio si apre con Tosca, opera che nell’anno che si è appena concluso ha festeggiato il centoventicinquesimo dal debutto romano, con i più noti soprani che si sono avvicendati sui vari palcoscenici d’Italia per intepretare il ruolo celeberrimo, in una vasta gamma di variazioni sul tema. A Firenze, in questo inizio 2026, tocca a Chiara Isotton vestire i panni della Diva e introdurci nell’esplorazione dello sterminato universo del personaggio, creando una Tosca genuina e solare, artista elegante ma donna del popolo, di garbata freschezza e sensualità, eppur con tratti matronali e soprattutto con un modo spontaneo e diretto di manifestare le passioni, dall’amore alla gelosia, dall’odio alla disperazione. La voce è morbida e voluminosa, declinata in un articolato fraseggio che eccelle soprattutto nelle parti narrative. L’intera sequenza iniziale è infatti delineata in una grande varietà di intenzioni e di effetti dinamici, mentre a Palazzo Farnese mantiene comunque una certa dolcezza anche nello strazio e nell’aggressività, rendendo “Vissi d’arte” in una forma lirica e levigata. Riccamente modulato il racconto al terzo atto, con un appassionato duetto dove gli acuti riescono proiettati con vigore e nitidezza.

Al suo fianco è Vincenzo Costanzo con un eroico Cavaradossi, di ottimo volume e di salda estensione, con ampie melodie e acuti potenti. Un Mario che il talento del giovane tenore ha già dimostrato di saper rendere con più smalto e spessore e a cui avrebbe qui giovato una maggiore differenziazione nella dinamica e nell’interpretazione.
Per parte sua Alexey Markov costruisce un interessante Barone Scarpia, mostrandoci, con asciuttezza ed eleganza, il sinistro distacco del potente gerarca e rendendo al contempo con energia e vividezza l’eccitazione e il godimento provati nel vedere il dolore di Tosca. Plasmata con sicurezza e varietà d’accento la sequenza del Te Deum e sono accuratamente modellati l’apertura del secondo atto e tutto il dialogo con la protagonista, con una linea sinuosa e una puntuale dizione, controllo dinamico e attenta recitazione, anche se talora con contenuto volume e rotondità.
Ha un fraseggio vario e strutturato Matteo Torcaso che caratterizza con leggerezza e vivacità un timoroso Sacrestano. Con un’intenzione alquanto drammatica, Mattia Denti raffigura con forza l’ansia e il dolore del console Angelotti.
Luminoso e di buon volume, Oronzo D’Urso definisce uno Spoletta sempliciotto ma tormentato, capace di un racconto che ha ritmo e brillantezza.
Diretto e profondo lo Sciarrone di Huigang Liu, con un contegno signorile e inquietante, mentre Carlo Cigni rende con voce compatta la cupezza del Carceriere.
Incanta il Pastorello di Angelique Becherucci, con una proiezione nitida e ampie frasi melodiche.

La complessa e minuziosa drammaturgia della partitura pucciniana è affidata a Michele Gamba, la cui lettura privilegia l’espansione lirica e l’evidenza della meravigliosa capacità timbrica dell’Orchestra. I tempi risultano in generale piuttosto dilatati, generando talora cali di tensione, in una narrazione fin troppo cadenzata da pausee rallentamenti. L’affondo drammatico è deciso nel secondo atto ma meno marcato nel resto dell’opera, mentre il collegamento con il palco si mantiene comunque saldo e puntuale. Ben integrati anche gli interventi del Coro, che, sotto la guida di Lorenzo Fortini, realizza un Te Deum coeso e maestoso, con le Voci bianche dirette da Sara Matteucci che ne animano con brio e volume la parte introduttiva.
Per quest’edizione Paola Rota riprende l’allestimento di Massimo Popolizio, di cui si è già scritto su queste pagine il 26 maggio 2024 e che, riallacciandosi alla romanità dell’opera, evoca una Città Eterna tra miserie e splendori. Pur senza un esplicito richiamo al ventennio fascista, le scene di Margherita Palli raffigurano infatti una Roma mitica e popolare, immagine di forza e bellezza e allo stesso tempo di quotidiana concretezza, sfondo in cui si consuma lo scontro del singolo con il potere. Il Te Deum come la scala di Castel Sant’Angelo ci narrano infatti, in modi rituali, il sacrificio dell’individuo, schiacciato dall’autorità nei suoi desideri e nelle sue aspirazioni. Un senso di imprigionamento che viene rimarcato dalla gestualità, come nel caso di Tosca che tra i poliziotti pare non trovare l’uscita dalla chiesa, in analogia alla scena conclusiva. Meno riuscita la suddivisione dello spazio durante la tortura e. se risulta efficace l’inginocchiatoio per Scarpia, che questi poi lo ribalti pare poco in linea con il personaggio. Anche nei costumi di Silvia Aymonino si riflette il cupo senso di inquietudine delle architetture, mentre le luci di Pasquale Mari, perlopiù livide e soffocanti, perturbano la scena con raggi e bagliori.
Entusiasmo anche a scena aperta per Costanzo e la Isotton, molto applauditi Markov e Gamba e unanimi consensi per l’intero spettacolo.
TOSCA
Melodramma in tre atti
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
dal dramma La Tosca di Victorien Sardou
Maestro concertatore e direttore Michele Gamba
Regia Massimo Popolizio
Scene Margherita Palli
Costumi Silvia Aymonino
Luci Pasquale Mari
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Coro di voci bianche dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Maestra del Coro di voci bianche dell’Accademia Sara Matteucci
Floria Tosca Chiara Isotton
Mario Cavaradossi Vincenzo Costanzo
Il barone Scarpia Alexey Markov
Cesare AngelottiMattia Denti
Il Sagrestano Matteo Torcaso
Spoletta Oronzo D’Urso
Sciarrone Huigang Liu
Un carceriereCarlo Cigni
Un pastore Angelique Becherucci
Foto: Michele Monasta – Maggio Musicale Fiorentino
