Ivor Bolton – Teatro La Fenice, Venezia
Alla Fenice, teatro d’opera per eccellenza, luogo in cui da sempre regna il melodramma italiano con la sua teatralità diretta e sanguigna, inaugurare una stagione sinfonica con un programma interamente dedicato a Brahms significa compiere un gesto di apertura, quasi un cambio di latitudine emotiva. È come lasciar entrare, per una sera, un diverso modo di sentire: più introspettivo, più nordico, più sospeso. Ivor Bolton accoglie questa atmosfera con una direzione senza bacchetta, fatta di un gesto morbido e continuo che sembra più disegnare che scandire, e che trova nell’orchestra una risposta attenta e ricettiva. I suoi sguardi precisi, avvolgenti si posano soprattutto su contrabbassi, viole e fiati, come se lì si concentrasse la spina dorsale del suono, mentre ai violini concede una certa autonomia, in linea con il loro ruolo più d’accompagnamento in queste pagine.
Sin dalle Variazioni su un tema di Haydn emerge con chiarezza il baricentro timbrico della serata. Il tema iniziale, con il suo colore quasi natalizio e pastorale, si apre in un’atmosfera limpida che oboi e flauti modellano con delicatezza. Le variazioni procedono in modo scorrevole e senza contrasti marcati, come un unico discorso che privilegia la trasparenza. Bolton accompagna con discrezione, lasciando che il colore diventi espressione senza appesantire mai la struttura.
Lo Schicksalslied introduce una dimensione più cupa e meditativa, dove Brahms mette in scena la tensione tra serenità divina e fragilità umana. L’attacco del coro femminile, che dovrebbe emergere come un bagliore remoto, resta però un po’ coperto dai fiati, sacrificando parte della sua intensità poetica. Una volta superato questo nodo, l’opera trova un maggiore equilibrio e si chiude in un epilogo orchestrale raccolto, sospeso, attraversato da una malinconia lucida.

La Sinfonia n. 3 rappresenta il punto più compiuto della serata. Nell’Andante, il celebre tema dei clarinetti risuona con un calore avvolgente, intrecciandosi al fagotto e agli altri legni in un dialogo morbido e soffuso che esalta la dimensione più intima di Brahms. Bolton sostiene senza mai irrigidire il discorso musicale, favorendo un respiro continuo. Gli archi, rimasti fin lì più discreti, trovano il loro momento di piena espressione nel Poco allegretto, in cui la melodia scorre con un lirismo trattenuto ma di grande enfasi, restituendo tutta la delicatezza emotiva di questo movimento amatissimo.
La serata si chiude con un’impressione di coerenza e misura. Bolton propone un Brahms intimo, calibrato, più affidato alla morbidezza dei legni, veri protagonisti del concerto, che agli slanci drammatici. In una Fenice abituata alla passione immediata del melodramma, questa lettura raccolta offre una prospettiva diversa: una parola musicale che non alza la voce, ma che proprio per questo riesce a farsi ascoltare con maggiore profondità.
E anche questa inaugurazione non si è sottratta al clima che attraversa il teatro la Fenice a seguito della nomina a direttore musicale del teatro dal 2026 Beatrice Venezi: dai palchi e dal loggione sono volati volantini a sostegno delle maestranze artistiche, un breve testo che ha ricordato come le scelte fondamentali di un’istituzione culturale debbano nascere dal dialogo, dal merito e dalla condivisione. Un gesto silenzioso ma eloquente, che ha fatto da contrappunto umano a una serata segnata da equilibrio e ascolto.
