L’amico Fritz – Mascagni Festival, Livorno
Commedia lirica in tre atti composta da Pietro Mascagni nel 1891, dopo il successo di Cavalleria rusticana e prima che Verdi scrivesse Falstaff e Puccini La bohème, L’amico Fritz chiude la 6^ edizione del Mascagni Festival, manifestazione che dall’inizio di agosto ha animato la vita culturale della città di Livorno. Oltre ai numerosi eventi in programma durante l’estate, si è tenuta nei mesi scorsi anche la Mascagni Academy 2025 e il 4° Concorso internazionale Voci Mascagnane, i cui allievi e vincitori ritroviamo appunto nel cast di quest’opera, andata in scena al Teatro Goldoni con la direzione di Stefano Vignati e la regia di Carlo Antonio De Lucia.
Se Piero Santi parla con appropriatezza del Fritz come di una “delicata apologia del matrimonio”, Cesare Orselli dal canto suo la definisce un “quadretto Biedermeier intriso di italica passione”: in effetti, pur non mancando suggestioni di stampo verista, una disimpegnata felicità domina un bozzetto campestre di derivazione borghese e di gusto quasi viennese, eppure tracciato da una musica sensuale che ne determina il fascino al di là dell’inconsistenza drammaturgica del libretto. Un’atmosfera, anzi una tinta per usare un lessico tutto verdiano, resa con efficacia dall’allestimento ripreso da De Lucia (la produzione originaria è quella del 1991 di Simona Marchini, scene e costumi di Ivan Stefanutti), con un quadro domestico per il primo e il terzo atto fedele all’epoca di ambientazione, con arredi e costumi di fine Ottocento e con una valida suddivisione degli spazi tra interno ed esterno. Se le architetture che si intravedono dalle grandi finestre possono farci pensare all’Alsazia, la campagna del secondo quadro rimanda maggiormente al paesaggio toscano, con una natura addomesticata che tuttavia conserva in sé un’ispirazione tipicamente romantica e che evoca inoltre le tele dei pittori macchiaioli. I costumi riproducono con rigore e semplicità la moda della classe media della fine del XIX secolo, mentre le luci di Michele Rombolini vengono modulate sulla base degli affetti in scena e ritagliano nell’ombra aloni luminosi per le romanze e i duetti.

Il racconto di quest’opera tra idillio e commedia è affidato alla bacchetta di Vignati, che nel primo atto adotta tempi dilatati che indeboliscono il ritmo della narrazione e una dinamica che manca di significative modulazioni. Il suono si mantiene comunque sempre definito e voluminoso e, benché la prima parte del secondo atto risulti ancora poco brillante nelle parti liriche, i passaggi drammatici vengono resi con un più deciso coinvolgimento, fino all’Intermezzo che, nell’espandersi dell’assolo del violino, si staglia con rilievo e vividezza. Infine, anche l’atto conclusivo si snoda in una forma più incisiva e passionale.
Lo scapolo impenitente che si converte alla vita coniugale è il protagonista della vicenda, un Fritz Kobus qui interpretato da Fabio Serani, che esibisce una vocalità estesa e dal timbro lirico assai appropriato al ruolo. Squillante e voluminoso nel registro acuto, perde tuttavia consistenza nel medio e nel grave e, nonostante uno stile ampio e melodico, il fraseggio riesce piuttosto uniforme nei duetti con il Rabbino e con Suzel. Serani rappresenta efficacemente il personaggio del giovane semplice e di buoni sentimenti, solare ma venato di malinconia, pur dimostrandosi in grande difficoltà al terzo atto tanto per volume quanto per intonazione.
Nell’economia dell’opera è comunque Suzel il personaggio che viene meglio definito, nella sua evoluzione da timida adolescente a donna innamorata e consapevole di sé. Figura appunto plasmata in questa prospettiva da Rossella Vingiani, voce morbida e rigogliosa, moderatamente consistente nei centri ma con acuti proiettati con forza e nitore. Se i dialoghi riescono poco caratterizzati, le parti cantabili emergono invece per la linea salda e articolata, a partire dalla splendida “Son pochi fior” e lo scavato Duetto della fonte fino al toccante lamento di “Non mi resta che il pianto”.

Beppe lo zingaro, originale personaggio en travesti, è interpretato da Valentina Coletti, che rende con una linea sinuosa e una considerevole energia la romanza al primo atto e plasma con languore e malinconia “O pallida che un giorno mi guardasti”.
Per suo conto il rabbino David di Massimo Cavalletti si impone con rilievo, con uno stile di canto che coniuga la fermezza della melodia all’intensità della passione. Con una dizione chiara e scandita e un fraseggio scolpito e incisivo, sottolinea con cura ogni passaggio e rende con saldezza e calore il duetto con Fritz, per essere poi di grande energia e solennità nel duetto con Suzel “Faceasi vecchio Adamo”.
Con un canto puntuale e omogeneo, Virginia Moretti delinea con garbo la figura di Caterina. Chiaro ed espressivo il Federico di Orlando Polidoro ed ha un’emissione rotonda e voluminosa Davide Chiodo che conferisce all’amico Hanezò bonarietà e simpatia.
Alla fine fragorosi consensi per tutti, con particolari tributi a Cavalletti e alla Vingianni. Un evento dunque di cui dobbiamo essere grati alla Fondazione del Teatro Goldoni, augurandoci che perseveri nel suo riproporre le opere di Mascagni, specialmente se poco rappresentate.
L’AMICO FRITZ
Commedia lirica in tre atti su libretto di P. Suardon
Musica di Pietro Mascagni
Personaggi e interpreti
Fritz Kobus Fabio Serani
Suzel Rossella Vingiani**
Beppe lo zingaro Valentina Coletti*
David il rabbino Massimo Cavalletti
Federico Orlando Polidoro
Hanezò Davide Chiodo*
Caterina Virginia Moretti*
Brad Repp violino solista nell’intermezzo dell’opera
Direttore Stefano Vignati
Regia Carlo Antonio De Lucia
Luci Michele Rombolini
Orchestra del Teatro Goldoni di Livorno “Massimo de Bernart”
Coro del Teatro Goldoni di Livorno
Maestro del coro Maurizio Preziosi
Allestimento originariamente disegnato per l’edizione del centenario del 1991 – Produzione Fondazione Teatro Goldoni Livorno
* Mascagni Academy 2025 – ** Vincitore ruolo nel 4° Concorso Internazionale “Voci Mascagnane”
Foto: Emanuele Baldanzi
