Tosca – Teatro La Fenice, Venezia
A centoventicinque anni dalla sua prima assoluta di Roma, anche Venezia festeggia Tosca, con una nuova produzione che riprende la stagione lirica dopo la pausa estiva e che apre le porte del Teatro La Fenice ad una città in grande fermento per l’ 82° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. E al cinema rimanda l’allestimento di Joan Anton Rechi, non soltanto per un racconto intessuto di suggestivi fermoimmagine, ma soprattutto per le atmosfere che dialogano con film come Il padrino e C’era una volta in America. La vicenda viene infatti ambientata negli anni cinquanta, in un mondo di gangster eleganti e spietati, dove Scarpia è un potente malavitoso e dove il Te Deum è una fastosa processione con la macchina della Madonna portata dai confratelli, a richiamare in tal senso episodi di cronaca in cui l’evento devozionale diviene l’occasione per rendere omaggio al capo mafioso. La trasposizione tuttavia indebolisce il dramma politico, giacché un clan di delinquenti non produce il medesimo effetto drammatico di uno potere costituito che reprime e uccide. Il primo e l’ultimo quadro hanno un aspetto essenziale e quasi astratto, laddove le scenografie di Gabriel Insignares realizzano ambienti claustrofobici in cui si avverte un senso di pesante ed oscura oppressione. In chiesa del resto il volto della Maddalena si svela insieme al teschio, figura dell’incombente destino di morte, mentre i movimenti su e giù per le scale, se da una parte ci trasmettono l’idea di un labirinto senza uscita, dall’altra complicano la scena senza renderla più incisiva. Le scale saranno poi per Tosca l’unico modo per uscire da quel groviglio, con le luci di Andrea Benetello che cristallizzano una suggestiva istantanea conclusiva.
Da parte loro i costumi di Giuseppe Palella hanno tagli rigorosi ed eleganti, con quelli della protagonista particolarmente sognanti e raffinati, e delineano efficacemente il mondo patinato del lusso americano. Il secondo atto tuttavia, nonostante un’uccisione di Scarpia ricca di tensione, poco funziona nella suo svolgersi all’aperto, laddove la minuziosa drammaturgia musicale ci presenta sovente dettagli strettamente connessi ad un interno, e appare perdipiù visivamente poco integrato con gli atri quadri, incrinando la coerenza del racconto.

La direzione di Daniele Rustioni produce invece una narrazione compatta e ben raccordata e che si svolge con ritmo e tensione, ma con un volume nel complesso eccessivo e debolmente regolato, creando così un flusso poco differenziato che costringe gli interpreti a cantare per lo più a piena voce e a ritagliarsi solo pochi momenti per un’accurata modulazione. In questo contesto i passi più drammatici riescono di grande forza, fin dall’accordo iniziale preciso e vigoroso, mentre perdono di incanto le parti più liriche e sono poco digradanti i pianissimo in chiusura del secondo atto; e tuttavia tutto il terzo atto prende forma in un maggiore equilibrio dinamico, tra potenza del dramma e intima lacerazione.
E di grande equilibrio e forza è la prova di Chiara Isotton, la cui Tosca tiene insieme sensualità ed eleganza, orgoglio e delicatezza, tormento del cuore e fermezza della volontà. Con una voce morbida e rigogliosa, mostra fin dal suo ingresso un canto omogeneo e legato ed esprime un’intensa passionalità nel primo duetto con Mario, con una linea sinuosa e una salda tenuta dei fiati. Nel secondo atto ha un fraseggio dalle forme sbalzate e dagli accenti marcati, alternando espressioni grintose a frasi trasparenti e levigate. Traccia con ampiezza le melodie di “Vissi d’arte”, pur con una contenuta variazione della dinamica, che d’altra parte riesce alquanto curata nell’atto conclusivo, plasmato nella sua interezza tra slancio lirico e drammaticità.
Riccardo Massi è un Mario Cavaradossi dall’emissione rotonda e dalla linea continua. Gli acuti sono proiettati con naturalezza e luminosità, a partire da “Recondita armonia”, resa in una forma aggraziata ma non troppo modulata, fino a farsi nitidi e potenti nel grido di “Vittoria”. Massi è poi intenso e avvolgente in “E lucevan le stelle”, con una dinamica più articolata ed espressiva, mentre unisce dolcezza e passione nel duetto finale insieme a Tosca.
Dopo un primo atto in cui il fraseggio è strutturato e marcato, anche se poco voluminoso e rotondo, Roberto Frontali prosegue la recita benché colpito da un’indisposizione. Il personaggio è carismatico, pur mancando di lascivia, ma dopo una romanza comunque incisiva, la fatica diviene sempre più evidente, nella tenace determinazione ad arrivare alla fine dell’atto.

Matteo Peirone è un Sagrestano dal canto articolato e voluminoso, figura che però manca di leggerezza e di aspetti grotteschi, ma che anzi si distingue per uno stile accorato e severo.
Molto drammatico e di solida consistenza anche l’Angelotti di Mattia Denti, pur con taluni passaggi un poco uniformi.
Cristiano Olivieri delinea uno Spoletta pavido ma sinistro, con una efficace intenzione narrativa sebbene talune espressioni riescano ruvide e brusche.
Definito e sbalzato lo Sciarrone di Matteo Ferrara, compatto e diretto il Carceriere di Emanuele Pedrini. Di grande morbidezza e luminosità il Pastorello solista dei Piccoli Cantori Veneti, che a loro volta dimostrano grande freschezza e vivacità sotto la guida di Diana D’Alessio.
Per suo conto il Coro del Teatro La Fenice, diretto da Alfonso Caiani, realizza un Te Deum maestoso e ben amalgamato, a cui tuttavia avrebbe certamente giovato una più varia regolazione del volume.
Molto applaudita a scena aperta la Isotton e applausi per tutti nel finale, soprattutto ed ancora per la protagonista e per Massi. Fragorosi consensi per il team creativo ed entusiasmo per Rustioni, pur con qualche debole e sparuta contestazione.
TOSCA
melodramma in tre atti
libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
dal dramma La Tosca di Victorien Sardou
musica di Giacomo Puccini
prima rappresentazione assoluta:
Roma, Teatro Costanzi, 14 gennaio 1900
Direttore Daniele Rustioni
Regia Joan Anton Rechi
Scene Gabriel Insignares
Costumi Giuseppe Palella
Light designer Andrea Benetello
Tosca Chiara Isotton
Mario Cavaradossi Riccardo Massi
Il barone Scarpia Roberto Frontali
Cesare Angelotti Mattia Denti
Il sagrestano Matteo Peirone
Spoletta Cristiano Olivieri
Sciarrone Matteo Ferrara
Un carceriere Emanuele Pedrini
Un pastore solista del Coro dei Piccoli Cantori Veneziani
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del coro Alfonso Caiani
Piccoli Cantori Veneziani
Maestro del coro voci bianche Diana D’Alessio
Foto: Michele Crosera
