La Cenerentola – Teatro alla Scala, Milano
La Scala di Milano riapre, dopo la pausa estiva, nel segno di Gioachino Rossini.
“In principio era la Favola. E vi sarà sempre”. Queste parole di Paul Valéry sono ancora più vere se alla fiaba si assomma la musica, quella divina di Gioachino Rossini, che sceglie di rendere la sua Cenerentola un racconto scevro di elementi magici, concretissimo e basato solo sul riconoscimento ed il premio della virtù. La riapertura settembrina della Scala dopo la pausa estiva è ormai da qualche anno affidata alle giovani forze dei solisti dell’Accademia di Perfezionamento per Cantanti Lirici del Teatro alla Scala e all’Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala. Gli studenti sono affiancati, almeno nel primo cast, da un grande artista come Marco Filippo Romano. Questi giovani e promettenti artisti si provano però con un allestimento ormai classicissimo che dal 1973 rallegra periodicamente il Piermarini. Ricordiamo che questa produzione vede la regia le scene ed i costumi di Jean-Pierre Ponnelle, qui ripresi da Federica Stefani e le luci di Andrea Giretti. Per chi non avesse ancora avuto modo di vedere questo ormai classico capolavoro ricordiamo che è interamente pensato come una stampa, nei toni del grigio, un libro di favole che mostra le sue pagine: in primo atto la casa ricca di dettagli di Cenerentola con stanze praticabili su due piani e poi il palazzo del principe, quasi un giardino pensile barocco che si apre poi su un piccolo teatro. Riusciti anche i costumi, essenziali e splendidamente consonanti con la scena così come lo sono le luci del già citato Giretti.

A guidare i complessi dell’Accademia scaligera è Gianluca Capuano, al suo debutto sul podio del Piermarini. Il direttore milanese, tra i più accreditati interpreti del repertorio barocco e belcantista, mostra, anche in questa occasione, l’evidente familiarità con lo stile del Cigno pesarese. Il racconto prosegue attraverso ritmi brillanti ed incalzanti, particolarmente efficaci nella caratterizzazione dei momenti più concitati. In particolare evidenza, poi, è la cura nella scelta delle dinamiche, opportunamente sfumate, grazie all’inserimento del continuo (a cura dei bravissimi Marco Gatti, al fortepiano, e Daniele Di Teodoro, al clavicembalo) nel tessuto orchestrale. Una soluzione, quest’ultima, forse un tantino inusuale (rispetto a certa tradizione esecutiva) ma di sicuro effetto teatrale. Ben riuscita l’intesa con la compagine strumentale, l’Orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala, che, nonostante le svariate difficoltà insite in una partitura come questa, si mostra piuttosto attenta nell’assecondare le soluzioni sonore ed agogiche proposte dal podio.
Sul palcoscenico, nel ruolo del titolo, troviamo Aya Wakizono che, nel proprio attuale percorso artistico, vanta numerose incursioni nel repertorio rossianiano. Il mezzosoprano unisce freschezza ed eleganza in una linea dal caratteristico timbro screziato. Particolarmente piacevole suona il registro acuto, così come ben sorvegliato è il canto di agilità. L’Angelina della Wakizono è la rappresentazione di una fanciulla dolce e delicata, in buona sintonia con lo spettacolo di Ponnelle.
Il ruolo di Don Ramiro è assai insidioso e Chuan Wang lo affronta con buona professionalità e la giusta dedizione. Il mezzo non è forse tra i più estesi, ma non manca di pertinenza stilistica. Sotto il profilo interpretativo, il personaggio viene caratterizzato soprattutto nella sua dimensione amorosa, a discapito dell’aspetto più regale.

La prova di Sung Hwan Damien Park si attesta sul piano di una correttezza complessiva, sebbene per il personaggio di Dandini sarebbe preferibile una maggiore disinvoltura nel fraseggio come sulla scena.
Discorso sostanzialmente analogo per Huanhong Li, il cui velluto vocale potrebbe anche essere ideale per impersonare Alidoro, ma le difficoltà dell’aria mettono purtroppo alla prova l’artista cui si richiederebbe, anche sotto il profilo espressivo, un accento più imperioso.
Ben assortita la coppia delle sorellastre, María Martín Campos, Clorinda, e Dilan Şaka, Tisbe. Se nella prima apprezziamo lo squillo di una linea ben timbrata e nella seconda il colore ambrato del mezzo, entrambe sono accomunate da una indubbia verve scenica.
Abbiamo lasciato per ultimo Marco Filippo Romano che, come ricordato sopra, è l’unico artista in locandina non proveniente dall’accademia milanese. Il baritono si conferma autentico mattatore della serata, domina la scrittura rossiniana con una facilità disarmante e fraseggia nel solco della più nobile tradizione buffa italiana. Non si troverebbero superlativi bastanti per lodare la eccellenza di un artista che non si limita ad interpretare, ma diventa egli stesso il personaggio e lo fa vivere al pubblico in un rapporto di reciproca empatia. Per usare una tautologia, un magnifico Don Magnifico cui vanno, meritatissime, le ovazioni a scena aperta che hanno accolto le sue arie e, in particolare, “Sia qualunque delle figlie” in secondo atto.

Complessivamente efficace, infine, l’apporto del Coro dell’Accademia del Teatro alla Scala, qui limitato, come previsto in partitura, alla sola sezione maschile e guidato con la giusta professionalità da Salvo Sgrò.
Successo straripante al termine, tributato da una sala completamente esaurita che riserva maggiori acclamazioni all’indirizzo di Wang e, soprattutto, Wakizono e Romano.
LA CENERENTOLA
ossia La bontà in trionfo
Dramma giocoso in due atti di Jacopo Ferretti, da Perrault
Musica di Gioachino Rossini
Don Ramiro Chuan Wang
Dandini Sung-Hwan Damien Park
Don Magnifico Marco Filippo Romano
Clorinda María Martín Campos*
Tisbe Dilan Şaka*
Angelina Aya Wakizono
Alidoro Li Huanhong
*Allieve dell’Accademia Teatro alla Scala
Orchestra e Coro dell’Accademia del Teatro alla Scala
Direttore Gianluca Capuano
Maestro del Coro Salvo Sgrò
Fortepiano Marco Gatti
Clavicembalo Daniele Di Teodoro
Regia, scene e costumi Jean-Pierre Ponnelle
Ripresa da Federica Stefani
Luci Andrea Giretti
Foto: Brescia Amisano-Teatro alla Scala
