Roméo et Juliette – Teatro dell’Opera, Roma
Il Doppio Sogno della stagione capitolina ci racconta soprattutto dell’amore e i suoi misteri. Un percorso iniziato con Elsa e Lohengrin, proseguito con Mimì e Rodolfo e che è ora approdato a Romèo et Juliette di Charles Gounod, poco rappresentato in Italia e per la prima volta al Teatro dell’Opera di Roma. Doppio è il sogno d’amore di Romeo e Giulietta, dove l’uno è la perfetta metà speculare dell’altro. Doppio in Shakespeare il binario su cui corre la storia, pubblica e privata. Duplice lo sguardo di Gounod, che sa cogliere il dramma nel suo carattere intimo e psicologico e in quello cosmico e assoluto, negli anfratti del cuore e nelle sfere celesti. Ed è appunto questa la prospettiva in cui si colloca la direzione di Daniel Oren, che riesce ad unire una sottile ed umbratile indagine interiore a uno slancio appassionato e luminoso. Una lettura fluida e compatta, in un puntale rapporto con il palco e in grande aderenza alla parola, valorizzata quest’ultima da un raffinato equilibrio tra ritmo e melodia. La dinamica e il risalto timbrico degli strumenti di volta in volta in primo piano attestano un attento lavoro di cesello con l’Orchestra, particolarmente evidente negli entr’acte dal suono trasparente e dai delicati pianissimo. Brillantezza e vigore drammatico si alternano nella caratterizzazione delle parti con il Coro che, sotto la guida di Ciro Visco, si staglia come vero e proprio personaggio dell’opera, con interventi omogenei e sbalzati e in una minuziosa differenziazione dei piani sonori. L’apertura del Prologo è di originale suggestione, in un flebile sussurrato straordinariamente tenuto. Vivace ma con misura ed eleganza la sequenza della festa, mentre i cori maschili sono coesi ed eloquenti. Avvolgente il concertato del terzo atto, con effetti in crescendo e cromatismi alla francese; crea infine un’atmosfera sospesa e solenne l’intervento alle nozze, reso in una forma analitica e vibrante.

Il ruolo della protagonista è affidato a Nino Machaidze che plasma una Juliette di grande spessore drammatico e di spiccata sensualità, ma che non possiede la fragilità e la leggerezza che sono comunque tratti essenziali del personaggio. La sua entrata manca dunque di incanto e “Je veux vivre dans le rêve” non ha il fascino leggiadro della ragazzina che sboccia alla vita. La potente vocalità, di salda estensione anche se con una dizione non sempre adeguatamente scandita, sbalza con rilievo le parti più drammatiche, tant’è che l’aria al quarto atto è eroica ed assai coinvolgente. Molto intensa poi nel duetto conclusivo, dove la forza viene lentamente stemperata da una grazia dolente.
Vittorio Grigolo è un Roméo sognante ma passionale, capace di coniugare lo slancio lirico con lo scavo drammatico. Il fraseggio è legato e puntuale, di estremo controllo ed accuratamente modulato nella dinamica. E’ avvolgente e alquanto delicato nel primo duetto con Juliette e al secondo atto traccia con straordinario nitore ed ampiezza melodica “Ah, lève-toi, soleil!”, toccando con grazia le corde più intime. Commovente e leggero per tutto il duetto che segue, riserva un’intenzione più tormentata e penetrante alla morte di Mercutio. E’ di seducente languore al quarto atto, per rendere infine l’apertura del quinto in una forma scolpita e lucente, misuratissimo nelle salite in acuto e nell’impiego di mezze voci.
Mihai Damian è un Mercutio dalla voce calda e rotonda, sanguigno ma poco scanzonato, in cui l’elemento della severa rivalità prevale su quello giocoso. La sua ballata della regina Mab ha ritmo e tensione, pur con volumi altalenanti, ed è molto energico ed espressivo nello scontro con Thybalt.
Poco continua e voluminosa durante la festa l’emissione di Christian Senn nei panni di Capulet. L’espressione si fa però più piena ed incisiva al quarto atto, realizzando nel complesso una figura autorevole e paterna.
La voce morbida e ricca di Aya Wakizono articola la canzone di Stéphano con sicure agilità e varietà di accento, creando un personaggio di notevole freschezza ma di moderato rilievo.
Premuroso con risvolti di inquietudine il Frère Laurent di Nicolas Courjal, con una proiezione nitida e voluminosa; scandito e autorevole anche come Duc de Vérone, anche se piuttosto uniforme.
Elegante ed altero il Thybalt di Valerio Borgioni, con un canto preciso e luminoso.
Materna ma severa la Gertrude di Géraldine Chauvet, con una voce morbida e una linea marcata che la rendono espressiva e definita in ogni scambio.
Alessio Verna è un Gregorio ben articolato e incisivo e Alejo Álvarez Castillo un Paris definito e rotondo. Accorato ed energico il Benvolio di Raffaele Feo.

Nella dialettica tra pubblico e privato, o piuttosto tra dimensione intima e sociale del dramma, si va strutturando anche il discorso visivo di Luca De Fusco, il quale, al suo debutto all’Opera di Roma con questo nuovo allestimento, apre il sipario con un quadro alquanto suggestivo: una piazza, che è un cortile con doppio portico di rinascimentale memoria, popolata di figure scure sotto la pioggia, stabilisce subito un contrasto tra una società grigia e la vitalità dei due amanti. Un’ambientazione che nelle scenografie di Marta Crisolini Malatesta vuole essere uno sfondo bellico anni quaranta ma che accoglie in sé una pluralità di elementi eterogenei e non sempre coerenti, come squarci preraffaelliti per la festa mascherata e pittura metafisica per la Verona ducale. La scena del ballo mantiene tuttavia una sua organicità in accordo all’idea di fondo, con schermidori con collare elisabettiano che si muovono meccanicamente a rappresentare un mondo conformista e automatizzato. Se i video di Alessandro Papa sulla ballata di Mercutio introducono un elemento medievaleggiante romantico e grottesco, i dettagli delle mani e degli occhi al secondo atto riescono poco integrati, debolmente eloquenti e motivo di distrazione. Più pertinenti le proiezioni monocrome o con il cielo stellato che si intravedono negli archi, con un palco però che sarebbe potuto essere organizzato diversamente, isolando sì i duetti, ma senza per questo rendere lo spazio vuoto e desolato. La sequenza con il duplice omicidio è però ben rappresentata nella sua coralità e la Danse bohémienne fa palpitare di luce il racconto, con la coreografia di Alessandra Panzavolta che è di grande eleganza e con l’illuminazione fascinosa di Gigi Saccomandi. I costumi da secondo conflitto mondiale, anch’essi realizzati dalla Crisolini Malatesta, sono funzionali e non guastano le incursioni di altre epoche, in quanto rimarcano in modi surreali l’universalità della tragedia shakespeariana. Tuttavia se il costume azzurro con lungo spolverino di Roméo ben connota il protagonista, quello rosso iniziale di Juliette pare più adatto a Violetta Valéry o a Rossella O’Hara che a una giovane debuttante. Poco significativi anche il lenzuolo e i fazzoletti, mentre il quadro conclusivo ritrova l’unità dell’inizio, con il sepolcro marmoreo tra le arcate e il morire insieme dei due amanti, con il capo reclinato l’uno verso l’altra, vestiti nella purezza del bianco e nel colore del cielo.
Applauditissimi la Machaidzo e Grigolo, a scena aperta come nel finale. Fragorosi consensi anche per Oren, l’Orchestra ed il Coro.
ROMÉO ET JULIETTE
Musica di Charles Gounod
Opera in cinque atti
Libretto di Jules Barbier e Michel Carré
Direttore Daniel Oren
Regia Luca De Fusco
Maestro del Coro Ciro Visco
Scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
Luci Gigi Saccomandi
Video Alessandro Papa
Movimenti coreografici Alessandra Panzavolta
PERSONAGGI INTERPRETI
Juliette Nino Machaidze
Roméo Vittorio Grigolo
Frère Laurent Nicolas Courjal
Mercutio Mihai Damian
Stéphano Aya Wakizono
Capulet Christian Senn
Tybalt Valerio Borgioni
Gertrude Géraldine Chauvet
Le Duc de Vérone Nicolas Courjal
Pâris Alejo Álvarez Castillo
Benvolio Raffaele Feo
Gregorio Alessio Verna
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Foto: Fabrizio Sansoni – Opera di Roma
