Luisa Miller

Luisa, in mezzo a tante parole nasceva una storia d′amore: le parole usate da Ivan Graziani in questa sua canzone del 1973 descrivono alla perfezione un altro personaggio con lo stesso nome, Luisa Miller. È una delle opere di Giuseppe Verdi che catalizza il maggior numero di giudizi contrastanti. Per qualcuno è “insignificante”, ma c’è anche chi la ritiene fondamentale per l’evoluzione del Verdi più maturo. Il Teatro dell’Opera di Roma ha scelto proprio questo titolo per la sua stagione 2021-2022, non una decisione semplice visto che si tratta di un’opera molto esigente dal punto di vista vocale e soprattutto perché mancava in forma scenica al Costanzi dal lontano 1990.

Questa recensione si riferisce alla prima recita di “Luisa Miller”, quella di martedì 8 febbraio 2022. Come già anticipato, erano quasi 32 anni che non si puntava sul dramma verdiano nella Capitale, un tempo praticamente infinito. All’epoca la città era in fibrillazione per gli imminenti Mondiali di calcio, stavolta il pubblico romano si è “concentrato” con maggiore attenzione sui diversi intrighi e colpi di scena della trama. L’allestimento dell’Opernhaus Zürich curato da Damiano Michieletto ha subito qualche leggera modifica per l’occasione. La regia non è stata affatto invadente, tenendo anche conto del fatto che si è trattato di un debutto della produzione per quel che riguarda l’Italia.

L’allestimento elvetico risale ormai al 2010 ed è stato ripreso a distanza di dieci anni dal Liceu di Barcellona. È evidente, dunque, che la visione dello spettacolo si sia in parte modificata. L’obiettivo di Michieletto è stato quello di mettere al centro del racconto il rapporto tra padri e figli. Per l’Opera di Roma, il regista veneziano ha dato spazio soprattutto all’astrattismo delle scene, curate da Paolo Fantin, con i costumi di Carla Teti che hanno risentito di questo punto di vista. Questa “Luisa Miller” ha fatto leva sulla simmetria, ponendo l’accento sulla distinzione tra due mondi, quello di Rodolfo e Walter e quello di Luisa e Miller.

Ecco perché lo spazio scenico è stato diviso in due sezioni, una per entrambi i padri di questo dramma. Entrambi i luoghi erano caratterizzati da due tavoli e due letti, messi in collegamento da un pavimento girevole che rivelava i personaggi di volta in volta. Pochi altri oggetti hanno dominato il palco, il tutto per rendere il racconto ancora più intimo. Due bambini hanno accompagnato l’intera azione, rappresentando l’infanzia condivisa da Rodolfo e Luisa, un modo per far capire come i loro ruoli siano evoluti a causa dello stacco generazionale. 

Nel complesso la storia è apparsa fluida e coinvolgente, con i toni cupi che hanno dominato gran parte dell’opera, almeno fino a poco prima delle battute finali. Qualche impaccio di troppo si è notato proprio nella scena che ha concluso l’opera, in cui suicidi e omicidi non sono stati enfatizzati a dovere dal punto di vista teatrale. Passando ad esaminare il versante vocale, il ruolo della protagonista è stato sostenuto a dovere da Roberta Mantegna che non ha sbagliato una nota dall’inizio alla fine anche se non era un risultato scontato. Questo ruolo richiede grande sicurezza nella coloratura ma anche nell’espansione lirica e drammatica. Convincente, poi, è stata l’intensità timbrica, tributata nel modo giusto dagli applausi finali del pubblico.

Il Rodolfo di Antonio Poli è apparso un po’ appannato inizialmente nel volume, con qualche acuto preso quasi con la “rincorsa”, ma gli va riconosciuta l’ottima interpretazione dello scoglio più duro che doveva affrontare, le “Sere al placido” che hanno reso giustizia a Verdi grazie a un canto carismatico e soprattutto appassionato. Michele Pertusi (Conte di Walter) si conferma una certezza. La sua autorevole voce di basso ha reso sgradevole al punto giusto il personaggio con una consistenza molto solida nell’estremo registro grave, senza dimenticare l’espressività. Amartuvshin Enkhbat è stato accolto con grande entusiasmo dagli spettatori del Costanzi e non sono stati applausi di circostanza: professionalità, sicurezza, musicalità, questi sono i pregi emersi nel suo Miller, un personaggio reso alla perfezione e con un timbro pieno dei colori giusti.

In buono spolvero vocale anche Daniela Barcellona: per lei Giuseppe Verdi è diventato un piacevole e ricorrente appuntamento come dimostrato dalla sua Duchessa Federica dalle tonalità calde, omogenee ed avvolgenti. A completare il cast ci hanno pensato il viscido e convincente Wurm di Marco Spotti, che con i suoi tic corporali ricordava in parte il dottor Thomas di banfiana memoria, la brillante e registicamente ben presente Laura di Irene Savignano, oltre al contadino di Rodrigo Ortiz, questi ultimi parte integrante del progetto “Fabbrica” dell’Opera di Roma.

Affidabile e preciso il coro del Teatro Costanzi diretto da Roberto Gabbiani, nonostante l’ingombro delle mascherine, di routine in questo periodo. Grandi applausi anche per il direttore Michele Mariotti, accolto positivamente già dopo la pausa dell’opera e guida sicura dell’orchestra del Costanzi. È riuscito infatti a evidenziare il passo incalzante della “Luisa Miller”, mettendo subito le cose in chiaro con una ouverture non frenetica ma efficace e prestando attenzione agli aspetti romantici di questo titolo, cesellati con muscolare risolutezza. 

LUISA MILLER

Melodramma tragico in 3 atti

Musica di Giuseppe Verdi

Libretto di Salvadore Cammarano

Direttore: Michele Mariotti

Regia: Damiano Michieletto (ripresa da Andrea Bernard)

Maestro del Coro: Roberto Gabbiani

Scene: Paolo Fantin

Costumi: Carla Teti

Luci: Alessandro Carletti

Movimenti mimici: Carlo Diego Massari

PERSONAGGI E INTERPRETI

Conte di Walter Michele Pertusi

Rodolfo Antonio Poli

Federica Daniela Barcellona

Wurm Marco Spotti

Miller Amartuvshin Enkhbat

Luisa Roberta Mantegna

Laura Irene Savignano

Un contadino Rodrigo Ortiz

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma

Allestimento Opernhaus Zürich

Foto Fabrizio Sansoni (Teatro Opera Roma)