Simon Boccanegra (Festival Verdi 2022)

Simon Boccanegra è il terzo titolo operistico della XXII edizione del Festival Verdi.

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Roberta Mantegna e Piero Pretti

Simon Boccanegra è l’opera che, nel catalogo verdiano, annovera una genesi particolarmente complessa. Ispirata al dramma Simón Bocanegra di Antonio García Gutiérrez, da cui è tratto il libretto di Francesco Maria Piave, va in scena per la prima volta al Teatro la Fenice di Venezia il 12 marzo 1857 senza registrare il successo sperato. Passeranno ben ventiquattro anni prima del debutto, nel 1881, della seconda versione dell’opera, quella che Giuseppe Verdi pensò per il Teatro alla Scala di Milano. E questa volta sarà un successo, accompagnato dal celebre motto, da parte dello stesso compositore, “Ho raddrizzato le gambe al vecchio Simone”.
Per questa edizione del Festival si sceglie di rappresentare proprio la prima edizione del Simone, operazione quanto mai meritevole per il contesto, e soprattutto la missione, della manifestazione. Per questa produzione si fa riferimento all’edizione critica, a cura di Roger Parker Casa Ricordi, Milano, che integra gli ultimi ritrovamenti autografi del compositore a Sant’Agata.

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Simon Boccanegra, Festival Verdi, 2022

A livello di plot narrativo, la principale differenza si coglie nel finale primo atto che, in luogo della ben nota “scena del Consiglio”, vero cuore drammaturgico della versione 1881, prevede una adunata festosa in onore del Doge durante la quale viene enunciato il rapimento e successivo ritrovamento della sventurata Amelia, musicalmente risolto secondo uno schema musicale piuttosto tradizionale (concertato e stretta finale). Al di là delle differenze della trama, ci troviamo di fronte ad una partitura in larga parte differente: metriche, dinamiche, colori, frasi musicali che richiamano lo stile di un Verdi pieno di ardore e temperamento, un sapiente equilibrio tra oasi liriche ed appassionati turbini emotivi.

Il Maestro Riccardo Frizza coglie perfettamente lo spirito di questa partitura e offre una prova encomiabile. Assoluto rispetto del dettato verdiano, ma anche ottimo sostegno per gli artisti in palcoscenico le cui voci si intrecciano con il suono orchestrale in un disegno complessivo di grande suggestione. In questa occasione, quindi, sembra davvero di ascoltare l’opera per la prima volta e, non solo per la peculiarità della versione eseguita, ma per la ricchezza di particolari e colori che emergono dal racconto sonoro come componenti imprescindibili di una unitarietà assoluta.
L’Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini, sotto la guida ispirata di Frizza, appare in ottima forma restituendo un suono di grande duttilità e morbidezza. Si percepisce il giusto contrasto tra i momenti estatici, caratteristici degli interventi dei due innamorati, e quelli più solenni e maestosi, propri delle scene corali.

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Vladimir Stoyanov, Roberta Mantegna e Piero Pretti

Di altissimo livello la compagnia di canto, invero ben amalgamata per timbro e colore degli esecutori.

Vladimir Stoyanov, al suo debutto nel ruolo del protagonista, offre una prestazione coinvolgente tanto dal punto di vista vocale quanto da quello interpretativo. La limpidezza del colore vocale e la notevole musicalità della linea consentono al baritono bulgaro di affrontare la scrittura verdiana con grande agio. La compattezza del mezzo è testimoniata dalla sicurezza nel registro acuto così come dalla morbidezza nei centri. Ben scolpito è poi il fraseggio che consente di sbalzare con grande efficacia il contrasto tra la dimensione privata dell’uomo e quella pubblica del Doge.

Bravissima è anche Roberta Mantegna, al suo debutto nel ruolo di Amelia/Maria. La luminosità della linea, dal timbro lirico e dal suadente colore, si rivela particolarmente adatta per la scrittura di questo personaggio impegnato, tra l’altro, in pagine di coloratura (come nella cabaletta che segue l’aria). Quello che colpisce della Mantegna, è la capacità di conferire al proprio mezzo una naturale espressività, tanto da rendere ogni frase musicale intrisa di significato ed emozione.

Piero Pretti, anch’egli debuttante nel ruolo, interpreta il personaggio di Gabriele Adorno con un mezzo che, per colore e timbro, si rivela ideale per la scrittura verdiana. La voce, ricca di armonici, vibra appassionata ad ogni altezza scandendo e valorizzando ogni frase musicale. Notevole la capacità di ricercare una palette di sfumature che ben sottolineano il contrasto tra l’amante appassionato e il dissidente animato dal sacro fuoco della vendetta per la morte del padre. Un plauso per l’esecuzione dell’aria “Cielo, pietosa rendila”, affrontata con la giusta incisività.

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Devid Cecconi, Adriano Gramigni e Vladimir Stoyanov

Bravissimo è pure Riccardo Zanellato nel ruolo di Fiesco, nel quale ammiriamo il velluto del timbro e il colore serotino della voce. Se magistrale è l’esecutore (l’aria del prologo “il lacerato spirito” viene letteralmente pennellata grazie alla nobiltà ed eleganza di un canto accorato e disperato), altrettanto grandioso è l’interprete, torvo e solenne nel suo perenne confronto/scontro con Simone, ma commovente e toccante nel finale.

In grande spolvero appare Devid Cecconi, che con il giusto vigore vocale interpreta un Paolo scenicamente disinvolto (che si esibisce anche in alcuni passi di danza nel finale primo), vocalmente pertinente e di grande efficacia.

Ben a fuoco il Pietro di Adriano Gramigni.

Corretta è poi Chiara Guerra nei panni di un’ancella.

E anche in questa occasione non resta che riferire della prova encomiabile del Coro del Teatro Regio di Parma che, sotto la guida del Maestro Martino Faggiani, si mostra anche in questa occasione a livelli di assoluta eccellenza. È impressionante percepire, in ogni esibizione del Coro del Regio in repertorio verdiano, la capacità di trovare colori nuovi e sonorità suggestive.

Per quanto riguarda la parte visiva, lo spettacolo pensato da Valentina Carrasco ci trasporta nella metà del Novecento in un mondo portuale (quello di Genova) privo di colore, un mondo dove regnano piccoli boss in un sistema sociale con proprie regole, dove il popolo protesta per i propri diritti. In questo microcosmo si innesta la storia di Simone. Le scene di Martina Segna sono efficaci pur nel loro stile minimalista; lo spettacolo è risolto con l’uso di tendaggi, proiezioni e container portuali che si aprono e diventano abitazioni. Proprio un container si dischiude nella prima scena di primo atto e ci rivela il personaggio di Amelia, circondata letteralmente da un mondo di fiori, lei, fiore tra i fiori, unica luce in un mondo brutale e violento. Decisamente sgraziata invece la scena della festa, con tanto di grigliata e striscioni festanti poco ispirati.
La scena più discussa e contestata è stata, ormai è noto, quella del macello, con quarti di bue appesi e macellati in scena che vogliono essere metafora della violenza sul popolo.

Bellissimo, al contrario, il finale, quando la Carrasco decide di ambientare la morte di Simone in un campo di grano e, lì, mentre la sofferenza sembra lasciare il passo alla speranza (rappresentata dal matrimonio tra Amelia e Gabriele) tutto si colora di una luce solare rivolta verso la sala come ad avvolgere, in questa magica atmosfera di perdono, tutti gli spettatori. Ma alla fine, l’ultimo momento è per il nuovo Doge, Gabriele Adorno, che si avvicina teneramente ad un agnellino: presto sarà il momento di un nuovo sacrificio. Scena davvero toccante e di grande impatto teatrale.

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Adriano Gramigni


Lo spettacolo nel complesso funziona, la regia è attenta e ben pensata nel muovere i singoli personaggi con cura, ma manca enormemente il mare, il grande protagonista del Simone. Inoltre, inserire una storia che parla di potere e Dogi in un porto risulta, per certi aspetti, una forzatura dal libretto.
Le singole scene risultano poi suggestive a colpo d’occhio ma anche statiche e talvolta monotone. Uno spettacolo visivamente riuscito solo a metà, impreziosito però dalle luci, sempre efficaci, di Ludovico Gobbi.

Grandi festeggiamenti per tutti gli interpreti e direttore al termine, ma anche rumorose contestazioni (già manifestate apertamente all’apparire dei buoi appesi) per il team creativo.

Marco Faverzani | Giorgio Panigati

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Roberta Mantegna e Piero Pretti


Vera chicca di questa edizione del Festival Verdi è la messa in scena di Simon Boccanegra nella prima versione per Venezia del 1857, dove ancora si sentono fortemente l’influenza del belcanto e il sangue degli anni di galera. Così come Macbeth, l’opera muta in maniera considerevole, sia per alcune scene e numeri musicali, sia per il cambiamento di stile tra primo e secondo Verdi, dunque sarebbe parecchio interessante e curioso poterla tenere in repertorio e farla conoscere maggiormente al grande pubblico.

Lo spettacolo di Valentina Carrasco, con scene di Martina Segna, costumi di Mauro Tinti e luci di Ludovico Gobbi, è crudo ma al tempo stesso commovente. La prima versione del melodramma è maggiormente incentrata sul popolo plebeo e la Carrasco coglie in pieno questa caratteristica, che abbinata all’attività portuale genovese e a quella di un mattatoio, oltre ai vari riferimenti ai lavoratori, sostiene ulteriormente il temperamento sanguigno di questa prima concezione verdiana.

Eccellente l’orchestrazione belcantista di Riccardo Frizza, che sa dipingere di vividi colori l’intera partitura. Ottima la prova della Filarmonica Arturo Toscanini e strabiliante quella del verdianissimo Coro del Teatro Regio di Parma preparato da Martino Faggiani.

Molto emozionante è l’interpretazione di Vladimir Stoyanov, che qui non è più un corsaro dogato, bensì un arricchito che però sa trovare la raffinatezza dei modi, ben trasmessa con una bellissima nobiltà di canto.

Sublime la lucentezza di Roberta Mantegna, un’Amelia sempre al massimo delle sue potenzialità. La affianca un altrettanto brillante Piero Pretti nei panni di Adorno.

Ottimi il Fiesco di Riccardo Zanellato e il Paolo di Devid Cecconi.

Concludono il meraviglioso cartellone i bravi Adriano Gramigni, Pietro e Chiara Guerra, un’ancella.

William Fratti

SIMON BOCCANEGRA
Melodramma in un prologo e tre atti di Francesco Maria Piave
dal dramma Simón Bocanegra di Antonio García-Gutiérrez
Musica di Giuseppe Verdi

Prologo
Simon Boccanegra corsaro al servizio della repubblica genovese Vladimir Stoyanov
Jacopo Fiesco nobile genovese Riccardo Zanellato
Paolo Albiani filatore d’oro, genovese Devid Cecconi
Pietro popolano di Genova Adriano Gramigni
Dramma
Simon Boccanegra, primo doge di Genova Vladimir Stoyanov
Maria Boccanegra, sua figlia, sotto il nome di Amelia Grimaldi Roberta Mantegna
Jacopo Fiesco, sotto il nome di Andrea Riccardo Zanellato
Gabriele Adorno, gentiluomo genovese Piero Pretti
Paolo Albiani, cortigiano favorito del doge Devid Cecconi
Pietro, altro cortigiano Adriano Gramigni
Un’ancella di Amelia Chiara Guerra

Filarmonica Arturo Toscanini
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del coro Martino Faggiani
Regia Valentina Carrasco
Scene Martina Segna
Costumi Mauro Tinti
Luci Ludovico Gobbi

Foto: Roberto Ricci