Spettacoli

La fanciulla del West – Festival Puccini 2026

La fanciulla del West era una degli eventi più attesi del Festival Puccini 2026, essendo titolo fra i meno rappresentati del Maestro lucchese, anche perché richiede come Turandot un considerevole impegno da parte del coro e soprattutto numerosi cantanti con parti soliste. La fanciulla è infatti opera corale, che ha sì una sua eroina e un classico triangolo amoroso come proprio motore drammatico, ma che pone di fatto un’intera comunità come protagonista della vicenda. Affresco dunque o piuttosto pellicola di una storia collettiva, ispirata ai primi western del cinema muto, capace di creare tensioni, sentimenti e valori condivisi, senza rinunciare tuttavia all’indagine psicologica dei singoli personaggi, specialmente di quegli in primo piano. Il nuovo allestimento di Angelo Bertini, fedele all’ambientazione originale, ci fornisce da subito l’idea di una salda comunità, mostrandoci una Polka che è saloon ma anche casa, struttura di legno calda e luminosa, immersa nel buio e nel freddo della foresta, i cui alti fusti si intravedono dalle finestre e oltre le pareti. Un luogo compatto e rassicurante destinato però anche visivamente a disgregarsi o piuttosto ad aprirsi, divenendo al secondo atto la casa di Minnie nel bosco, per poi sparire del tutto nel finale, lasciando l’intera comunità all’aperto tra gli alberi e la neve. Una rappresentazione che riproduce quindi il mondo della frontiera, in linea con le minuziose didascalie del libretto, e che ha come suo centro la femminilità di Minnie, capace di stemperare la rudezza dei minatori e di tirare fuori il meglio da ciascuno. I movimenti sono coordinati con precisione e vivacità, realizzando situazioni ora concitate ora più quiete e in sintonia con le luci di Valerio Alfieri. I costumi di Bianca Bertini sono di grande aderenza storico-filologica e, oltre ad avere il tipico colore del West, ci dicono di una certa ingenuità di Minnie come dell’oscurità di Jack Rance, l’unico ad essere interamente vestito di scuro, forse perché il più impenetrabile al perdono. Ed è proprio il perdono a rinnovare quel mondo, donandogli una più grande umanità, ma ponendolo al contempo a contatto con l’ignoto e con un orizzonte aperto, certamente più vero ma meno rassicurante, come sottolineato al terzo atto da una fredda illuminazione. La grande croce innevata richiama il salmo penitenziale di Davide e suggella l’opera come elemento di riconciliazione, mentre rimane comunque la nostalgia, nel desiderio di ritornare alla Polka o alla propria casa o forse di incamminarsi verso una nuova patria.

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Anna Pirozzi

La complessa varietà della partitura viene puntualmente riprodotta dalla direzione di Valerio Galli, che crea un racconto continuo e coeso e al contempo validamente differenziato nei tempi e nella dinamica. Il suono dell’Orchestra è perlopiù preciso e compatto, pur con qualche squilibrio nell’atto iniziale. In alcuni frangenti la narrazione manca però di respiro, con momenti che avrebbero potuto essere di maggiore espansione lirica e altri in cui l’accento avrebbe potuto essere più deciso e marcato. Sono tuttavia drammatiche e nette le sottolineature durante la partita e nel finale del secondo atto, in una conduzione che si mantiene costantemente collegata con il palco e che riesce a gestire con rigore e organicità le scene d’insieme. Il Coro da parte sua, sotto la guida di Marco Faelli, ha interventi precisi e compatti, realizzando con forza momenti vivaci e creando altresì atmosfere soffuse e malinconiche, grazie soprattutto ad una certa omogeneità di colore e a una dinamica accuratamente modulata. Quel che ne risulta è dunque una coralità coesa ma differenziata, continuamente divisa tra aggressività e tenerezza, intrisa di violenza e di nostalgia ma capace di comprensione.

Centro focale di questa rappresentazione è la Minnie di Anna Pirozzi, solare ma non priva di ambiguità, solida e determinata ma non esente da fragilità e aspetti infantili. La voce è come di consueto omogenea e voluminosa, salda e potente negli acuti, pur con qualche sporadica forzatura. Il canto è nitido e legato, strutturato con naturalezza e con limpide intenzioni espressive. E’ di grande delicatezza nella lezione ed ha un’attitudine spiccatamente sognate nel dialogo iniziale con Rance. Leggiera e appassionata nell’incontro alla casetta con Johnson (dove arriva in ritardo, probabilmente per un mancato segnale dietro le quinte), è assai energica e drammatica durante il poker, per esibire infine una linea morbida e flessuosa al terzo atto, risultando alquanto commovente.

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Roberto Aronica, Claudio Sgura, Anna Pirozzi

Roberto Aronica plasma un Dick Johnson diviso e tormentato, bandito gentiluomo e innamorato sincero e devoto. Il tenore non è qui sostenuto da una vocalità sufficientemente salda e fatica a creare un fraseggio adeguato alla complessità del personaggio. Gli acuti sono comunque luminosi e “Ch’ella mi creda” viene sbalzata con nitore e sentimento.
Ha un contegno freddo da uomo di potere, distaccato ma non spavaldo, il Jack Rance di Claudio Sgura, che in ogni passaggio ha frasi scolpite e uno stile marcato. Molto incisivo durante la partita, fa qui emergere la sua grinta e la passione, mentre nel finale lo ritroviamo dubbioso e interrogativo, quasi ripiegato su se stesso.

Vario e affiatato il gruppo dei minatori e degli altri personaggi.
Ha un canto rotondo e luminoso il Nick di Paolo Antognetti, con un ‘espressività schietta e melodica e una puntuale modulazione della dinamica. Sergio Vitale è un Sonora autorevole e dal fraseggio articolato e Volodymyr Morozov un Ashby alquanto incisivo anche se di moderata consistenza. Min Kim traccia con ampiezza e malinconia la canzone di Jake Wallace e, con una vocalità scura e robusta, Hayk Tigranyan ben esprime la nostalgia di Larkens. Morbida e voluminosa, Alessandra Della Croce delinea con leggerezza ed ironia la figura dell’indiana Wowkle. Il suo compagno, Billy Jackrabbit è Paolo Ingraciotta, scandito e rotondo anche come Sid. Chiaro e commovente l’intervento alla lezione dell’Harry di Nicola Pamio e marcato ed espressivo il José Castro di Diego Maffezzoni. Vivaci e luminosi il Joe di Cristiano Olivieri e il Trin di Andrea Galli e sono intensi ed energici il Bello di David Costa Garcia e l’Happy di Matteo Mollica. Chiaro e definito il Postiglione di Murat Can Güvem.

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Una Fanciulla capace di coniugare rigore ed emozione e che il pubblico ha accolto con entusiasmo. Applauditissima la Pirozzi e speciali consensi per Sgura e Aronica, ma anche per Antognetti e la Della Croce. Accolti con grande calore Galli con l’Orchestra e Faelli con il Coro. Di quest’ultimo, prima dello spettacolo, è stato presentato il volume Puccini e i suoi primi interpreti. Dalla prassi ottocentesca alla prassi contemporanea, appena pubblicato da Agorà & Co , minuziosa ricostruzione delle caratteristiche delle prime esecuzioni delle opere pucciniane. Da ricordare inoltre, anche la cerimonia di intitolazione della Sala Belvedere del Gran Teatro a Enzo Ducci, promotore di spicco del Festival Puccini, che con questo 5 settembre, denso di eventi e di emozioni, conclude la sua 72^ edizione e ci dà appuntamento alla prossima estate.

LA FANCIULLA DEL WEST

Opera in tre atti
Libretto di Guelfo Civinini e Carlo Zangarini

Musica di Giacomo Puccini

Maestro concertatore e direttore d’orchestra Valerio Galli

Regia e Scene Angelo Bertini

Costumi Bianca Bertini
Luci Valerio Alfieri

Orchestra e Coro del Festival Puccini

Maestro del coro Marco Faelli

Assistente Maestro del Coro Sonia Franzese

Minnie – Anna Pirozzi 
Jack Rance – Claudio Sgura
Dick Johnson – Roberto Aronica
Nick – Paolo Antognetti
Ashby – Volodymyr Morozov
Sonora – Sergio Vitale
Trin – Andrea Galli
Sid – Paolo Ingrasciotta
Bello – David Costa Garcia
Harry – Nicola Pamio
Joe – Cristiano Olivieri
Happy – Matteo Mollica
Larkens – Hayk Tigranyan
Billy JackrabbitPaolo Ingrasciotta
Wowkle – Alessandra Della Croce
Jake Wallace – Min Kim
José Castro – Diego Maffezzoni
Un postiglione – Murat Can Güvem

Foto: Giorgio Andreuccetti