Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk – Teatro alla Scala, Milano
Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk é il titolo inaugurale della stagione d’opera scaligera 2025-2026.
Il 28 gennaio 1936, la Pravda pubblicava una recensione di David Zaslavsky, oggi assai nota, sull’opera diDmitrij Šostakovič, definita un “Caos anziché musica”, e una composizione “nevrastenica e piccoloborghese”. Oggi sappiamo che quella storica stroncatura fu semplicemente dettata da Stalin, infastidito dalla visione del capolavoro del compositore pietroburghese. In qualche modo però, gli anni di ostracismo che l’opera ha subito, in Italia, ad esempio, arriverà solo nel 1947 alla Fenice di Venezia, hanno portato oggi a ritrovarci di fronte ad un titolo decisamente poco frequentato, almeno nel Belpaese, considerato dai più strano, forse ancora un po’ scomodo e che in molti, loggionisti e non, hanno vissuto con una certa diffidenza come titolo per una prima scaligera.
L’opera, tratta da un racconto lungo di Nikolaj Leskov, ridotto a libretto da Aleksandr Prejs e dallo stesso Šostakovič, inizia e si conclude evocando la “noia”. Come sosteneva Thomas Mann: “Quella che chiamiamo noia è piuttosto un morboso accorciamento del tempo in seguito a monotonia: lunghi periodi di tempo, se non si interrompe l’uniformità, si restringono in modo da far paura; se un giorno è come tutti, tutti sono come uno solo; e nell’uniformità perfetta la più lunga vita sarebbe rivissuta come fosse brevissima e svanirebbe all’improvviso”. La protagonista dell’opera, Katerina Izmajlova, non é però solo un’annoiata ed agiata Madame Bovary russa, ma piuttosto una donna costretta alla solitudine, non considerata e non amata. Una esistenza subita, la sua, che la rende capace di efferati omicidi, compiuti in cerca di libertà e amore: quasi ovvio, quindi, il richiamo alla feroce lady shakespeariana.

Per questa importante produzione inaugurale il Piermarini sceglie di affidare la regia a Vasily Barkhatov che ambienta l’azione in un grande ristorante della Russia di inizio Novecento, caratterizzato da lampadari e vetrate in Stil’ Modern (scene di Zinovu Margolin). Il racconto non procede in modo lineare ma parte dal finale, dall’interrogatorio di Katerina e di Sergej, con continui flashback che senza soluzione di continuità ci rimandano a quanto accaduto. Spesso le scene sono quasi raccontate dai protagonisti alla polizia e rivissute proprio alla presenza degli agenti. Uno spettacolo che, sicuramente, sa usare gli imponenti mezzi scenici della Scala: pareti semoventi, una grande sala sfarzosa che si alterna, con subitanei cambi a vista, a spazi angusti ed umili, quali le cucine e i locali di servizio del ristorante. Votato alla spettacolarità é specialmente il quarto atto quando, un camion militare, spacca letteralmente le vetrate, presenti fin dall’inizio, ed irrompe sul palco accompagnato dalla neve della Siberia: un colpo di teatro decisamente sapiente. Visivamente impattante é anche la scelta di fare morire la protagonista e la sua rivale avvolte da poderose fiamme il cui calore si avverte anche in tutta la sala. Una produzione sicuramente monumentale ma che sa ritagliare anche siparietti più intimistici e dalla nera vis comica: micro scene che rendono lo spettacolo ricchissimo di dettagli e degno di essere visto più volte. Al buon esito del versante visivo concorrono i riusciti costumi di Olga Shaiselashvilo, spesso volutamente sgradevoli e avvilenti, su tutti il completo “fantozziano” di Sergej, perfettamente adatto al messaggio dell’opera. Ottime anche le luci di Alexander Sivaev, sfarzose nel ristorante, più umili e dimesse negli ambienti di servizio e notturne e fioche nell’atto siberiano.
In un prodotto nel complesso ben pensato e confezionato vogliamo però sottolineare alcune mancanze. In primis non ci é arrivato quel senso di solitudine, fondamentale nel libretto e nella musica, che la protagonista vive sulla sua pelle, soprattutto nel primo atto. Non ci ha totalmente convinto anche la scena della morte di Katerina che va palesemente contro a quanto cantato: quel lago dalle “Nere, grandi onde” é specchio ideale della coscienza della donna che ci si butta in cerca di una catarsi liberatoria. Spiace anche constatare come il team registico abbia optato per una produzione dai toni decisamente pacati e non troppo violenti. In questo caso “ammorbidire” una scena di stupro di gruppo, o quel sesso violento che, per la protagonista, deve: “far rovesciare le icone dalle teche” può forse essere rispettoso del pubblico più sensibile, ma non di chi ha scritto un’opera volutamente giocata sull’estetica del brutto e del grottesco.
L’esecuzione musicale poggia sulla meravigliosa concertazione di Riccardo Chailly che si è prontamente rimesso dopo non essere riuscito a completare la seconda recita e avere subito un breve ricovero. Il Maestro appena salito sul podio è stato letteralmente travolto dall’affetto del pubblico scaligero e in una sorta di intenso scambio emotivo si è reso protagonista di una serata in stato di grazia, una prova da ricordare.

Come approcciare il capolavoro di Sostakovič? Come coglierne la stratificata complessità e lo smaccato eclettismo stilistico? La cura meticolosa, quasi maniacale, del fraseggio musicale rivela uno studio intenso ed approfondito della partitura, un lavoro di cesello che testimonia, senza dubbio, quanto Chailly ami questo repertorio. Una lettura, la sua, che si sviluppa attraverso piani multiformi ed intimamente intersecati tra loro. Folklore, smarrimento, ardore e brutalità si susseguono in questo affresco espressionista, un monumento sonoro eretto attraverso l’adozione di dinamiche sfaccettate e dirompenti. Il dramma si evolve mediante cambi di ritmo repentini, accelerazioni e decelerazioni che accrescono l’inquietante progredire degli eventi, improvvisi sbalzi sonori che suggeriscono il degrado morale e psicologico dei personaggi che popolano il racconto. Il direttore milanese arriva diretto al cuore del dramma e ne predilige, a tratti, la vena più patetica e romantica; una chiave di lettura ideale per rappresentare la solitudine della protagonista, una donna che diviene vittima di una società gretta ed ipocrita. Parimenti, ne coglie i risvolti più parossistici e grotteschi, un senso di sottile ironia che sottende a quella critica sociale che tanto irritò la censura sovietica nei primi anni di circolazione dell’opera. Le indicazioni del podio sono magistralmente raccolte dalla orchestra scaligera, nella quale ravvisiamo una duttilità e un virtuosismo sonoro senza eguali. Una esecuzione fluida e di eccezionale compattezza, che raggiunge lo zenith durante i numerosi interludi, scolpiti con grande realismo, un fiume in piena, traboccante di colori ed intenzioni.
Di riferimento assoluto è anche la prestazione del coro scaligero, magistralmente guidato da Alberto Malazzi. Una prova contrappuntata con precisione, gusto ed intensità interpretativa, dal caotico sbeffeggiamento degli interventi in primo atto, alla sfacciata tracotanza dei poliziotti e sino al doloroso strazio dei deportati in Siberia.
Il cast vocale vede spiccare, come giusto che sia, Sara Jakubiak nel ruolo di Katerina L’vovna Izmajlova. Un parte lunga ed insidiosa che il soprano affronta con slancio e dedizione, facendo leva su di uno strumento generoso ed omogeneo. La sicurezza di una emissione rotonda e facilmente proiettata, consente di superare i numerosi scogli della scrittura, dalle improvvise virate verso il registro acuto alle pagine dal canto più raccolto e dispiegato. Incisivo anche il versante interpretativo, dal quale l’artista fa scaturire una personalità sfaccettata e complessa, ora vittima della violenza che la circonda, ora preda di pulsioni amorose o, ancora, rassegnata dinanzi alla disarmante presa di coscienza dell’abbandono subito da parte di Sergej.
Quest’ultimo è portato sulla scena da Najmiddin Maylyanov, dal timbro squillante e dal canto muscolare. A proprio agio nella scrittura di Šostakovič, il tenore offre una prestazione efficace grazie, tra l’altro, ad una caratterizzazione scenica sempre coerente e pertinente.
Molto bene il Boris Izmajlov di Alexander Roslavets, dalla cavata ampia e vellutata. La poderosa fermezza della linea si combina ad un fraseggio torvo ed insinuante, ben ispirato all’animo cupo e lascivo del personaggio.
Yevgeny Akimov è Zinovjy Izmajlov, il marito di Katerina, caratterizzato dall’artista con voce chiara ed acuta. Piuttosto centrata anche la lettura interpretativa, definita con la giusta credibilità espressiva.

Ekaterina Sannikova è una Aksin’ja dalla linea luminosa e piacevolmente timbrata.
Sonetka, la forzata che nel finale si contende l’amore di Sergej con Katerina, si avvale del canto screziato e seducente di Elena Maximova.
Il capo della polizia ha la voce di Oleg Budaratskiy, particolarmente abile nel tratteggiare l’inedia e la non curanza di cui è preda, con non poca ironia, il pubblico ufficiale.
Di singolare incisività il pope di Valery Gilmanov protagonista, tra l’altro, di alcuni tra i momenti più grotteschi dell’intera partitura.
Alexander Kravets interpreta il contadino cencioso, per il quale l’autore scrive la vivace ballata in terzo atto, espugnata dall’artista con la giusta disinvoltura.
Si prosegue, quindi, con il vecchio forzato di Goderedzi Janelidze, cui va il merito di fraseggiare, con ottima musicalità, il dolente canto che guida i deportati nell’ultimo atto.
Tra le altre parti di fianco ricordiamo Chao Liu che, impegnato nel duplice ruolo dell’operaio del mulino e della guardia, dispiega un canto volutamente caricato e cavernoso. Puntuali sono, poi, Jirí Rainiš, il guardiano, Laura Lolita Peresivana, la forzata e Xhieldo Hyseni, il sergente. Proseguiamo quindi con gli efficaci Vasyl Solodkyy, l’insegnante,Ivan Shcherbatykh, il caporeparto, Massimiliano Difino, l’ospite ubriaco. La lunga locandina annovera, inoltre, Haiyang Guo, il cocchiere, Antonio Murgo, il primo lavorante, Joon Ho Pak, il secondo lavorante e Flavio D’ambra, il terzo lavorante. Ad alcuni membri del coro, poi, spetta il compito di impersonare il fantasma di Boris Timofeevič.
Alla chiusura di sipario acclamazioni per il Maestro Chailly ed i protagonisti. Il pubblico, entusiasta, ha quasi emulato gli applausi di undici minuti della prima, per un capolavoro che è tornato al Piermarini dopo diciotto anni di assenza ed ha pienamente convinto tutti gli spettatori.
UNA LADY MACBETH DEL DISTRETTO DI MCENSK
Opera in quattro atti e nove quadri
Musica di Dmitrij Šostakovič
Libretto proprio e di Alexander Prejs
dal racconto omonimo di Nikolaij Leskov
Boris Timofeevič Izmailov Alexander Roslavets
Zinovij Borisovič Izmailov Yevgeny Akimov
Katerina L’vovna Izmajlova Sara Jakubiak
Sergej Najmiddin Mavlyanov
Un contadino cencioso Alexander Kravets
Un operaio del mulino Chao Liu
Un prete Valery Gilmanov
Un guardiano Jirí Rajniš
Un caporeparto Ivan Shcherbatykh*
Un sergente di polizia Oleg Budaratskiy
Un ospite ubriaco Massimiliano Difino*
Aksin’ja Ekaterina Sannikova
Un vecchio forzato Goderdzi Janelidze
Sonetka Elena Maximova
Una forzata Laura Lolita Perešivana
Un sergente Xhieldo Hyseni**
Un poliziotto Huanhong Li
Una guardia Chao Liu
Fantasma di Boris Timofeevič Coro
Un insegnante Vasyl Solodkyy
Un cocchiere Haiyang Guo
Primo lavorante Antonio Murgo*
Secondo lavorante Joon Ho Pak*
Terzo lavorante Flavio D’ambra*
*Artista del Coro del Teatro alla Scala
**Allievo dell’Accademia Teatro alla Scala
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Riccardo Chailly
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia Vasily Barkhatov
Scene Zinovy Margolon
Costumi Olga Shaishmelashvili
Luci Alexander Sivaev
Foto: Brescia e Amisano – Teatro alla Scala
