Spettacoli

Aida – Arena di Verona Opera Festival 2026, Verona

“La notte è calda, la notte è lunga, la notte è magnifica per ascoltare storie”. Questa frase di Antonio Tabucchi sembra perfetta per descrivere quanto successo a Verona. Una calda serata di fine agosto, la luna splendente in cielo e una Arena piena, come non mai, hanno accolto la diva: Anna Netrebko, per una sola specialissima data. La storia raccontata è quella di Aida, immortalata da Giuseppe Verdi e materializzatasi sul palco nel grande e ancora magnifico allestimento di Franco Zeffirelli (regia e scene), una produzione che, a più di vent’anni dalla sua prima, continua a fare innamorare il pubblico. Lo spettacolo, oggi, appare forse un po’ più disneyano e kitsch di quanto ricordassimo, ma basta poco per accantonare i sofismi critici e abbracciare l’opera per quel grande spettacolo popolare che torna ad essere in serate come queste.

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Anna Netrebko e Ludovic Tézier

La grande piramide centrale che ruota, lo sfarzo degli ori, l’estetica sovraccarica di colori sgargianti ci fanno rivivere il grande spettacolo areniano di un tempo. Non possiamo che apprezzare quindi la scelta di proporre, anche per i più giovani, questi allestimenti capitali della storia del teatro. Ricordiamo che i ricchi costumi, quasi holliwoodiani, portano la firma di Anna Anni e le luci, sempre ben funzionali alla scena, sono pensate da Paolo Mazzon. Un plauso anche ai bravi ballerini solisti: Tea Bajc, Virna Toppi e Nicola Del Freo, splendidamente esibitisi sulle coreografie di Vladimir Vasiliev. 

Una scena tanto grandiosa è degnamente supportata da una carrellata di stelle della lirica internazionale.

Regina indiscussa della serata (e non poteva essere diversamente), Anna Netrebko torna a vestire i panni della principessa etiope per questa unica, attesissima, recita. Il soprano, alla sua terza produzione veronese del capolavoro verdiano, si conferma interprete di riferimento di questo repertorio. Con uno strumento oggi difficilmente eguagliabile per importanza e bellezza, Netrebko domina la scrittura grazie ad un eccezionale controllo tecnico, risolvendo i passaggi più arditi con indiscussa abilità. Il registro acuto schiocca con invidiabile luminosità, così come quello centrale, sempre denso e pastoso. Anche la regione grave, complice la pluriennale frequentazione di un repertorio più spinto, suona piu naturale e meno artefatta. Se “Ritorna vincitor!” mette in luce la fermezza e la risolutezza della linea, è in terzo e quarto atto dove il soprano compie  il “miracolo”. Nell’interpretazione della Netrebko, “O cieli azzurri”, rappresenta un autentico manuale di canto e di stile verdiano: il legato e le lunghe arcate di fiato sono sorrette da una ineccepibile musicalità, sino a quel famigerato “Do” preso in pianissimo e vibrate a tal punto da poter essere udito perfettamente anche sull’ultimo gradino dell’anfiteatro veronese. E, ancora, potremmo citare lo struggimento del duetto con Amonasro, l’abbandono amoroso dell’incontro con Radamès e, infine, il candore lunare dell’addio alla vita nel finale. Se a tutto questo aggiungiamo il carisma e il fascino di una presenza scenica di sensuale bellezza, otteniamo un’interpretazione davvero inarrivabile.

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Anna Netrebko e Yusif Eyvazov

L’altra sera ne abbiamo avuto conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno: oggi questa artista non teme confronti nell’attuale panorama lirico, e il pubblico che tanto la attende e la ama non può che premiarla con una lunga e meritata ovazione alla ribalta finale.

Al suo fianco giganteggia l’Amonasro di Ludovic Tézier, capace di unire all’indiscussa bellezza e possanza del timbro l’incisività e la pregnanza di un’espressività diretta e immediata. Nel concertato del finale secondo, il baritono sfoggia un canto di ammirevole morbidezza, articolando il fraseggio con una composta regalità. Grazie alla perfetta simbiosi timbrica ed espressiva con Netrebko, il già citato duetto del terzo atto si configura, con ogni probabilità, come uno dei momenti più significativi dell’intera serata.

Yusif Eyvazov, che già abbiamo avuto modo di apprezzare nello stesso ruolo qualche settimana fa, torna ora a vestire i panni di Radamès con la consueta baldanza vocale e scenica. Il costante controllo dell’emissione, anche nei passaggi più scomodi, e il poderoso squillo del registro acuto rivelano la familiarità del tenore azero con questo personaggio. Nella sua interpretazione, sorretta da un’innegabile precisione esecutiva, emerge la giusta lettura espressiva in cui prevalgono ora l’irruenza del condottiero egizio, ora la tenerezza dell’amante appassionato.

L’opulenza timbrica e la facilità nella proiezione della linea, rendono la vocalità di Clémentine Margaine ideale per il ruolo di Amneris. La pienezza del registro centrale si combina alla giusta ricercatezza del fraseggio, dando vita ad un personaggio adeguatamente accorato e sfaccettato. Culmine della sua interpretazione è, neanche a dirlo, la scena del giudizio di quarto atto, nella quale l’artista svetta grazie al trascinante coinvolgimento di un canto accorato e venato di autentico struggimento.

Davvero ottima la prova di Gianluca Buratto, in possesso di un mezzo dal prezioso velluto. Impeccabile sotto il profilo esecutivo, l’artista regala una interpretazione sfumata e quanto mai efficace, dando vita ad un personaggio sacrale e ieratico allo stesso tempo.

Altrettanto di valore il Re di Mariano Buccino che, grazie alla rilevanza di una vocalità sonora e pastosa, riesce a far risaltare, con la giusta autorevolezza, il proprio personaggio.

Un vero lusso è, poi, la presenza di Carlo Bosi, nella cui interpretazione, il Messaggero assurge al ruolo di perno drammaturgico del momento.

Di innegabile musicalità, infine, la Sacerdotessa della sembra brava e melodiosa Francesca Maionchi.

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Gianluca Buratto e Mariano Buccino

Sul podio, Francesco Ommassini, sviluppa una concertazione misurata ed attenta, in equilibrio tra la roboante solennità delle scene di massa e il raccolto intimismo nel quale si sviluppano le vicende dei singoli. Esotismo, romanticismo, misticismo, eroismo emergono così con egual efficacia, in una concertazione ricca di sfumature e chiaroscuri, stilisticamente pertinente e adeguatamente coesa con le diverse sezioni strumentali in buca. Queste ultime, le compagini orchestrali della Fondazione Arena di Verona, elaborano un suono duttile e smaltato e sorreggono ottimamente gli artisti in palcoscenico.

Di rilievo, infine, la prova del Coro dell’Arena di Verona, preparato da Roberto Gabbiani. Parimenti efficaci risultano dunque, nel trionfo,  la maestosa grandiosità del canto di giubilo, e, nella scena del Tempio di Vulcano, la conturbante ieraticità delle preghiere votive.

Serata da tutto esaurito, salutata al termine da un successo di pubblico incandescente. E mentre la “diva” viene celebrata da una Arena festante, già si annuncia il suo ritorno per tre imperdibili date in occasione del Festival 2027.

AIDA
Opera in quattro atti
Libretto di Antonio Ghislanzoni
Musica di Giuseppe Verdi

Il Re Mariano Buccino
Amneris Clémentine Margaine
Aida Anna Netrebko
Radamès Yusif Eyvazov
Ramfis Gianlica Buratto
Amonasro Ludovic Tézier
Un messaggero Carlo Bosi
Sacerdotessa Francesca Maionchi
Primi ballerini Tea Bajc Virna Toppi Nicola Del Freo

Orchestra, Coro, Corpo di ballo e Tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Franceso Ommassini
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia e scene Franco Zeffirelli
Costumi Anna Anni
Coreografie Vladimir Vasiliev
Coordinatore del Corpo di Ballo Gaetano Petrosino

FOTO: ENNEVI