La sonnambula – Teatro Massimo, Palermo
Dopo venticinque anni di assenza dal palcoscenico palermitano, La sonnambula di Vincenzo Bellini ritorna in una nuova produzione di ampio respiro internazionale, frutto della collaborazione con il Teatro Real di Madrid, il Liceu di Barcellona e il New National Theatre di Tokyo.
Opera semiseria per definizione con un libretto di Felice Romani elegante ma esile nella struttura drammatica, La sonnambula è stata spesso giudicata emblema di un romanticismo italiano più sentimentale che filosofico, capace di esprimere il dolore in forme di pura bellezza, ma non di indagarne le radici più profonde. Eppure, sotto la sua superficie pastorale, Bellini costruisce un dramma interiore e collettivo: dietro il mondo incontaminato delle Alpi svizzere si cela una società che giudica, esclude, teme ciò che non è conforme. La sua musica eterea ci conduce in uno spazio sospeso tra realtà e sogno, dove il sonnambulismo di Amina e il pregiudizio sociale si confondono in una dimensione atemporale.

La regia di Bárbara Lluch è in generale coerente con le intenzioni del compositore, ma trasforma il villaggio idilliaco in un paesaggio della mente. Lluch si concentra sulla modernità incalzante, simbolizzata da macchine, locomotive e un albero morente in una scenografia spesso cupa e grigia, che erode da un lato lo stato di innocenza rousseauiano, ma che dall’altro apporta un nuova consapevolezza della donna in un sistema sociale retrogrado. La regista approfondisce anche l’indagine psicologica nel subconscio di Amina, orfana perseguitata dai propri fantasmi: i ballerini del Corpo di ballo diventano proiezioni mentali, incarnazioni fisiche delle proprie paure e dei giudizi che la circondano. È un’idea efficace, visivamente potente, anche se non sempre sviluppata in sincronia con la musica: in certi momenti le coreografie sembrano anticipare o slegarsi dall’atmosfera orchestrale. Comunque, i momenti salienti dell’opera vengono messi ben in evidenza dalla regia, come ad esempio la scoperta di Amina dormiente nella stanza di Rodolfo. Notevole anche la scena conclusiva, di forte impatto visivo, in cui la regista sceglie un finale aperto: Amina non è semplicemente “salvata”, ma si risveglia padrona del proprio destino. Peccato che il coro non riceva la stessa attenzione, nonostante sia un elemento fondamentale di quest’opera: salvo alcuni momenti collettivi esso appare poco dinamico nel movimento scenico. Inoltre, si avvertono più volte disallineamenti con l’orchestra, dovuti anche alle complessità dei fuori scena, ma forse amplificati da una certa mancanza di coesione generale.
Sul podio, Giuseppe Mengoli offre una lettura attenta e raffinata, di grande leggerezza e sensibilità timbrica. L’orchestra contribuisce a costruire quella dimensione onirica coerente con la regia, anche se a tratti appare fin troppo delicata e alcuni passaggi vocali restano scoperti. Manca forse una visione d’insieme più unitaria, capace di fondere coro, orchestra e azione scenica in un unico respiro teatrale.

Nel ruolo di Amina, Jessica Pratt incarna un’eroina eterea e luminosa. Il canto è puro, controllato, impreziosito da colorature precise, filati sottilissimi e un legato impeccabile. Manca di potenza nel volume, ma la voce è ben proiettata e la figura drammatica credibile e intensa. Raggiunge il culmine nell’aria ‘Ah non credea mirarti’ che tiene lo spettatore in uno stato di sospensione continua. La Pratt, oltre alla tecnica, mostra un’ottima abilità attoriale nell’esprimere il tormento interiore di Amina.
Francesco Demuro è un Elvino drammaticamente convincente, un amante geloso e fragile, reso con eleganza e precisione nel fraseggio. La parte, ardua e acutissima, mette a dura prova il registro superiore, dove qualche forzatura attenua il trasporto romantico, ma il personaggio resta coerente nella sua vulnerabilità.
Carlo Lepore dà voce a un Rodolfo autorevole ma eccessivamente enfatico: il timbro è solido ma la sua vocalità contrasta con la delicatezza della produzione. Inoltre, l’interpretazione indulge in toni da seduttore quasi da opera buffa, poco coerenti con la nobiltà e la razionalità del personaggio.
Ottima Daniela Pini nel ruolo di Teresa, madre vigile e partecipe, vocalmente e scenicamente sicura.
Ilaria Monteverdi offre una Lisa vivace e convincente, capace di restituire l’invidia e la frustrazione del personaggio, pur con qualche asprezza negli acuti.
Completa con efficacia Mariano Orozco, voce interessante, rotonda, elegante, che infonde nobiltà e passione al ruolo di Alessio.
Una Sonnambula che convince per la profondità d’intenti e la forza simbolica, meno per la compattezza musicale. Questa produzione segna un ritorno importante per Palermo, che riscopre il suo Bellini non solo come poeta del sogno, ma come sottile indagatore dell’animo umano e dei suoi pregiudizi.
LA SONNAMBULA
Melodramma in due atti di Vincenzo Bellini
Libretto di Felice Romani, da La sonnmabule di Eugène Scribe
Direttore Giuseppe Mengoli
Regia Bárbara Lluch
Scene Christof Hetzer
Costumi Clara Peluffo Valentini
Luci Urs Schönebaum
Coreografie Iratxe Ansa e Igor Bacovich
Regista collaboratrice Anna Ponces
Orchestra, Coro e Corpo di ballo del Teatro Massimo di Palermo
Maestro del Coro Salvatore Punturo
Direttore del Corpo di Ballo Jean-Sébastien Colau
Nuovo allestimento in coproduzione con
Teatro Real di Madrid – Gran Teatre del Liceu di Barcellona – New National Theatre di Tokyo – Teatro Massimo di Palermo
Amina Jessica Pratt
Elvino Francesco Demuro
Conte Rodolfo Carlo Lepore
Lisa Ilaria Monteverdi
Teresa Daniela Pini
Alessio Mariano Orozco
Un notaro Pietro Luppina
Foto: Franco Lannino
